Montagne

Viviamo nelle metafore che immaginiamo.

Io ad esempio, immagino la Vita come una scalata su una montagna. Dietro ogni curva si nasconde una nuova salita. È possibile proseguire in una sola direzione: verso l’alto, seguire le indicazioni della fatica.

Ecco, a me sembra che questa montagna si fonda sul mio stress, sulle sfide, sulle sortite fuori dalla mia zona di comfort. Sul continuo ridefinire quello che mi sento a mio agio a fare, e poi forzarmi ad andare un poco più in là. Ecco, se mi sento bene, mi sento a mio agio, avverto il pieno controllo quello è il segnale per fare un nuovo passo, stirare un poco di più la gamba. Insistere.

Naturalmente ho avuto bisogno di carburante per arrivare fino a qui. Non me ne è servito mica poco. Ho dovuto consumare amici, fondendogli le orecchie di chiacchiere, sfogando la stanchezza, il mio scoramento di fronte alla ripidità che sembra sempre sorprendermi. Ovviamente ho dovuto dare fondo alle scorte di alcol. Senza alcol sarei fermo alle pendici, a guardare con diffidenza la massa minacciosa che si erge di fronte a me. L’alcol invece mi riduce la vista, mi permette di vedere solo il picco immediatamente di fronte a me. Molto meglio. La scalata appare tollerabile solo dal fondo di un Negroni bello carico. Specie il terzo. Il terzo è la chiave di tutto. Da lì in giù tutto è possibile, tutto è ottimismo.

Ogni scalata degna di questo nome si fonda sull’incoscienza, sull’incapacità di vedere il quadro generale è arrendersi. La mia arma segreta è la stupidità selettiva.

Satelliti

Quel millione di esperienze che ci hanno connessi, lo sai cosa hanno fatto di noi?

Ci hanno piano piano appreso i passi, i ritmi, gli schemi. Abbiamo cominciato a ripeterli, come per riflesso. È diventata una danza, la nostra danza di respiri e giorni, e gesti sempre più vicini. Me lo ricordo il ritmo del tuo respiro. Ci regolavo l’umore delle mie notti, influenzava lo scorrere del mio sangue.

Ecco, l’inseguimento è divenuto una danza. Ci siamo ritrovati satelliti reciproci, soli in un universo spaventosamente grande, infinitamente vuoto, ostinatamente sordo. Poi è stato silenzio, deriva, infiniti orizzonti, senza riferimenti. Dove il tempo si affievolisce e tace.

Nello spazio silente non basta coltivare risposte. Occorre coltivare anche le giuste domande.

Quando finisce un grande amore?

È una cosa strana ed innaturale che i grandi amori finiscano. Credo che finiscano perché siamo noi a finire, incapaci di rimanere fedeli a noi stessi.

Così c’era questa domanda, questo tentativo di comprendere: quando finisce un grande amore?

Potrebbe finire l’ultima volta che le lasci andare le mani. Quando la comunione finisce ed inizia qualcos’altro, qualcosa di diverso, qualcosa a cui non si è preparati.

Forse finisce l’ultima volta che la vedi, incrociandola per strada in un martedì da niente, proprio quando lei doveva fare quella commissione così banale, e tu sei già in ritardo. Le depositi le ultime gocce di malinconia ai piedi e te ne vai.

Ma magari non dipende da te: forse un grande amore finisce l’ultima volta che ti addormenti in un suo pensiero. Quando diventi quel ricordo che si fa fatica a richiamare alla memoria, che non è sempre lì in punta di dita, di cuore, di lingua, di desiderio.

Chissà, magari non basta neanche questo. Potrebbe essere necessario spogliarsi a poco a poco. Restare con nulla. Prima devi dimenticare la sua voce, poi perdere le risposte alle domande che la riguardano.

Forse devi lasciarle il tempo di cambiare, di rassomigliare meno alla donna che amavi. Lascia che cambi colore dei capelli, indirizzo. Che getti quell’abito che amava. In altre parole lascia il tempo alla donna che ami di morire, di fare spazio ad altro nello stesso corpo.

Potresti aver bisogno di compiere un’azione specifica: amare un’altra, imparare le linee di altri corpi, ridere a battute differenti, lasciarti adagiare su tratti di carattere diversi, esplorare altri cuori, e le loro pieghe sinuose, imprevedibili.

Ancora, potrebbe volerci una resistenza passiva. Attendere che la sua immagine venga a cercarti, percorrendo distanze siderali, scavalcando cimiteri di speranze, morte di stenti, orfane.

Forse è una missione senza speranza alcuna. Un grande amore, un amore davvero grande torna a cercarti, in modi diversi, lungo la tua Vita. A ricordarti cosa ti ha appreso e cosa ha ancora da apprenderti. A confrontarti con chi eri e con chi, con dolore, hai dovuto lasciar andare. Per essere altro, per essere vivo, per essere oggi.

Sopravvivere è un affare sporco; conservare l’eleganza diviene quasi impossibile.

Viaggiando

Sai, ho ascoltato ancora Rose Tattoo. La ascoltavo mesi fa quando i pensieri si agitavano come spettri attorno alla porta. Nel corpo intenzioni flebili, spauramenti, volontà accecate.

You will always be with me, even if you are gone. Si, lo so: certain are for showing up, others are for growing up.

Avrei voluto catturare tutto in un tatuaggio, come una miniatura capace di riprodurre fedelmente le cose che avevo vissuto. Perché temevo che altrimenti avrei finito anche io col non crederci. Col ritrovarmi incapace semplicemente di enumerare gli avvenimenti, e le meraviglie che mi erano passate per il sangue.
Non ci sono riuscito e oggi, credici o no, non me ne pento.

