Due chiacchiere

Ci sono canzoni che hanno sempre ragione, come questa

Ci sono storie di me che pochi sanno. Altre che mi riposano nel cuore. Una riguarda questa canzone. Ci sono minuti sparsi qua e là nella Vita, attimi di contatto. Con sè stessi, come un filo conduttore che taglia una vita, che taglia via gli attimi vuoti ed esplode nel toccarsi dei momenti significativi di una esistenza. C’è che amo quello che faccio. Amo il mio lavoro. Amo le sfide intellettuali. C’è che amo passeggiare per Torino. C’è che sono un tesoro immenso tutti quei pomeriggi che negli anni ho accumulato, senza scopo, una birra, uno sguardo al cielo. A canticchiare i Guns o Wish you were here. Tu poi non sei mai arrivata ma questa è un’altra storia. E che storia vuoi che sia. I giorni passano, discreti nascondono il proprio scopo. Non vuol dire non ne abbiano uno. Wish you were here.


Sunshine Award: Eremo del viandante

La buona Maggie ha omaggiato questo blog di questo riconoscimento.

E la ringrazio, mi fa piacere che qualcuno legga questo blog e i miei sfoghi, i miei tentativi di scrivere e la marea di baggianate che ci finiscono dentro.

Cos’è il Sunshine Award? Un premio per blog che assomiglia ad una catena di Sant’Antonio.

Chi lo riceve deve:

– Ringraziare coloro che lo hanno premiato
– Scrivere un post in cui spiega di che cosa si tratti
– Indicare 12 4 blog che ritenga meritevoli
– Inserire il link di ciascuno dei blog che ha scelto
– Dirlo ai premiati

Io non ne voglio indicare dodici ma un po’ di meno, fare una selezione un po’ più accurata:

Col Cuore Altrove diario di una killer sentimentale. Un blog introspettivo che consiglio di leggere, comunica in maniera davvero forte i suoi sentimenti.

– è un giorno di pioggia… altro bellissimo blog, pensieri graffianti, decisi

Diario di Maggie un altro dei blog che leggo volentieri, nonché colei che mi ha premiato :)

Paul’s life meno profondità, più esistenza per quest’uomo grande e grosso


Si lavora, si ride, si scherza, si sbevazza. No, dormire, non si dorme.

http://punto-informatico.it/3052311/PI/News/india-sonno-mancato-dei-lavoratori-it.aspx

Una ricerca scientifica sostiene che tra gli ingegneri informatici indiani dilaghi l’insonnia. A rischio soprattutto i più giovani. Tra i suggerimenti, programmi ad hoc per migliorare lo stile di vita

E’ vero. Infatti non ho dormito stanotte.

Ieri alle 9.30 al Poli, uscire alle 20.30. Andare a prendersi una bizza coi colleghi, essere tamponati, andare a prendersi una birra a La Piazza. Bel birrificio. Tornare a casa non dormire. E allora ti alzi, il PC, un commit sul repository alle 5.30 del mattino.

E oggi 10.30 appuntamento, al Poli. Riunione al pomeriggio. Lì, sarà davvero dura restare svegli.

Chissà, forse è la birra che mi da energia e toglie il sonno.


Piccole soddisfazioni

Oggi sono riuscito a far funzionare l’autoradio della mia prima macchina utilizzando l’alimentatore di un vecchio PC e le casse di uno stereo.

La cassetta nera, che aveva registrato Andrea, riparte da dove si era interrotta. “Paradise City”. Ora rimane solo da costruire un mobile per imballare il tutto.

Ci sono voluti un po’ di tentativi: prima un vecchio alimentatore, probabilmente già rotto, che fa un filo di fumo. Poi qualche prova a vuoto prima di notare che un filo si era staccato da un connettore. E poi la i Guns. L’aggiunta di un deviatore per spegnere e accendere l’aggeggio e via.

