Edera

E poi sarà scelto, mi strapperò l’edera che mi cresce lungo le caviglie, che si attacca al ginocchio e mi buca la pelle.

Poi è successo. Non ho più l’edera. I riverberi distanti richiamano pensieri distratti nelle passeggiate lungo al fiume. Ma io in questa vita qua ho pochi, pochissimi pomeriggi troppo vuoti in cui annegare. Non ho lo spazio. Non ne ho. Ho l’assenzio io, che avvelena dolcemente le mie vene.

Ho le vene io, da spendere in avvelenamenti dolci. Non mi fermo mai lungo al fiume, non mi sporgo oltre la balaustra e non lascio la mia impazienza giocare con i riflessi della superficie. Non c’è abbastanza futuro nella stasi. Soprattutto non c’è abbastanza presente. E dove io vivrò, di luce e non di riflessi, sarà dove avrò messo tanta vita a proteggermi dalle mie vigliacche malinconie.

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