Il bastone è imprevedibile.
È lo stesso bastone che ti salva la vita quando pensavi che la tua vita non valesse più la pena di essere salvata. Quando la salita si fa stretta e il fiato sembra evaporare tra le scapole, e tu pensi: “Ecco, è finita”. Ma no. Il bastone è lì. Non chiede nulla. Non consola. Si pianta nella terra e dice: sali. Allora sali.
È lo stesso bastone che ti fa da guida quando procedi alla cieca. Quando la nebbia ti ottunde, e le mani tastano l’aria come per chiedere il permesso di andare avanti. Il bastone cerca nirupi, serpenti, precipizi. Ti avvisa. Ti protegge. Scaccia chi vuole morderti la gola a colpi di rabbia travestita da amore.
Ma è anche lo stesso bastone che all’improvviso si spezza. Contro il tuo ginocchio. Contro la tua testa. Che ti si ficca in gola come se volesse farti tacere, con quella risata secca che conosci bene — la risata di chi sa dove ti stai dirigendo meglio di te. E se lo gode.
Il bastone agisce. Sempre. Ma mai nella direzione che pensavi. Perché il bastone… il bastone è il tuo.
Mi ricordo di essere salito appoggiandomi a lui. Un sentiero tra i pioppi, le foglie ancora sporche di sogni notturni. Avevo appena rotto il fiato, quel fiato che pareva scomparso da giorni, e ogni passo era appena un poco più in là di quello che pensavo di potermi concedere. Eppure. Eppure salivo.
Poi è arrivata la mezza costa. L’illusione che fosse fatta. Ma era solo un invito a non mollare. Le lumache sugli alberi, lente e imperterrite, facevano l’amore davanti ai cani che guaivano compiaciuti. Natura che esibisce senza vergogna la propria permanenza.
E poi il ponte. Di pietra, vero, come quelli che stanno tra i mondi. Il ponte che divide chi torna da chi osa. Il ponte dove ho capito che potevo fermarmi. Che fermarsi non è arrendersi, ma scegliere.
E allora mi sono gettato.
Sotto il ponte, nell’acqua.
Non fresca.
Ghiacciata.
Non nel senso di una birra d’estate, ma nel senso di qualcosa che non ti vuole, che ti espelle. I polmoni si serrano, si fermano, si ribellano. Ma tu continui. Non sai perché. Continui. E loro cedono. E poi esplodono. E poi muori.
Ma muori dopo.
Un poco dopo essertene accorto.
E quindi continui. Risali. Non sai se sei cambiato o tornato identico. Non sai se sei guarito o se hai solo imparato a convivere. Ma sei risalito. Ed era ora.
In tutto questo — in tutto questo — ti rendi conto:
un mazzo senza l’asso di bastoni sarebbe
decisamente
incompleto.