Poi mi arriva il PDF della versione finale di un libro per cui ho partecipato alla fase di revisione tecnica. Al di là del fatto che hanno accolto alcuni miei suggerimenti (ma forse non sono stato l’unico a suggerire quelle migliorie) noto che hanno inserito una mia frase in quarta di copertina. Quindi il mio nome è ora sulla copertina di un libro. Si tratta solo di fare un ulteriore passetto e spostarlo dalla quarta alla prima. E magari, lungo quel percorso, inciampare in altre piccole soddisfazioni.

Questo 2011 sta stracciando il 2010 a mani basse.

 


Differenze

Adesso che l’autoradio non funziona, vago meno in macchina.
A volte viaggio e sento i pensieri, li ascolto. Non c’è tanto silenzio come pensavo, anzi, i pensieri sembrano non confondersi nell’eco, rimangono chiari, non comprensibili, ma risuonano più limpidi. Si, sono ancora un ascoltatore interessato però, sai, dopo tanti strati fra me e loro, c’è una certa distanza. E’ una distanza soffice, a volte la scavalco. Mi torna in mente un viaggio. Solo i Dire straits, le loro parole a riempire gli spazi, non lasciarne di vuoto nel cuore. Come se riempendo le intercapedini potessi vivere in isolamento da paranoie, rivendicazione e desideri morenti. Sono grato ai Dire straits, per le note semplici, per quel letto di suoni in cui far riposare la mente. Ricordo quel pomeriggio, la strada scivolava via che era un piacere. E poi chissà, chissà dov’è il confine esatto che in una giornata del genere segna l’inizio dell’inversione di rotta, il ritorno a casa, come non si potesse andare più in là. Cos’è quell’angolo stretto, quella virata brusca che spazza il lavoro fatto. Sai, a volte vorrei tornare indietro. Provare a capire dove m’è caduta quella particolare emozione, quando ho smesso di ricordarmi la tonalità esatta d’un certo verde, d’un certo paio d’occhi. Quand’è poi che a furia di pensare e poi distrarsi e ripensare ancora ho sfibrato e abbandonato ogni ricordo. E’ un lavoro paziente lasciare i ricordi in pace, che si depositi abbastanza polvere da conservarli, cosicchè li si possa riprendere, aprirli e sentire almeno l’ombra dell’odore di quel giorno. Io c’ho provato qualche volta ad aggirare lo schema, far scivolare una sensazione nella pioggia e pensare di ritrovarla intatta un po’ più in là. Non funziona. Non va così. Ogni era della vita è sola, vive di sè stessa. Come se fossi nato ieri e non avessi mai dato una moneta a un mendicante, come non avessi mai lavorato un solo giorno. Oggi è un giorno buono, buono per essere soli come per non esserlo. Ma è comunque un giorno che domani sarà stantio, un ricordo forse, ma l’odore, quello sarà finito fuori dal finestrino alla prima curva. A volte mi sembra di non percepire le differenze. Provo ad ascoltare più forte. Come potesse rispondere il silenzio al posto mio. Poi mi scoccio e faccio ancora due passi. Cammino piano e guardo a terra. Non piove ancora.


Inizio 2011

Dalle primissime ore ad adesso la mia percezione rimane immutata: quest’anno mi sta simpatico.

2011, credo in te. Ma ti tengo d’occhio.

In questi giorni mi sono rintanato a Torino, ho lavorato ad un paio di progetti, ho passato l’aspirapolvere perfino.

E ieri mi sono decisamente divertito. Che branco di scoppiati.

Comunque in fondo vi voglio bene, non che ve lo meritiate, per inciso. Ma sono fatto così, generoso.

Mi fa riflettere sul valore dei pregiudizi. Normalmente li considero uno strumento utilissimo: non metto la mano sul fuoco perché ho il pregiudizio che potrei scottarmi, sembra sensato no? Senza pregiudizi ripeteremmo gli stessi errori per tutta la vita. Solo che io ho dei pregiudizi contro i numeri dispari. Ed invece questo 2011 sta facendo il bravo: bene. Era anche facile fare meglio del 2010 comunque, per cui non ti montare la testa.

