Risonanze

La stessa sensazione. L’attesa di partire ha sempre lo stesso sapore; quando aspettavo sulla banchina della stazione di Rosta il treno che mi avrebbe portato a Torino e poi via per la Francia; lo zaino grande, una tenda malconcia.

Lo stesso sapore, nelle lunghe ore fra un treno e l’altro, un biglietto inter-rail stretto forte. Che non volasse via, che avesse ancora chilometri da darmi, possibilmente abbastanza per tornare a casa, eventualmente abbastanza per portarmi a spasso fra lingue, costumi, esperienze, e barbone di Lione, e camere sporche a Valencia, e via discorrendo.

Lo stesso sapore mentre, arrivato troppo presto aspetto un decollo, salvo sorprese.

Lo stesso sapore mentre assisto all’atterraggio di quella strana astronave che è la stazione di Porta Susa, giù nel cuore di Torino che si sposta, placido.

Finite le slide, in viaggio, come da migliore tradizione, aspetto di arrivare a Firenze. Di tornare a Firenze. Senza i fantasmi delle visite a Madrid, soffocati dalla bellezza austera e impenetrabile di Firenze, schiva.

E allora aspetto di camminarmene da solo per le strade, di andare verso il fiume, di trovare un posto dove mangiare, di ricordare che sapore ha una birra sulle sponde dell’Arno. Quel sapore andrà a combinarsi con quella piacevole, sottile malinconia, di non essere a casa, ma dove sono null’altro che un piccolo disturbo in un mondo che non mi conosce. Mi piace. È una pace strana, mentre lasci che il tempo passi e ti riempi gli occhi di questo o quello.

Liberazioni

È stata anche una liberazione mettere su questo sito questo libro, darlo da leggere.

Era una liberazione feroce scrivere, allora. Quand’ho iniziato cos’era? Fine ottobre, inizio novembre del 2010.

E alcuni commenti che mi ha fatto chi l’ha letto sono giusti. È anche vero che alcune verità sono esasperate, alcuni fatti consumati.

Ma io oggi ho trent’anni e lo zaino più leggero. Io ho cominciato questo nuovo miglio e sono curioso.

E dai Semi verrà il tempo di passare a dei Riverberi di tempi diversi, forse amari in modo più sottile. Forse con l’unico torto di essere passati, con l’unica colpa di essere il sedimento di chi sono, di riposarmi nelle ossa.

Che io poi ora Sei ottavi, se capita, l’ascolto di gusto. Perché è una bella canzone e perché in ogni caduta già germoglia il seme di una rinascita.

Comunque, basta frasi così, a cadere a caso: in fondo da ragazzo avevo ragione a trovare tutta la saggezza che servisse fra i versi dei Guns. Altro che poeti inglesi!

I was the one who’s washing

Blood off your hands

I know the things you wanted
They’re not what you have had

With all the voices I’ve heard
Something has died and something is just changed