…la spugna gonfia di materia vitale che non scorre più, l’ingorgo di passato presente futuro che blocca le esistenze calcificate nell’illusione del movimento: questo trovavi al termine del viaggio.

Italo Calvino, Le città invisibili.

Esiste un libro che possa sfiorare la grandezza di questo?

Oggi dal treno il sole sorgeva rosa, un taglio nel cielo. Come un giorno fosse una sentenza netta. Quella ragazza che ti da del lei, quegli anni fra te e i freschi universitari che iniziano a scavarsi. Un’altra lei, d’una apparente bellezza asettica, finché tace, poi parla e le sue fragilità emergono brillanti. Ecco, le fragilità, proteggere le fragilità di qualcuno. Questo sì che è sarebbe senso forte. Precluso, oggi.

Domani è ancora Milano, è ancora Bicocca.

 

L’arrivo del Viandante

“È il tempo” – disse il Viandante – “È il tempo l’unica cosa che conta. Sì, il tempo: quello spazio vuoto che sembra franarti sotto i piedi, quell’idra ingorda che ti divora e che continua, continua a mangiarti i giorni. Perché mentre tu aspetti ciò che conta, mentre aspetti il motivo ultimo del tuo vivere, mentre aspetti di incontrarLa, mentre aspetti l’occasione per mettere in luce quel tuo talento, mentre aspetti l’opportunità di un nuovo giro di carte è in quello spazio che puoi compiere quell’unico gesto che dica veramente qualcosa di te. Sai, può capitare a tutti un colpo di fortuna, un vento buono che ti porti una donna da sogno, un lavoro di prestigio, soldi in abbondanza. Che cosa può dire di te raggiungere uno di questi traguardi? Nulla, potresti esserci inciampato mentre cercavi altro. Ma c’è uno spazio, quello spazio che sembra morto: il tempo dell’attesa, il tuo periodo buio e apparentemente vuoto. Quello spazio è lì per un motivo preciso, darti la possibilità di credere. È lì e solo lì che puoi acquisire un merito che sia tuo ed esserne orgoglioso, è quella la tua occasione di distinguerti per chi sei: uno che crede o uno che aspetta, seduto lungo il fosso come uno stronzo qualunque. Credimi, farà tutta la differenza del mondo. Forse troverai ciò che aspetti e ti ricorderai di avere coltivato quell’attesa, ricorderai la difficoltà e il valore di quel tempo, dei minuti che passavano lenti e in cui investivi la tua fiducia. O forse non troverai mai quello che cerchi ma non sarà questo ad averti sconfitto. Che tu mi creda o no ho incontrato degli uomini che hanno continuato a credere per tutta la loro Vita”.

Un po’ di link sul viaggio

Perché viaggiare da soli:

http://www.eurotrip.it/2011/08/perche-viaggiare-da-soli.html

 

 

 

 

 

Tesi sul senso del viaggio:

http://www.markos.it/quaderni/sensodelviaggio.pdf

 

Per quanto mi riguarda, io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare. La gran cosa è muoversi, sentire più acutamente i bisogni e le difficoltà della nostra vita; scendere da questo letto di piume della civiltà, e sentire sotto i piedi il granito del globo ricoperto di sassi taglienti. (Robert Louis Stevenson)

Piccole novità

Piccole novità, in attesa di quelle grandi.

Da stamattina ho due tessere in più: quella dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Torino e quella del Goethe Institut.

Da Ottobre inizio il corso di livello A2.2, da subito posso invece timbrare qua e là o indossare la spilla dell’Ordine (discutevo proprio ieri di come migliorare il mio stile, quale aggiunta potrebbe essere migliore?)

E poi provare la nuova mensa del Poli. Che non è male.

Ora però lavoriamo su novità più interessanti, ok?

Ti ricordi?

“Come sta?”

“Non bene, si lamenta tutto il giorno, piange”

“L’hai portato a far vedere?”

“Sì”

“E cosa dicono?”