And after all the violence and double talk

There’s just a song in al the trouble and the strife

You do the walk, you do the walk of life, yeah he do the walk of life


2010

Facciamo finta che i giorni capiscano i confini e proviamo a rinchiudere questo 2010.

E’ stato un lungo periodo di purificazione. Mi sono scrollato di dosso tante cose e, in questo finire d’anno, capisco di doverne abbandonare tante altre. Mi porto dietro detriti che non mi danno alcun nutrimento. Solo qualcosa nel sacco, che così non sembri vuoto. Non ho bisogno di rassicurazioni, ma di fame.

Il 2010 è stato un anno iniziato male, poi peggiorato e che in infine mi ha offerto il dono di realizzare. Non che sia piacevole quanto realizzato. Ma è necessario.

E proseguiamo in questa cattiva mezza giornata di un anno che è quasi tutto alle spalle.

Domani si ricomincia, con molto in meno, per fortuna.


Cristalli

Avrei voluto sapere dare forma alla felicità. Una forma in cui la felicità potesse rimanere. E invece ha rotto gli argini ed è
andata via, tornata a rifugiarsi chissà dove, di modo che io debba di nuovo cercarla.

Sai, avevo cucito con la pazienza di un baco da seta un luogo dove potessi vivere, l’avevo difeso irridendo ogni pericolo,
facendo schermo di ogni lama che mi si agitava davanti. Certo della mia invincibilità.

E avevo davvero vinto; te ne stavi lì, tutta quanta in un unico abbraccio, il mio. E aveva gli occhi liberi, con tutti quei
pensieri e quell’Amore dentro.

E poi sei scivolata via, come non potessi più afferrarti e danzare con te. Sei diventata acqua, m’affannavo ed eri già
scivolata fra le dita. Provavo a ricomporre, combattere i percorsi delle tue gocce, il tuo disperderti in cristalli minuscoli.

E poi sei rimasta lì, come un ricordo che si sporca, passa un tipo e sputa per terra, ti macchia e io non posso farci nulla.

Penso a volte a come eri, intera e brillante, un canto d’angelo che in questo mondo quasi stonava, eppure ne era così piena parte, il senso intero di un letto grande o la giustificazione dell’esistenza di una coperta blu.

E io chi ero. Se provo a ballare, ora, sono goffo e sbilanciato. Eppure sono ancora io, armato della stessa solidità, prigioniero degli stessi ideali. Ho il fil di ferro che mi riempie le ossa, mi tiene rigido e non permette che io cada mai, anche quando vorrei riposare un poco.

E chi sono io oggi, chi posso essere.

Per ogni momento vissuto appieno c’è un taglio sottile, da cui le immagini passate ti gridano che è un tradimento costruire la felicità ancora, dimenticandosi i propri morti.

Continuo a nutrire quest’amore di me stesso, come un debito d’onore per ogni carezza di mio Padre. Continuo a lottare per la felicità. Ma volte vorrei solo sedermi a mangiare lo stesso dolore che hanno mangiato le persone che hanno avuto un ruolo nella mia Vita. Un gesto che non offre nulla a nessuno, se non un sacrificio, un capriccio per dire che avrei voluto le cose fossero diverse, se non per me, per gli altri. Avrei voluto poter costruire felicità e regarlarle. Senza questa capacità mi sento inutile.


