Sedicesimi

Ogni persona che incontro e da cui poi mi separo, ognuno alla ricerca dei propri buoni sentieri, ogni esperienza che escludo per viverne un’altra.

Per nessuna, per nessuna di queste ho un rimpianto, un desiderio di cambiare la mia scelta.

Per tutte e per ognuna di queste ho un pezzo di cuore che l’osserva e la prega di perdonarmi. A ognuno di queste sono affezionato e ho bisogno di vederla vivere, anche se solo nel mio cuore.

Mi ritrovo quindi il cuore in sedicesimi, i pezzi sparsi per le vie e i sentieri e le diramazioni infinite di una vita che adoro e che nei mesi colleziona nuove sfumature, che la decorano e mi incrinano per la commozione.

Eppure non succede mai che non mi rimanga abbastanza cuore, che perda la voglia di innamorarmi di un’idea, di un concetto, di un rapporto, di un’amicizia, di un’abitudine, di un luogo. Perché io ci credo. Questo è ciò che sono e non l’ho perso, nonostante questo.

Questa è la mia vittoria e la cosa che più contava.

Provando a pensare alla felicità

C’è un tipo di felicità che riposa serena attorno a scarpe rotte, corse nei campi e lunghe pedalate in biciclette.
E ce n’è un tipo diverso, più difficile da costruire, che speri di trovare più in là, i bordi nebulosi, in attesa di definirla. Per provare a muoversi in quella direzione servirebbe temperare i desideri, ridurli all’osso, capirli e muovercisi per tentativi e pause e tappe che non sai quando ripartirai. E’ più un casino, un fottuto casino.

Capita

Capita che tu sia un cerchio ed io un taglio. Io un perpetuo tramonto e tu l’est che culla il fiume.

Capita, credimi. Capita a prescindere dal numero di birre, imprecazioni, chilometri, stridii di denti, buoni propositi, dinieghi.

Così come capita di scivolare lungo il fiume e giù nell’acqua. E tu la immaginavi più fredda, io la credevo meno torbida; che da lì si potesse vedere ancora la riva, ciò che ero, ciò che vestivi e l’albero maestoso dietro cui mi nascondevo da ragazzo. E allo stesso, identico e speculare modo, capita di rimanere a custodire le sponde di quel fiume armati di sorrisi buoni per questa sera che continua a cadere eterna senza mai toccare terra, senza mai sfiorarti i capelli. E se capiterà che ti vedrò passare, di lontano, osserverò la scia dei tuoi giorni liberi, ovunque essi debbano condurti, come un padrone dolce. E chissà chi è che guida loro.

Capita. E’ il suono dolce di una parola, che non é un ricordo ne un addio. Solo una parola dolce, là lungo il fiume.