“Che gli dispiace”

“Ah. Vengo da te allora, ok? Vivi sempre lì?”

“Sì, sempre lì”

“A fra poco allora”

 

Lei aprì la porta, gli occhi confusi da cerbiatto fuggivano quelli di lui. Lui rimase lì a guardarla boccheggiando parole che sfuggivano. Dopo qualche secondo lei, cercando di suonare convinta, disse “avanti, entra”.

E lui entrò.

 

Nella stanza c’erano ancora tracce di un passato non remoto ma ormai sciacquato via da eventi di varia natura. Una intera generazione di emozioni si era succeduta e un continuo fronte d’onda di mutamenti aveva colpito quella casa. Rimanevano qua e là tracce, quasi reperti archeologici, d’un tempo passato: qua un boccale di birra rubato a Brasov, là una bottiglia mai aperta di un liquore sloveno. Una foto di Barcellona: loro due abbracciati e lo sfondo glorioso d’una città inginocchiata al parco di Dalì.

 

“Dov’é?” chiese lui

“Di là, in camera”

“Posso vederlo?”

“Certo”

 

Un gatto bianco stava respirando in maniera irregolare, sdraiato al centro del letto.

“Da quant’è che sta male?”

“Qualche settimana: prima è diventato più aggressivo…”

“Intendi ancora più aggressivo? Ma se era sempre un demonio!”

“Col tempo s’è calmato. È invecchiato anche lui”

“Questi sì che sono cambiamenti”

“A te non piacciono i cambiamenti”

“Non è quello, é che le tracce che rimangono mi confondono. Tutto mi rimane qui” – si indicò il petto – “e alla fine faccio fatica ha capire cosa è vero oggi e cosa lo era dieci anni fa”

“Capisco”

Lui riprese “quindi non c’è speranza?”

“Non fanno la chemioterapia ai gatti. Credo che… morirà prima o poi. Probabilmente entro pochi giorni”

“Cavolo. Quanti anni ha ormai? Dieci?”

“Undici. Lo trovammo poco prima che ci lasciassimo”

“Sì, mi ricordo”

“È passato tanto tempo”

“Sì. Ma non è passato in maniera onesta: è sgusciato via come un ladro” disse lui risentito.

“Non ti ha dato il tempo di fare molto?”

“Forse sì ma io non ho colto le possibilità che mi ha dato. Come per non ammettere che ogni giorno andava e non tornava”

“Pigro e presuntuoso come al solito”

“Certo, piaccio così”

“Se andassimo di là e bevessimo qualcosa?”

“Volentieri, così mi racconti un po’ di te”

 

E parlarono: di lavori, relazioni, lutti e fasi che avevano costellato gli ultimi dieci anni. Compressi fra un bicchiere di Chardonnay e un ricordo lustrato di tempi lontani, di una relazione affogata fra la polvere.

 

“Ma tu te la ricordi la felicità?” chiese lei.

“Non proprio. Mi ricordo però che aveva colori brillanti. Dopo, mi fecero male gli occhi per mesi”

“Anche a me, sai”

 

“Sei più stata felice?”

“Non so dirtelo, non me lo ricordo più bene come fosse essere felici”

“Io me lo ricordo: odori, tempi, sensazioni. È che non mi ricordo come si fa a essere felici”

“Credi sia peggio?”

“No, credo sia meglio. Per me intendo, io devo credere. Per te forse sarebbe peggio però” disse sorridendo.

“Credo mi confonderebbe. Passerei il tempo a fare confronti, a chiedermi ‘è esattamente questa la felicità? Ci sono dentro?'”

“Era più facile essere felici e non doverselo chiedere. Essere felici di soprassalto”

“Decisamente”

“Non incontri più idioti ubriaconi che vogliano fuggire con te?”

“No. Incontro personaggi di ben più alta caratura, ragazzo”

 

Sulla porta lei gli chiese: “Tu pensi che sarò mai felice?”

“Io lo spero. È qualcosa di più che pensarlo”