Giorni

E’ questo il carattere dei giorni, questa impazienza che li strappa al calendario, li precipita alle spalle del presente in un  gioco a rimpiattino continuo di cui, perdonerete, mi sfugge il disegno. E così l’un l’altro ad inseguirsi, a provare a carpirsi i segreti. Io ho visto la nascita di un amore grandioso, io lo scoppio di una guerra civile, io la fine disperata di una setta giapponese. Chiacchiere da bar dei giorni. Rimane un sapore semi-amaro, l’insoddisfazione nascosta dietro al palato, un sussurro all’orecchio che svanisce nell’accenno di una risata. E’ solo questo? Io non lo credo. Io credo. Anche al senso dei giorni. E se il mondo ti confonde, non lo capisci più, se nulla ti soddisfa, ti annoi sempre più scienziati ed Ingegneri hanno inventato già una generazione di bambole robot. C’è questo tipo strano, vedrai ti piacerà, lui suona la chitarra in una rock’n’roll band è come un Arlecchino ma non si rompe mai, attacchi la corrente, si accende e partirà.


Giorni

Una sera a chiacchierare da Brandy. Fare le sei parlando.

Una sera a mangiare la fonduta da Dani, rivedere Bertu, Giorgio e Francesca.

Un giorno andare all’Ikea. E poi giù di trapano, e “personalizza” i mobili con la sega.

Un giorno ad inquadrare il poster dell’ultimo concerto dei Bloodyguns.

Un giorno a scrivere sui muri “Was immer du tun kannst oder wovon du träumst – fange es an. In der Kühnheit liegt Genie, Macht und Magic.” (Qualsiasi cosa tu possa fare o di cui sogni comincia. L’audacia ha in sè Genio, Potere e Magia).

Ogni giorno bisogna ricordarsi di alcuni concetti.


E’

Natale è mia zia che dice che mi vuole bene. E’ mia zia che ridendo dice che ha bevuto troppo (è di famiglia?).

Il 2010 è un anno che porta delusioni, ne rovescia generose dosi sul tavolo. Ma il 2010 è anche l’anno in cui ho piantato Semi.

Propositi per il nuovo anno:
– Chiacchierare spesso fino alle sei del mattino
– Collezionare memorabili sbronze
– Realizzare un prototipo di projectional editor per EMF
– Finire la prima stesura del mio primo romanzo
– Innamorarsi follemente e senza ritegno alcuno
– Rimandare ogni tendenza suicida di almeno un anno

Il 2011 è l’anno in cui scopro qualcosa in più di me. E do una possibilità al Creato di stupirmi.


Verbi

Ieri sera abbiamo parlato fin quasi alle sei.

Parlato, mi piace parlare.

E mi piace fare il vin brulè. Una volta ogni inverno, e siamo al terzo inverno.
Certe tradizioni nascono così.

Come la tradizione di trovarsi con gli amici la notte della vigilia.

Ricordo due anno fa a parlare al vecchio Clancy’s con Giulia. Avevo la febbre ma parlammo fino alle cinque.

A volte bisogna sentirsi una sorta di dio e costruire il futuro in cui si abiterà.

Costruire. Ognuno ha il suo verbo, questo è il mio.

Costruire e Difendere.

Ora torno a vedere la fine di “Alta fedeltà”. Un film maschile, come dice Valeria.


