Dentro (prologo)

A me piace scrivere. Perché vuol dire esprimersi, perché è un rifugio. Perché mi piace l’esagerazione di parole quasi psichedeliche. La vita è sempre un po’ troppo color pastello. Chiara nel suo magnifico blog parla della sua tendenza ad essere tragica, credo di batterla nella visione oscura che riporto nel pezzo poco oltre, volutamente esagerato perché è nella disperazione più nera che si trovano le risposte a mio avviso. Quelli che conosco non pensino che questo sia il mio pensiero. Sono grato degli amici che ho, più di quanto meriti.

E poi, dopo averla sfuggita per una vita, la realtà mi colse. E non sto parlando dei piccoli segni cui avevo negato di prestare attenzione, certo che non me l’avrebbero restituita, sto parlando del solo singolo nocciolo di cui questi segni erano emanazione. Forse ero solo stanco di fuggire, forse mi ero accorto di non avere nulla da difendere ma in un momento di cedimento avevo, per l’appunto, ceduto come una vecchia diga. Avevo dovuto vedere, ammettere: ero solo, semplicemente e totalmente solo. Come abbandonato su una spiaggia, sbalzato fuori bordo dal relitto dell’adolescenza, confinato in quel limbo dove non ero. E c’erano molte cose che non ero; non ero più parte della mia famiglia, dello scartare i pacchi a Natale e della brioche scaldate al mattino, non ero ancora parte di una nuova famiglia che fossi stato io stesso ad originare. Non ero, non ero, aldilà di ogni desiderato appiglio più capace di fingere che gli amici che avevo attorno fossero più che ricordi sbiaditi. Vecchie foto, brindisi ad estati passate, incontri di figure dal nome cancellato. Rapporti nati sullo scambio, il bisogno, l’aiuto reciproco erano diventati orpelli e poc’altro.  Da birre passate di mano in mano a birre strette forte al proprio petto. Capii immediatamente dopo aver ceduto quanto importante fosse che io continuassi a reggere. Dovetti forzatamente arretrare fino a sentire il terreno mancarmi sotto i piedi e, vinto dalla gravità, cadere. Infinitamente cadere. Cadere dentro me fino a perdermi nelle contorsioni del mio ego.

Laggiù. Oltre la fine dovetti concedere l’ennesima ammissione: si trattava di un nuovo obbligato inizio perchè il debole desiderio di un termine non era in grado di avere la meglio sull’atavico istinto di continuare ad esistare, strisciare dalla causa di morte attuale alla prossima. E così mi apprestai alla mia nuova vita. Dentro.

3 Comments

  1. Dario Mimmo
    28 Nov, 2006

    Leggo con (dis)piacere di non essere il solo a sentire il peso del tempo che passa,e se non di rimpiangere l’adolescenza, almeno di vederla come un periodo in cui l’ingenuità ci rendeva ansiosi di qualcosa che ora sappiamo che non è arrivato e non arriverà mai.
    Probabilmente ho travisato il tuo pensiero.
    Forse non c’entra nulla.
    Ho aggioranto il blog…

  2. Cri Cri
    27 Nov, 2006

    Grazie x essere passato dal mio blog, mi sono permessa anche io di dare uno sguardo al tuo. Devo ammettere che anche tu ci sai decisamente fare con le parole… Ho letto alcune frasi molto molto belle… complimenti :)
    Ripassa se ti và… Ciau ;)

  3. justine
    26 Nov, 2006

    sotto attendo anke io qlcosa…attendo il periodoin cui potrò finalmenti viverti, abbi pazienza anke xkè nn s può fare nient’altro baci grossi

Leave a Reply

%d bloggers like this: