Aspettando (II)

Ho visto una rosa marcire. La decorazione, la carta lucida.

Dov’ero io? Ero nella rosa?

Ho visto articoli rigettati. Dov’erano le mie ore, erano in quegli articoli?

Ho visto un pomeriggio dormire, una sera svanire, una settimana intera polverizzarsi d’attesa.

Ero io a dormire, svanire, sgretolarmi?

Diciamo che mi pongo delle domande.

Sognare…

Ho passato molto tempo convinto di non sognare abbastanza.

E invece avrei dovuto sognare di meno e vivere di più.

 

La realtà a volte è contraria alle mie idee, ci sono cose che sopravvivono solo nella mia mente, che respirano quiete sotto al mio cuore ma là fuori… sfioriscono in vapore dal profumo di nulla.

 

Mi dispiace ma ha ragione lei. Ci sono fughe tanto meravigliose che forse spenderci una vita a mettergli il sale sulla coda non sarebbe uno spreco. Però viene il tempo di cambiare gioco. Di farsi male.

 

Perché quando ti perdi in un domani disegnato con i tuoi colori, quando scegli la lente con cui guardare alle cose crei la possibilità una frattura e in quella frattura cadono i tuoi giorni, le tue attenzioni volte a perfezionare quel tuo quadro.

Poi un giorno ti bussa la differenza insanabile fra ciò che è fuori, vero, e ciò che hai cristallizzato nella tua opera.

La tua forza di volontà non basta a ricucire quella frattura.

Perciò rimani da questo lato della barricata, dove lo cose sono vere e se fanno un po’ male, lo fanno in maniera onesta.

 

Il problema è fare il conto con quello che non hai. Mentre nei tuoi sogni quello che desideri è.

 

Qui… quello che non ho.

 

A volte penso che principalmente quello che non ho sei tu dalla mia parte.

 

Ma è una visione ristretta delle cose. Ci sono dei non ho che sono davvero irrinunciabili.

 

Che devi dire, e vivere.

 

Quello che non ho è paura.

 

Quello che non ho è tempo da sprecare.

Limiti

Come diceva Claudio (1), immagina di avere solo un mattino. Immagina di avere solo un mattino per definire il vero scopo, per comprenderlo e ricavarne alla fine un modus operandi. Una ricetta insomma: trasforma l’immagine, l’idea nella Vita Vera. Finché non senti odore di sangue continua ad amalgamare, impasta se ancora non senti male, rimescola se non ti viene da ridere.

 

E aggiungi un tocco di Rum. Uno al cuoco, uno all’impasto.

 

Ora immagina di avere un’ora, un’ora soltanto per definire come comportarti. La risposta, la gestione delle tue priorità. Smettila di impilarle, prendi la prima. Quanto vale l’orgoglio? Quanto il profumo di una rosa? Quanto vale il sapore di malto, il giro di carte, le parole incespicate malamente in una discussione con un amico? Scegli. Hai un’ora.

 

1: http://provaciancoracla.wordpress.com/2012/02/10/ecco-uno-arriva/

Servono limiti entro cui definire l’azione, tradurre in Vita onde lente che si spengono nella mente. Se è l’essere finita a dare un senso alla vita, osservane il riverbero nelle sue sfaccettature. Nei giorni, nelle ore.

Slip by

Ci sono foto che scivolano così, sul monitor, senza intenzioni premeditate: non frutto di una ricerca ma il ballare del caso. Da una foto possono venir fuori nuove angolazioni di realtà che hai vissuto.

 

A distanza di anni può vedere l’immagine di un pomeriggio d’estate. Faceva caldo, e non era un periodo semplice. Guardi la foto e, ora che sai qualcosa di più su quello che stava accadendo alle tue spalle, scorgi il riflesso tagliente di una ferita mentre ti veniva inferta.

 

E non è importante. Non è importante perché ci sono altre foto. Di sorrisi interi e completi. Di persone che non sono evanescenti giochi a darsi un senso quanto la solida ricerca di un modo di essere vivi, un semplice essere.

 

Se c’è la Verità, là fuori, se ne emergono pezzi senza un perché, allora io Vivo ora e non faccio della Vita un gioco triste, a lavare le cicatrici. C’è altro, di più importante.

Aspettando qualcosa

“Ha gli occhi più vivi che abbia mai visto in viso umano. Il resto della paccotiglia che chiamiamo umanità si crogiola davanti alla luce innaturale del televisore, aspettando l’apocalisse. Aspettando qualcosa. Noi tutti aspettiamo qualcosa. L’aumento. L’amore vero. Un regalo. Una sorpresa. Un figlio. La morte. Lui non sta aspettando. Non sa cosa vuol dire aspettare. Non vede il passato, non vede il futuro.”

“Ed è per questo che, mentre mi riparavo gli occhi da un sole spietato, non sentii paura, non sentii il richiamo del domani, non mi pentii di niente, salvo del tempo perso a pensare di poter raggiungere qualcosa. A volte, mi dissi, bisogna perdersi. E forse qualcosa ti raggiungerà.”

L’ha scritto Claudio. Avevo appena parcheggiato sotto Piazza Vittorio quando ho letto questo suo intervento. Ero in anticipo. Poi sono salito e ho aspettato. Altri a passeggiare sotto i portici. Decido di entrare a scaldarmi. Una birra, per iniziare la serata.

Arrivano poi gli altri. Parlo con Tonino, l’accento londinese. Cecilia offre un giro di assenzio, le zollette che si fanno masticare dall’alcol. L’assenzio comincia a fluire in onde lunghe, frustate morbide di cui non senti lo schiocco.

Parlo con Carlos, parlo con Hannah, parlo con Alice, con Paolo.

Molti bicchieri dopo stiamo ballando da Giancarlo, 2.

Ci sono sciarpe che si perdono e bottoni che catturano, li liberi e ricatturano. Avranno ragione loro. Non bisogna fare rumore che Dragos dorme.

Ci sono mattini che arrivano, così, non te ne accorgi. Ci sono rientri a casa alla nove del mattino. C’è un clacson a svegliarti al semaforo.

Ci sono ore di Motel Connection e musica elettronica mentre provi a scrivere quella parte di articolo. I battiti scaglionati si mescolano ai comandi di R, ai cicli, ai data frame, a Latex e le sue opzioni, alla pizza nel pieno pomeriggio.

E Claudio ha ragione.

 

So feel that sun liquefying

Hear your sough in time

So hear the sound that survive

 

Le cose là fuori

Ci sono le cose là fuori.

 

Da qualche parte, dicono poi che ci siamo anche noi.

 

Reale? Io?

 

I lineamenti che mutano, i desideri che si affinano: li temperi, si spezza la punta, li getti via snervato.

 

Prova tu ad essere alto un metro e sognare la collezione dei Cavalieri dello Zodiaco per poi ritrovarti poco dopo confuso dal suo profumo di vaniglia.

 

Come niente ti trovi ad ascoltare Firestarter e ubriacarti, De André e non capirlo, gli 883 e rimpiangerli.

 

Sei sempre convinto di avere stretto in mano il filo di te stesso? Non è forse l’inerzia quella che ti spinge a inseguire sogni che si sono già consumati, che hanno perso la loro carica? Non ti riesce di ammettere che la maggior parte dei desideri non erano neanche i tuoi, usato sicuro. Sacrifichi la vita ai desideri dismessi di qualcun altro. Il genere di errore che il mio comodino non farebbe.

 

Puoi anche realizzarlo a un certo punto e la fottuta inerzia continua a guidarti, verso coste che non ti interessano più, verso secche ormai inevitabili. Consumati, se ti va.

 

Allora scegli ogni giorno cosa desiderare. Guarda il sentiero, non mete che raggiungerai in una pelle diversa da quella che indossi ora. Vuoi spendere i tuoi vent’anni per soddisfare un quarantenne che magari non berrà neanche più la tua marca di birra preferita?

La meta non ti appartiene, è di quell’altro; ma la strada è tua. Scegli quella. E smetti di ascoltare le vecchie canzoni: lei non tornerà, e comunque ormai il tempo si gioca a dadi le sue rughe e il suo culo basso non distrae più nessuno.

Oltre il mare

Giornate impegnative: finisco con l’essere stanco, nervoso alla domenica sera, arrabbiato al lunedì sera, quando non ce n’è motivo. C’era quel video, ieri, che invitata a riflettere come ciò che inseguiamo non ci soddisfi più due settimane dopo averlo raggiunto: cerchiamo sempre nuove vette, nuovi “inner circle”, nuova competizione. Riflettiamo sul buono, sul raggiunto. Non arrabbiamoci con Vodafone. Mettiamogli una bomba.
Cosa ci fosse oltre il mare lo scoprirono solo coloro che lo solcarono.
Degli altri si dice snocciolino sguardi lungo le coste, li rivolgano alle loro faccende e lascino pensieri qua e là, a colare verso riva, a ferirli di distrazione. La notte i tarli si insinuano fra i loro cattivi riposi.
Coloro che partirono invece, sbarcarono poi fra l’acqua fredda, la ghiaia a ferire i piedi, alte palme a distrarli dalle memorie del ritorno.

Ero stufo di provare nostalgia per un un futuro che non c’era e così fui fra coloro che si imbarcarono.

Passate che ebbi le Canarie, seguii come molliche di pane le Pleiadi. Non le raggiunsi mai e ancora ho di che viaggiare, di che consumare scafi e suole.
Dall’altra parte della costa posai diligentemente il mio nome sulla sabbia: a cosa serve averne uno dove non ci sono città, né osti, né conti da pagare?
Preparai il ritorno bruciando le navi. Quel caldo saluto era un addio o un benvenuto: non ho mai capito appieno la differenza.
Camminai fra le terre che qualcuno chiamava possibilità mentre altri vi ambientavano storie di uomini neri al duplice scopo di spaventare i bambini e scoraggiare sé stessi dal desiderare troppo forte, troppo in là quando c’erano confini rassicuranti e mari a dividere il raggiungibile dall’eccesso.
Incontrai sovrumani silenzi, e dapprima col mio semplice sopravvivere, poi con il coraggio della disperazione imparai ad abitarli.
Smarii il senso del ritorno, camminando lungo quella che ora chiamano la Gran Via e che allora non aveva nome né per me, né per i pappagalli multicolore che incontravo. Era solo strada e significava “metti un piede di fronte all’altro. Ancora”.
Arrivai dovunque dovessi, perché non c’era fine, in quella strada lunghissima tanto da non chiedere di essere percorsa tutta, tanto da non sfibrarti di domande “Quanto manca?”. Mi parve di udire in sottofondo la risposta: “Più di una vita. Riprendi a camminare”.
Dall’altra parte del mare, c’è un mare intero a separarti dalle tue paure.