Balconi

Un pallone abbandonato in una fioriera, giocattoli sparsi sul balcone. Quanto tempo è passato. La cerniera della giacca fatica a chiudersi e la bottiglia d’olio scivolatami dalla mano spacca un boccale sottratto in qualche pub. Materia, non mi riesce di badarvi; so bene che però le schegge di vetro, conficcandosi in un piede perennemente nudo, potrebbero ottenere di suscitare un mio distratto disappunto. Stasera Goliardia, oggi il balcone e guardar sotto e tutt’attorno. Penso a quello che sono, che così in profondità si nasconde, esiliato nelle uscite al pub che mi vedono allegro compagnone pronto ad una bevuta. E’ qualcosa che ho iniziato a fare acquisendo più in là la convinzione, i momenti di pace che mi dava quel mio esercitarmi al cambiamento, come un gioco a distrarmi. E poi le cose sono cambiate ed ora posso essere solo quello che mi va; e sono molte cose diverse semplicemente però non ci sono sempre le occasioni perché alcune parti di me, che considero la mia radice, possano venir fuori. Spero che non appassiscano, ma sarà un pensiero che mi viene guardando le piante sul balcone della vicina, scomparsa da quasi un anno e che la nipote, subentratale, non ha mai tolto. Chissà quanto rimarranno lì. Troppo pesanti per poter essere rimosse, le piante della signora Renata.

…come l’ombra d’una lucidità

Se riguardo alla mia vita, e lo faccio, tenete conto, vi prego, con la lente di chi è poco dotato d’umiltà, sono contento della persona che sono diventato. E della forza che ho. Anche se non sempre la uso. Quello di cui mi rammarico e di non aver sempre dato agli altri, a volte perché non mi è stato permesso, a volte, forse, per mie colpe. Credo di averlo già scritto in questo ciclico e ripetitivo blog. E mi dispiace delle persone, in particolare degli amici, che ho sottovalutato. Di cui non ho compreso molte cose e anche, cieco, per averne dato per scontate le qualità. Ma in una vita che, a guardarla senza i paraocchi, non è giusta, bisogna saper accettare ciò che otteniamo senza averlo meritato, come il consiglio di questo libro, "Le città invisibili", donato ad un uomo di scarsa cultura. Insieme ad un cigarillo alla vaniglia. Donazioni disgiunte nel tempo ma riunitesi in questa serata. E si inciampa in brani:

Vi arrivai nella prima giovinezza, una mattina, molta genta andava svelta per le vie verso il mercato, le donne avevano bei denti e guardavano dritto negli occhi, tre soldati sopra un palco suonavano il clarino, dappertutto intorno giravano ruote e sventolavano scritte colorate. Prima d’allora non avevo conosciuto che il deserto e le piste delle carovane. Quella mattina a Dorotea sentii che non c’era bene nella vita che non potesse aspettarmi. Nel seguito degli anni i miei occhi sono tornati a contemplare le distese del deserto e le piste delle carovane; ma ora so che questa è solo una delle tante vie che mi si aprivano quella mattina a Dorotea

continuando ad inciampare, fra le righe di questo dono, che mi prendo stanotte, perché aspettare?

più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari della sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino

con il risultato di accorgersi di dovere delle scuse. Per alcune passati anni, per altri giorni.

Detto questo è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non e’ in queste due specie che ha senso dividere la città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati

una piccola confessione: vorrei scrivere qualcosa di simile a questo libro. Un tempo, senza sapere di questo, avevo cominciato un libro chiamato "la città che bruciò".

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l’uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano

Ed io, ancora, ne rubo la conclusione:

…cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Lungi da me poter collocare questa frase che troppo e troppo ha dentro sè. Ma uno, e non è che uno fra mille dei sensi che gli posso dare, è quello di ricordarmi che oggi è stata una giornata degna di essere vissuta e non tutte le mie lo sono. E allora cercherò ciò che vale. Ed è strano pensare che ciò che serve già lo sappiamo eppure abbiamo bisogno di ricordarlo e ricordarlo. Quanti grazie dovrei dire.

Distrazioni, avete perso una battaglia

Qualche mese fa parlavo di distrazioni:

il tempo passa e mi ritrovo a sognare meno forte, a smettere prima di arrivare a sanguinare

E quindi vorrei ricordarmene, ora che ho rivisto lo scorcio di una stanza che avevo chiuso, che avevo perso e più frequentato. E mi sono stupito. Ecco. Forse non sarò sempre capace di sognare tanto forte come ora ma voglio almeno evitare di dimenticarne il sapore, affievolirlo.

Per il resto dispensa consegnata, si inizia a lavorare per il programma che devo fare per quel perito e c’è sempre quell’altro progettino in sospeso. E il poli chi se lo ricorda più…

Che tempi…

Intensità

Adoro scovare queste frasi. Adoro le canzoni, i testi e le situazioni che all’interno di grande volgarità nascondono una perla di delicatezza. Preferisco il vivere, l’agire intenso e pieno d’errori e di passioni, di sentimento alla frigida e vuota educazione. Sono solo quattro parole in croce ma eccole:

Amore mai trovato

in giro per la terra

quello che ti ho narrato

dentro al tuo Cuore serra.