Violenza

Come praticamente ogni organizzazione il Politecnico aveva organizzato in questi giorni una piccola “festicciola” prima delle festività: due parole del Rettore, quattro panettoni, addirittura un brindisi. Una piccola celebrazione per ogni dipendente: dai bidelli, agli amministrativi, ai dottorandi, ai professori. Ogni componente di quella complessa macchina che è il Politecnico.
Una quindici di persone sono venute, insultando, ad impedire che questa celebrazione ci fosse.
Hanno avuto il microfono, spiegato le “loro ragioni”. Poi il Rettore ha provato a spiegare la sua posizione, interrotto qua e là dagli insulti di due o tre di questi studenti.
Fra le altre cose hanno detto che la gente là dentro “stava a rimpinzarsi fino a scoppiare”. Dottorandi che prendono mille euro al mese, bidelli, gente degli uffici tecnici paragonati a ricchi crepuloni che gozzovigliano. Bene. Ho provato a parlarci. Il tono di quei quattro-cinque che mi hanno risposto è stato denigratorio. Provavo a spiegargli che non era giusto venissero a insultare chi lavora qua dentro, ad ogni livello, comprese le ultime ruote del carro, come me. Che era una piccola festicciola aziendale dopo un anno di lavoro “Ma vuoi due cazzo di euro così ti compri un panino?” o “Sei un pezzente” oppure “Ma chiamali i tuoi colleghi e ti prendi una pizza, no?”. Hanno detto che la roba l’avrebbero portata via e donata al Sermig. Io personalmente li ho visti ficcarsi la roba in tasca.
Questa è la gente che è venuta a mancare di rispetto all’università e soprattutto a chi ci lavora. Pochissime persone che hanno deciso che i migliaia di dipendenti del Politecnico non avevano diritto a questi sfarzosissimi e luculliani festeggiamenti. E hanno condito il tutto con i loro insulti.
A questo punto fosse anche una legge che mi dimezza lo stipendio desidero ARDENTEMENTE che venga approvata.

 

Per fortuna nel pomeriggio c’è stata la Lectio Magistralis del Prof. Meo. Su cui voglio riflettere.


Per dire

Non che chi ha la colpa di avere un genitore Professore debba ritrovarsi preclusa questa possibilità. Però certe cose mi sembrano curiose:

Alla Sapienza, Giacomo, 36 anni, figlio del rettore Luigi Frati, sta passando in questi giorni dal ruolo di professore associato a quello di ordinario. Le procedure formali sono andate in porto il 19 novembre e ha battuto 25 concorrenti (di cui 24 più anziani di lui). Appena in tempo per schivare l’approvazione del ddl. Giacomo Frati, dunque, sarà ordinario a Medicina, la stessa facoltà dove fino a poco tempo fa insegnava la madre e dove insegna anche la sorella Paola, ordinario, laureata in Giurisprudenza. Stessa facoltà di cui il padre è stato preside per anni. Stessa facoltà dove fino a poco tempo fa, prima di andare in pensione, insegnava Storia della medicina la madre di Giacomo e Paola. Cioè Luciana Rita Angeletti, professoressa ordinaria, moglie del Magnifico. Proprio lei che prima di approdare nell’università del marito per occuparsi di Storia della medicina, insegnava Lettere al liceo. Quindi ci fu un momento in cui Luigi, Rita, Giacomo e Paola lavoravano allo stesso indirizzo. Anzi festeggiavano il matrimonio di quest’ultima nell’aula Grande di Patologia Generale. Oggi tutta la famiglia Frati può fregiarsi dello straordinario titolo di ordinario.

Tratto da http://www.corriere.it/cronache/10_dicembre_21/studenti-sapienza-manifestazione_f3d983ec-0ce7-11e0-a1b6-00144f02aabc.shtml


Chissà

Le passioni a volte sembrano così leggere, fatta di un misto di zucchero filato e aria, tanta aria. Tanto leggere da galleggiare e poi salire, salire su, fino al soffitto, e poi condensarsi lì, contro quella superficie così concreta. Arenarsi, rimanere lì, a farci venire la muffa sul soffitto. Chissà com’è che si sgretolano i sogni, che rumore fanno quando spariscono. Che ne è di quello che ci abbiamo messo dentro? Cos’è, cos’è che succede ai sogni di grandezza? A quelle che chiamavi le tue passioni, le ragioni che ti venivano a chiamare al mattino, ti alzano e ti porgevano una tazza di caffè. Perché un giorno ti svegli e ti accorgi di aver dimenticato le passioni negli altri pantaloni? Perché un mattino di Settembre ti chiedi dove siano finite le cose che hanno animato la tua gioventù, che ti hanno conquistato l’ammirazione di tua moglie. Quelle cose che i tuoi figli ora non vedono in te. Non che guardino all’uomo che si nasconde dietro la calvizie incalzante e la paghetta che gli consegna ogni sabato mattina.


