L’ultima neve

L’ultima neve cade in maniera incerta. Tocca terra e non rimane traccia. L’asfalto e la terra umidi sono l’unica testimonianza.

 

L’ultima neve ricopre dubbiosa serate, cappellini di San Patrizio, panini prima del rientro a casa. Cancella le deboli tracce di settimane o mesi di dubbi e indecisioni, di gesti accennati e non compiuti, il ritrarsi all’ultimo minuto, il farsi cullare dall’inerzia dolce. Viene l’ultima neve, a darti uno sprone quando pensavi fosse tardi, troppo in là con le stagioni.

 

Invece è ancora neve. Debole e instabile ma neve.

 

La guardo, come fosse una possibilità e io abbia a portata di mano la voglia di coglierla. Quel guitto minimo della volontà che ti fa muovere la mano e raccogliere un fiocco di neve. Si scioglie sul palmo, rimane una traccia umida e fredda. Chiudo gli occhi e ripercorro la caduta del fiocco, il mio catturarlo e so quanto di reale c’era, nel mio povero gesto. Penso che alla fine la Vita si debba arrendere ai gesti. Magari non subito. Io raccolgo un altro fiocco. E un altro.

 

Poi l’ultima neve, accelera e muta. Prende carattere e i fiocchi si fanno più grandi: cade a manciate, come se d’improvviso avesse trovato un obiettivo. Cade, cade, continua a ricoprirci tutti.

 

Sono ormai sepolto dalla neve quando, da sotto, penso che sì, avrei dovuto. Chiamare, chiedere, vedere. Esplorare pensieri che ho lasciato essere informi. C’era del bello e non ho speso il coraggio, il tempo e la volontà di guardare meglio, di capire.

 

Se solo sopravviverò sotto questa neve, se troverò una via d’uscita, allora non sarò più a quel modo in cui ero. E ti chiederò di uscire, ovviamente.

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