Precedute e seguite da riferimenti osceni. Ma voi parlate mai a qualcuno che non avete ancora incontrato?  Mi sembra una cosa stupida ma anche così ingenuamente bella. Anche se va rafforzare la mia idea che spesso ci si innamori di una idea più che di una persona, spinti più dalla voglia d’innamorarci che da quello che troviamo.  Forse è giusto sia così.

…niente…

Sto provando a rimediare alla mia limitatezza musicale provando ad ascoltare qualche nuovo gruppo che ancora non abbia avuto modo di raggiungere il mio regale apparato uditivo. Pink Floyd. Riascolto, come da far mio, mille e mille volte un solo pezzo:

Wish you were here

So, so you think you can tell Heaven from Hell,
blue skies from pain.
Can you tell a green field from a cold steel rail?
A smile from a veil?
Do you think you can tell?
And did they get you to trade your heroes for ghosts?
Hot ashes for trees?
Hot air for a cool breeze?
Cold comfort for change?
And did you exchange a walk on part in the war for a lead role in a cage?
How I wish, how I wish you were here.
We’re just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year,
Running over the same old ground.
What have we found? The same old fears.
Wish you were here.

Poi oggi pomeriggio lo passo nello studio di un perito a discutere di un programma che dovrei realizzargli. Torno a casa alle nove e la sera sono di nuovo a riascoltare questo pezzo. Senza soffrire per nessun ricordo mi venga in mente. Ripensare a tutto con un sorriso, pensando alla prossima volta in cui sarò in uno stato tale da commuovermi per una canzone come questa, quando avrò un motivo per dire Wish you were here.

End of Week-end

Venerdì insonne, d’un paio d’ore appena consumate a riposare. Sera di birre sospirate, meritate forse, a seguito d’un preludio ballerino in uno di quei locali che son popolati da animatori che lanciano i balli, fanciulle entusiaste di sfoggiare, beh, un po’ tutto e barman che ti pinzano la drink card. Che si può fare, assonnati e privi di birra a buon mercato, se non dividere l’ennesima lamentela, sempre più stagionata, sulle donne causa di tutti i mali il più grave dei quali è il non esserci. Ma poi le amiche le vedi scatenarsi felici e sei contento di essere lì anche se non ti disperi per la chiusura non tarda del locale che ti lascia il tempo, appena appena, per irrompere all’Eagle house a rimandare il sonno dei gestori; lì a parlare di vecchi amori, passati e passati, senza indecisione quasi senza rispetto. A ricordarsi di parole dolci e sentite, sguardi, promesse che suonavano così vere e non saprei dire se dipendesse solo dal mio orecchio ingenuo. Mi piace pensare di no.

E sabato. Sabato c’è una vera festa. Prima di andarci, raccattati gli amici, si sta un po’ a naso in super via dell’annunciata eclissi lunare. Ammetto che pur concedendo a questo spettacolo qualche occhiata furtiva per lo più ricambiavo l’indifferenza che la luna mi mostrava un po’ perché questo genere di eventi mi sembrano molto più meccanici che poetici ma soprattutto perché so che quando si rimetterà quest’abito rosso fra vent’anni al mio posto troverà un uomo che non conosco, un me adulto che non saprà che farsene delle mie esperienze dei vent’anni accumulate fra sbronze colossali e colpi al cuore (generalmente nell’ordine inverso). E poi questa festa parte ed accelera. Un luogo magico, fra una vecchia macchina americana parcheggiata in giardino, musica eccezionale in un rustico pieno di gente folle. E un gran bar. Io finisco col prendere una zolletta di zucchero. Lo zucchero non lo uso mai ma faccio un’eccezione per questo quadratino imbevuto d’assenzio. E sambuca, e mirto e birra e… e si ho bevuto un po’ troppo. Non sono l’unico con Micol che passa la serata abbandonata su Ciube che prende così seriamente il compito da non alzarsi nemmeno per andare a fumare. Sorprendente.

Mattinata cereale

La solitudine dei cornflakes che affogano nella tazza. E’ mattino, è mattino per davvero, fra i clacson che suonano e il sole che, beh si fa desiderare. E pensare che ieri me ne stavo con la giacca ripiegata su un braccio, che caldo, a sognarmi quel mare di lucciole che apparirà entro qualche mese in quel posto che io conosco, le serate in maglietta, le escursioni, le notti in tenda. Però a me piace questo grigio di oggi, anche se fa un po’ male al mio sentirmi solo e mi fa venire voglia di fumare, passeggiando per le strade fra me e me, forse solo per accorciare d’un minuto questa vita a volte troppo d’attesa. E’ che c’è troppo posto, ed un poco di vuoto mi rimane sempre dentro.