E Misia

E Misia in quel libro. E le parole, e i pensieri. Quel dialogo fra me e me, a cavallo fra notte e risveglio, e ancora notte e svegliati. Quel riassumere la vita, sottolineare i punti critici, i punti di contatto fra me e una realtà che mi gratta via. E fatti forza, e fatti furbo, e resisti, e insisti. E quella continua a grattare. Che dopo un po’ viene il senso di ridicolo, forte, a riderti in faccia indicandoti mentre ti fai grattare via dalla vita. E che fai? Ridi anche se fa male, per non sentirti sciocco, cosí almeno diranno che hai autoironia, che sei un compagnone. Ti daranno gran pacche sulle spalle. E mica puoi sempre stare a lamentarti o parlare delle ferite che si imputridiscoo, della cancrena e di tutte le infezioni che senti aggredirti i tagli, come fossero brecce oramai indifendibili. Svuota le cantine se quelli sono già dentro, che non trovino nulla se non gli occupanti ubriachi. E non è una sconfitta, è un provare a sopravvivere con le unghie e con i denti. O forse si, lo è una sconfitta. Ma alla fine l’aria è satura di questa idea eroica e immolatrice del resistere, continuare a credere, sperare. Il machismo dell’anima, dello Spirito non è più di moda, stona nelle serate fra amici, fra conoscenti, nelle chiacchiere da bar, senza neanche più veli di sigarette in cui avvolgere pensieri, proiettare immagini. I dettagli poi, ben inseriti in un quadro generale, in quel riassunto ad uso e consumo dell’auto-analisi. Sono ancora qui, che sia un bene, che sia un male. Davanti a me lo stesso percorso, un altro giro. E spingi, e spingi,l’idea di base è che qualcosa alla fine ceda, si apra improvviso un passaggio per un percorso in cui gli stessi atti che qui non portano nulla là siano invece la soluzione geniale, la cosa giusta. Perchè io credo che gli atti siano giusti, o non saprei immaginarne di più giusti. È il risultato che è sbagliato.  Il dramma della cosa giusta è che è giusta a prescindere dal risultato che comporta. Questo lo trovo seccante. Vorrei riscrivere la funzione che correla atti a risultati, scelte a sensazioni. E nel frattempo, non so, leggi che c’è da leggere. Torna al lavoro, che c’è da fare. Scrivi, impara almeno.


Vorrei

Vorrei riappropiarmi della lentezza dei gesti, trovare gli spazi dove seminare e lasciare crescere le cose. Vivere con pazienza un lungo inverno, dove la fretta sia bandita. Ascoltare il rumore lieve, immaginato, di qualcosa che cresce e cambia forma, scegliendo i tempi, concedendosi pause, sguardi a ritroso, indecisioni. Poter aspettare che le cose accadano e non accadono. E accadono poi. Quando ho già spento la luce e sto dormendo.

Vorrei vivere questo mondo, vorrei viverlo a questo modo. Come una vecchia roccia che sorride delle cose per cui i ragazzi si affannano. Spogliarmi di orologi, e ritrovare i battiti sotto le scarpe o nei cassetti che non apro. Raccoglierli uno ad uno senza contarli. Senza farne una collezione.

E vorrei parlare piano e parlare poco. Ma dire parole lente e persistenti, che vadano a fondo nell’anima.

E vorrei sentire parole così, in un dialogo che vada avanti anni, un dialogo di poche battute. Tutte ben spese.

Vorrei ci fosse qualcuno a portare avanti questo dialogo, senza intenzione e senza pigrizia, solo il lento, naturale cadere delle sillabe, in forma che percorrono sentieri naturali, di quel genere che percorsi appaiono ovvi.

E nel mentre mi allenerò, parlando con un sasso e cercando di carpirne i ricordi e la pazienza.

E ora vado e chissà, forse un giorno saprò tornare.