Moncuni

E ieri, su proposta di Paolone ce ne siamo andati al Moncuni, amena collina che se ne sta quieta in questo angolo di mondo, adagiata, secondo le mie scarse conoscenze della geografia locale, fra Avigliana, Buttigliera e Reano. Ci si incontra al comune, si rivede il Boss. Mi commenta alcuni interventi di questo blog. Mi fa piacere che mi legga.
 
Radunatici al comune si parte. Si ripercorrono quei sentieri su cui già s’era sudato, sempre in notturna, anni orsono. Ma io dimentico, dimentico con forza, vigore e metodica per cui quelle strade io proprio non le ricordo. Si arriva a quella cima, una croce, un tavolo, un lampione alimentato ad energia solare. Ci si sperde in gruppetti, separati da pochi metri: uno, due? Eppure così irraggiungibili. Gruppetti, frammentazione, la solita storia di quando si riuniscono persone che non si conoscono. La pigrizia di quella notte tranquilla impedisce di provare a rompere quest’inerzia e poi preferisco approfittarne per scambiare qualche parola con i soliti vecchi, che si vedon di raro: dal citato Boss al politicamente impegnato Stefano. Si stappano birre e’ ovvio. Volgarità, alcol, un briciolo di cellular tamarria. Il ritratto sputato della superficialità. E ripenso alle parole di Giorgia, a come sembri diverso dal vivo rispetto a quando scrivo. E’ che non ci si mostra. Perchè? Forse ci sono tanti motivi, forse nessuno. Ma io di motivi non ne ho mica bisogno. L’importante è che Ciube in questo momento mi ha mandato un messaggio: stasera si va a bere. Presente.
 
Epperò, giunti in quella che imperterrito continuo a chiamare cima, ma lo faccio, badate, solo perchè c’è bisogno di associare parole ad oggetti e luoghi, ad entità. Ci vogliono definizioni, e quale parola meglio di "cima" può elevare l’orgoglio di quel luogo che elevato non è e stuzzicarne la prosopopea, carico della quale si bullerà con altri luoghi: "Io sono una cima". E’ che sono scemo, certo anche voi che mi leggete… cioè senza offesa. Essere scemi secondo me è anche un complimento e sicuramente è un ottimo modo di vivere. Quello che volevo dire nel mio sproloquiare e’ che giunti a quella cosa che chiamo cima così si capisce cos’è o cosa finge di essere, beh allora può capitare di essere assaliti dalla violenza dei ricordi, luogo e gesto ti azzannano, cercando di inculcarti una qualche sensazione, vogliamo chiamarla emozione? Un motivo tellurico dell’animo. Eh, si. Che ne son passati di anni e le cose sono cambiate, giustamente e con la mia approvazione. Mi ritrovo ad essere scalfito, io, uomo senza ricordi, da ciò che era, che è, che se. Ed è tutto quanto assieme che quasi riesce a raggiungermi, fra i soliti sorsi, sgolate selvagge e oscenità incartate nella banalità, in uno sghignazzo che non so, forse non ha nulla di me o forse mi descrive alla perfezione. Non lo so, importa? Ma si scende, si va a quel luogo che è centro inesauribile di vita, del tutto. Un luogo accogliente cui fare ritorno. Si corre, si corre diamine. Ubriaco certo, come da contratto. Sorpassi, a destra possibilmente. Se poi il limite è un terzo della velocità cui vado è lui ad essere in difetto, non io che ho da portare questo manipolo di manigoldi al luogo dove sazieranno la nostra fame di birra e lo faranno per un giusto prezzo. Ok, cazzo, dovevo arrivare al Bierkeller prima che finisse l’happy hour. E lì Alessia ed un di lei amico, Giorgio, Francesca e Giorgia. Ma non Micol ed Alf. Che io ho già avuto la mia alcolica dose di sopravvivenza e mi stendo su un tavolo, cazzeggio, fra il collasso ed il diletto. Che si sa, poi arriva il sonno ed a casa si torna.
 
A casa mi aspettano. Mi aspettano quattro camicie appoggiate sul letto. Che ho bisogno di camicie, che vado a lavorare e devo essere vestito. Conta, conta quasi quanto quello che dici. Perchè è più facile ascoltare un vestito che una persona. E poi sarei io quello superficiale… quattro camicie sono un gesto violento, che sa di giornate chiuso in un’aula, lontano da campi di calcetto, casse di birra e di quelli infiniti pomeriggi in cui mi sono sempre perso, ad inseguire i miei pensieri, le mie malinconie, straniero e lontano da quel superficiale sghignazzare che sono solito dividere. Perchè, si sa, siamo soli, lontani a volte anche da noi stessi.

1 Comment

  1. Rassviet
    14 May, 2007

    premessa: ascolare le parole di giorgia nuoce gravamente alla salute a causa dell’altissima concentrazione di cazzate presente nei suoi discorsi, quindi tenere lontana dalla portata di chiunque disponga di un apparato udutivo funzionante.
    nonostante l’incipit, noto con piacere che ogni tanto i miei sproloqui vengono ascoltati da qualcuno, che riesce a dare loro anche un senso, e li pubblica addirittura su un blog!!! cmq…è vero…avendo visitato il tuo sito prima di conoscerti di persona, devo ammettere che non ti avrei immaginato cosi…però penso anche che rientri assolutamente nella normalità cambiare atteggiamento e modo di porsi a seconda delle circostanze o delle persone con cui ti devi relazionare…non so nemmeno dire se esista un aspetto piu veritiero di altri…se fede è lo scoppiato che ci intrattiene davanti a delle buone birre, quello che passeggia quando docentizza, o quello che confida i suoi pensieri piu intimi ad un pc….molto probabilmente fede è tutto questo insieme…o magari nulla di tutto ciò…chi lo sa…di sicuro posso dirti che trovo davvero piacevole ascoltarti…sia mentre da ubriaco fradicio sali su un tavolo e intoni un inno che non potresti cantare, sia quando muovendo le dita su una tastiera dai vita a nuove "riflessioni metafisiche o cazzate" come le avevi chiamate tu.e in merito al tema della solitudine con cui hai concluso questo post…bhè…per quanto mi costi ammetterlo…alla fine mi sento meglio quando so che dentro alla borsa troverò sempre un fermacapelli con cui parlare o che ad aspettarmi a casa giacciono sul letto delle camicie…so che volente o nolente…anche se io smettessi di cercare loro…loro continuerebbero a cercare e trovare me…in fondo…può essere…no?

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