Non è che voglio dire proprio qualcosa

E’ che magari torni e non c’è niente sul fuoco, come dire, nessuna minestra che venga ad aprirti la porta. Come essere un numero primo e quel che ne consegue; ti moltiplichi un po’ con me? Ma è più complesso di così, you know. I colori ti danzano attorno e se proprio glielo chiedi ti stringono le mani, a volte poi ti giri ed il pavimento s’è tenuto un pezzo della tua ombra, ma che ci vuoi fare? Ci sono momenti, ma più che momenti sono schegge di momenti in cui ti sembra che poi per vivere basti chiudere gli occhi ed ascoltare la musica. Solo che poi li riapri e ti accorgi che la vita sta parlando con quello a fianco a te, capisci che ci vuole un minimo di collaborazione da parte tua. Come saper governare sapientemente le correnti, non dico lottarci. Poi si, si cena tutti insieme nel piano di fronte, il G5, e devo andare a recuperare dei piatti da casa mia, l’H5 perché non bastano. Ma condividi, scambi nuove teorie. Chi di voi, onestamente, sapeva che il Portogallo è stato scoperto da dei ragazzi brasiliani pochi anni fa? E chi fra voi sapeva che questi ultimi hanno impiegato tanto tempo a raggiungerlo solo perché hanno voluto aspettare una buona offerta da Ryanair? Poi giù al bar del K4. Lo capisci proprio che non ti vogliono se organizzano una serata con cinque happy hour consecutivi. Birra a sessanta centesimi, vodka lemon ad un euro… e tutto va come deve andare, australiani riportati a braccia in camera. Belghe diverse fra loro che fanno le schegge ognuna a modo suo. Mojca a volte fa davvero crepare dal ridere… eh eh eh. Daeniel va lì e si prende sei sangrie e balla così… che ci vuoi fare, è che tutto ruota, che ti bussano i sensi a destra e a manca. Eppure tutto è semplicità, d’altra parte tutto tace.

Non lo so, forse è davvero possibile sopravvivere per un inverno senza caldarroste, senza neanche il loro profumo nelle strade.

Perchè l’alcolismo è una cosa meravigliosa

Stuttgart Volksfest 2008

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E ricordate che i vostri etilometri non placheranno la nostra sete

Schluss machen

"non so dire da quanto sono qui ma mi rendo conto solo ora che si tratti della mia stanza… i minuti passano ancora e mi rendo conto di essere da solo. Grazie a Dio ho un lavandino in camera…"

recupero la possibilità di usufruire della posizione eretta per più di cinque minuti consecutivi solo verso le sei del pomeriggio del venerdì. Il corso di tedesco, inizio alle 9 del mattino, sfortunatamente ricade in quel periodo di oblio, quel solco di tempo fra la morte e la vita, quel periodo di riflessione necessario a scegliere di continuare ad esistere sotto forma, per quanto poco credibile, di essere umano, spogliarsi delle apparenze di larva.

Il Sabato si è lì, erasmus a secchiate e comitive da Darmstadt ed oltre. Sotto i tendoni della Volksfest di Stuttgart, seconda solo all’Oktoberfest. Quel suo clima più familiare, più di paese, probabilmente più tedesco. La gente in piedi sui tavoli, le birre travasate per consolare un bicchiere che tintinna sempre più vuoto ad ogni brindisi. Le birre semplicemente fregate. Leggere al portafoglio e all’anima.

Di porte poi ne chiudi tante. E un po’ non sai neanche perchè, chiamiamola paura di fare corrente. Rinunciare e spogliarsi. E’ un po’ questo che significa andarsene. E’ davvero un po’ morire, lasciarsi morire anche nel ricordo degli altri, sentirsi un poco trasparente alla vita, come se la luce potesse attraversarmi e benedirmi del tutto. Ma è sopratutto nei propri confronti. La metafora di questo spogliarsi è proprio quel periodo di incoscienza che passi nel letto dopo l’ennesima sbornia (ma è legale che mi facciano i cocktail ad 1.50 euro nei bar interni dello studentato? Mi vogliono morto!) cercando di concentrarti su poche cose essenziali. Come respirare. Come trattenere qualcosa dentro, chessò, un bicchier d’acqua.
Recuperare l’essenziale. Così essenziale da fare paura a volte.

Mmmm non mi metterò a parlare adesso dei pericoli del voler svuotare troppo le cose, del voler trovare il senso solo in sè, solo di per sè. Però ricordo bene quel momento, sulla panchina delle fronde in cui realizzai… il futuro esiste anche perchè io possa tediarvi con tali argomenti la prossima volta…

Fast richtig

Oggi dopo tre settimane di strani fenomeni alla gamba mi sono deciso ad andarmene all’ospedale. Rifuggita la tentazione di rivolgermi ad un medico che parli italiano (ce n’è uno a Karlsruhe) ho trovato qualcuno che sapesse dove fosse l’ospedale (non è banale quando frequenti principalmente altri stranieri [che poi è facile diventare stranieri, basta spostarsi e tac, sei tu lo straniero, quello per cui le cose sono diverse {che questa chissà chi se l’è pensata}]).
Comunque dopo un lungo pedalare entro. Il centro informazioni è chiuso, anzi peggio, è geschlossen. Quindi mi avventuro in questa specie di parco, fra questi grandi palazzi. Entro in uno di questi, corridoi deserti. Vago. Comprendo la sensazione di ritrovarsi l’unico sopravvissuto ad un olocausto atomico, qui alla fine della civiltà fra lunghi corridoi e stanze ed ancora corridoi e nessuna voce, nessun camice, nessuna apprensione umana a fare da corolla. Come la visione claustrofobica di un pazzo. Dopo alcuni minuti di vagare mi imbatto in quello che credo sia un infermiere (o un tecnico che verifica la riuscita dell’esperimento di cui sono cavia…) mi porta ad uno sportello, mi rimandano ad un altro. Ecco l’accettazione dello ZNA (ovviamente dovevo andare allo ZNA! Come potevo essere tanto sciocco da ignorarlo!). No, qui non parlano inglese. Biascico tedesco come una lumaca che cerca di sbaveggiare fino in cima all’Everest. Pare che capisco ciò che intendo. Qualche decina di minuti dopo inizia la mia gimcana fra dottori che non capiscono che diavolo abbia, prelievi ripetuti perchè hanno rotto le boccette coi miei campioni (no perchè tanto il mio sangue cresce sugli alberi, no? :D ). Mi porta via il pomeriggio, è vero. Ma alla fine è che cerco proprio occasioni in cui cavarsela a stento, sudare un poco, spingere concetti nelle menti altrui a furia di gesti di discorsi a parole miste, di sguardi. Che poi fai sfuggire che sei figlio di un medico al momento giusto e quell’esame che ti avevano già detto di andarti a fare privatamente te lo fanno… questa Germania non è quella che pensate. Qui i treni sono più in ritardo che da noi (anche i costosissimi IC/ICE), si perdono le pratiche, rompono le boccette. Ti seppelliscono di scartoffie che nessuno sa a cosa servano. La differenza è che nei salotti non passano il tempo a dirsi "ma sai, siamo in Germania, qui non funziona nulla". Per il resto è uguale. Però HaDiKo è magia. Specie quando a due porte dalla tua camera c’è uno sgabuzzino con le birre dove ti puoi servire e che qualcun altro provvede a riempire ed occuparsi dei vuoti (sapete, la storia malefica del pfand, una cauzione su ogni bottiglia che comprate al supermercato…).

Alla fine vi voglio bene, dai.

Ed io mi sono perso il matrimonio di Laura…