Oggi viaggio, faccio. Non provo: sono. A quel modo che rimbomba il terreno della pienezza delle mie intenzioni.

E allora cosa ti devo dire. Mi ritrovo così, sempre un poco più forte della Vita. Non è che sopravvivere non abbia un costo, beninteso, ma dovrò sempre di che pagarlo, e ancora, per proseguire lungo strade che prima non immaginavo. L’unica cosa a cui prestare attenzione rimane il non giudicare la strada che ho di fronte con gli occhi della partenza, quando pensavo ogni traguardo molto, ma molto più vicino.

Bellezza

Ho pensato cose diverse in giorni diversi. Le ho pensate in un modo intenso e carico, ma carico in modo leggero, a quel modo che i pensieri non si sparigliano, ti rimangono vicini, mentre prendono al volo il vento e lo usano per innalzarsi, per farsi dare la spinta necessaria a compiere un giro di valzer, una piroetta muta e perfetta.

Ho pensato alla bellezza e il suo modo di raggiungerti, oltre ogni recinzione. Pensa che stavo guardando questo telefim, provando ad associare le strade di cui parlavamo ai loro nomi mentre scorrevano sullo schermo. Poi hai fatto capolino sullo sfondo. Ti fingevi una comparsa, un personaggio dall’impatto minimale. Ti tradiva quello sguardo che smentiva il sorriso. Mi ha fatto quasi male questo tuo nasconderti, dove non ti cerco e non posso evitarti. Però eri bella di una bellezza a cui si perdona tutto. Mi sono detto che vi era solo pace, e memorie buone, e mille e uno inizi che quel tuo sguardo benediceva. Ho spento il computer, ti ho lasciata riposare nello sfondo di un telefim che peraltro credo non ti sia mai piaciuto.

La bellezza ha forme diverse, sai? Sono uscito di mattino presto, ho guidato fra strade spaesate. Una domenica mattina. L’ho vista nella sua bellezza lenta e costante. Torino certe mattina è così bella che ti si conficca un dolore nel petto all’idea di partire. Partire. Via da qui, dove le notti e le mattine sono molto belle. Per andare dove non vi è umanità ad attendermi. Solo io ed il mio sonno, le mie attese in aeroporto.

La verità è che mi sembra di aver appreso. Di accecarmi meno di impazienze, ansie, domande. Di essere più semplice. Di avere più spazio per la Vita.

In fondo si impara, dalla bellezza.

Barche di cartone

La Vita è quella cosa che le cose succedono. Siamo lì ad agitarci, a tentare di governare barche di cartone in preda a correnti molto forti, antiche, e dal carattere niente affatto facile.

Credo che sia giusto continuare a insistere, a dare pagaiate in testa alla corrente. A discuterci a quel modo lì, in cui lei non ascolta.

E non trovo drammatico qualche volta lasciarsi andare sul fondo dell’imbarcazione improvvisata, guardare l’acqua che già brama lo scafo. In fondo la differenza, concettualmente importante, non è tale da rendere inaccettabile una pausa.

Allora poi viene la sera, i viaggi, le scene di cui ti parlavo. Le valigie reciproche, le idee dell’ultimo minuto. I progetti buttati lì, come se la Vita ci appartenesse, e non fosse un gioco da rendere chissà quando, chissà poi perché.

Sorridiamo. Non c’è nulla a cui arrendersi.

Le cose davvero fondamentali

È facile distrarsi e mettere sullo stesso piano molti aspetti differenti. Confondere urgenze e priorità. Fare un gran macello e alla fine avere un quadro del tutto sbagliato del proprio umore.

Allora pensiamo a cosa conta davvero:

  • L’adenocromo
  • Il fatto che siamo scheletri che danzano. Siamo già morti ma ci osserviamo ad anni luce di distanza: è questa la ragione per cui non ce ne siamo accorti
  • Asso, e la sua saggezza travestita da follia
  • Il Bestia, poiché egli custodisce la scintilla della Vita
  • Il Braunbär perché a parte tutto, ti dimostra che qualsiasi difetto può essere lanciato nella stratosfera dal giusto sorriso e da un cuore marcio ma in fondo buono
  • Essere persone fondamentalmente buone, fondamentalmente decenti
  • Saper rimuovere chirurgicamente le persone che non sono fondamentalmente buone o che per qualsivoglia ragione non riescono ad essere fondamentalmente decenti. Prenditi un bel respiro e goditi l’assenza del puzzo di meschinità e rancori da poco
  • L’alcol, perché altrimenti saremmo morti di noia molto tempo addietro
  • Il tempo di cazzeggiare
  • Le altalene, ma non quando si mangia. Che poi uno dovrebbe arrivarci, no?
  • Le sfide
  • I propri limiti, che sono quelli che ci definiscono. Senza saremmo macchie di colore senza contorno. Nebulose. A nessuno interessano le nebulose
  • La capacità di accettare i limiti, anzi, innalzarli a motivo di vanto
  • Le memorie che come una legione ti marciano alle spalle. A spalleggiarti in presenti incerti. Le memorie sono l’opposto: certe, inesorabili
  • Le persone che ti assolvono. Facciamo che ci assolviamo a vicenda e un bel libera tutti? Una SPA dell’animo, con seduta esfolliante. Ce la meritiamo, no?
  • Gli amori che non si vivono, che avrebbero lasciato tagli. I tagli si scelgono con cura
  • Gli amori che finiscono. Perché senza dolore avrei capito ancora meno
  • Il tempo che si ha ancora, per essere stupidi