…come l’ombra d’una lucidità

Se riguardo alla mia vita, e lo faccio, tenete conto, vi prego, con la lente di chi è poco dotato d’umiltà, sono contento della persona che sono diventato. E della forza che ho. Anche se non sempre la uso. Quello di cui mi rammarico e di non aver sempre dato agli altri, a volte perché non mi è stato permesso, a volte, forse, per mie colpe. Credo di averlo già scritto in questo ciclico e ripetitivo blog. E mi dispiace delle persone, in particolare degli amici, che ho sottovalutato. Di cui non ho compreso molte cose e anche, cieco, per averne dato per scontate le qualità. Ma in una vita che, a guardarla senza i paraocchi, non è giusta, bisogna saper accettare ciò che otteniamo senza averlo meritato, come il consiglio di questo libro, "Le città invisibili", donato ad un uomo di scarsa cultura. Insieme ad un cigarillo alla vaniglia. Donazioni disgiunte nel tempo ma riunitesi in questa serata. E si inciampa in brani:

Vi arrivai nella prima giovinezza, una mattina, molta genta andava svelta per le vie verso il mercato, le donne avevano bei denti e guardavano dritto negli occhi, tre soldati sopra un palco suonavano il clarino, dappertutto intorno giravano ruote e sventolavano scritte colorate. Prima d’allora non avevo conosciuto che il deserto e le piste delle carovane. Quella mattina a Dorotea sentii che non c’era bene nella vita che non potesse aspettarmi. Nel seguito degli anni i miei occhi sono tornati a contemplare le distese del deserto e le piste delle carovane; ma ora so che questa è solo una delle tante vie che mi si aprivano quella mattina a Dorotea

continuando ad inciampare, fra le righe di questo dono, che mi prendo stanotte, perché aspettare?

più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari della sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino

con il risultato di accorgersi di dovere delle scuse. Per alcune passati anni, per altri giorni.

Detto questo è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non e’ in queste due specie che ha senso dividere la città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati

una piccola confessione: vorrei scrivere qualcosa di simile a questo libro. Un tempo, senza sapere di questo, avevo cominciato un libro chiamato "la città che bruciò".

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l’uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano

Ed io, ancora, ne rubo la conclusione:

…cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Lungi da me poter collocare questa frase che troppo e troppo ha dentro sè. Ma uno, e non è che uno fra mille dei sensi che gli posso dare, è quello di ricordarmi che oggi è stata una giornata degna di essere vissuta e non tutte le mie lo sono. E allora cercherò ciò che vale. Ed è strano pensare che ciò che serve già lo sappiamo eppure abbiamo bisogno di ricordarlo e ricordarlo. Quanti grazie dovrei dire.

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