Alla fine

Temo di sentirmi come il vento e le foglie eterne di alberi radicati in secoli di prati.
Così con la birra e Mio fratello è figlio unico
così con te che ascoltavi Gente che spera e la musica mentre dormivi, chissà poi come facevi. Chissà poi come facevo io!
Così tanti tempi e modi di essere, di ridere, di bere, di pensare il futuro.
E poi c’ha stupiti tutti. Ma lentamente, a modo suo.
Un po’ troppo lentamente per i miei gusti, io vado di fretta. Eppure sono ancora qui fermo. Che ci faccio poi? Che le persone attorno a me, le sere, i volti si sono dileguati come vapore. E rimango lì con la faccia un po’ stupita di chi non se n’è accorto, di chi non c’ha fatto caso. Sono distratto; da me stesso, dalle lattine che finiscono. E come fare a concentrarsi. Su cosa poi? Mio fratello è disgregato. Mi sento la vita in atomi, slegati ed incoerenti. Se la guardo da qui, da adesso, non so mettere insieme i vari pezzi. Cos’è mai successo? Non so indovinarlo guardando queste acque ora chete. Vien voglia di sbattere il pugno, dare vita ad inutili fronti d’onda. E ci vuole qualcosa di più di questo. Serve smuovere massa d’arie immense per creare il vento. E pensa ad un vento lontano, che viene da Khatmandu quasi che arrivi dai fumi degli spini e la Barbera. Lo penso quel vento lontano a darmi una spinta. A volte ripenso ai momenti passati e li penso come destinati a soccorrermi oggi. Smuovere ieri quei venti che oggi vengano a darmi respiro. E forza. Non so dove trovarla, sai. Sono spento. Spento.
Eppure da qualche parte troverò la voglia ed il senso di una ripartenza.
E verrà da me, perché non può essere altrimenti.
Magari un bicchiere, una battuta di spirito ed un consiglio aiuteranno, faranno la differenza.
Perché alla fine il cielo deve essere sempre più blu. Più blu di me.

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