Alla sera poi uno dorme e così parla a casaccio. Le dita cascano a caso loro. Io intanto bevo, mica ci combatto. Come dire, mi faccio gli affari miei, scrivessero quel che vogliono.

E’ strano sai, come ti caschino da dietro un orecchio cristalli di viaggio. Li guardi lì sul tavolo, fra la birra ed una moquette che perde di solidità, si scompagina in terreni sconnessi, capitati lì per caso da chissà dove. E’ rilassante. E’ che viaggiare ha tante forme. E’ che ti accorgi che le gambe vanno, se gli dici dove, tu e sguardi di lupo in combutta a progettare tragitti, incuranti dei temporali. Mi sono riparato solo un fischiettare umido quando è servito. E poi trovarci dentro tanti piccoli viaggi, pacchetti monodose a riempire spazi di qualche minuto e stanze piccole, accennate. E così ti scopri ricchezza di umori, di riflessi brillanti in ogni piccolo angolo. Il piccolo riproduce la capacità di colore del grande.

Ecco, sto bene.

Grazie.

Quale obiettivo vale davvero la pena di essere raggiunto se non riesci a goderti la vita mentre fai di tutto per raggiungerlo?

Lene Gammelgaard, Il mio Everest

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