Fuga

Voglia di fuga. Davvero, un bisogno che occupa tutto me stesso. Individuare una meta è solo un dettaglio, il luogo non ha importanza, l’essere altrove è il solo requisito. Alla solitudine ho fatto l’abitudine, per quanto sia possibile. La TV non mi fa più compagnia, un foglio bianco non assorbe più il sangue che sgorga copioso. E i vincoli cadono appropinquandomi al limite per cui mi chiaman folle. Quello che dovrei fare per guarire é riprendere il ritmo delle cose, la routine. Impegnarsi, studiare, recuperare. La testa forse non tacerebbe ma sicuramente abbasserebbe la voce. Ma io non sono saggio, io rifuggo la soluzione corretta, la guarigione. A leggere questo mio blog devo apparire come un misantropo avulso da rapporti sociali ed invece il mio psicodramma va in scena dal palco di una vita comune di relazioni, risate e bevute. E la continua ricerca di un sintomo, un malessere da pungolare affinchè si manifesti, quella è un mio male. Ma io da me pretendo la forza dello scoglio, che regge l’impeto con pietrificata ostinazione, mi abbandono a Macchiavelli e al suo "dove c’è una grande volontà non possono esserci grandi difficoltà". Non cerco cure anzi cerco altre malattie al solo scopo di allenare i miei anticorpi, e con questo perdo ogni diritto di lamentarmi. Redimendomi. Almeno a parole. E quanti punti ho messo.
 
Lione, Monaco di Baviera, chissà…

…Torino è poi per errore

Ore cinque del mattino, mentre le lancette se la spassano dalle parti delle ore piccole trovo ciò che cerco. Cammino per la mia amata città, passeggio. Mi fermo ad una fontana, guardo un vecchio palazzo. Quel tempo è solo mio. Ecco.
 
Ma quella è solo la conclusione della serata passata ad una cena della goliardia. Un po’ spiace non essere con i vecchi amici. E come non potrebbe. D’altra parte vi è una serata a tratti difficile forse ma ciò che mi piace, il motivo per cui provo ad insistere per cavarmela invece di rispondere  a testate, sono le persone che ho incontrato. Perchè alla fine di tutto sono sempre le persone che contano.

Vento o che altro?

L’intervento che ho scritto l’altro giorno è andato perduto, questo sfortunatamente no e appare in questo mio blog ormai privo di commenti da eoni…
 
E’ solo il vento venuto a cacciare i miei forse, rapirli, fargli fare vorticanti mulinelli e poi sparire  dove solo lui sa. Ch’io poi, a dire il vero, nel vento ci spero. Nello scompigliarmi questi pesanti pensieri, renderli tanto leggeri da volteggiare. Confondersi fra le foglie. E’ solo questo il mio misero sperare. Di poca ambizione posson tacciarmi d’esser malato. Ed io accetterei, anche solo d’un giorno far tacere il mare di voci che mi ballano attorno, dalla loro postazione priviligiata: la mia testa. Da ciò che è alla destra. E poi forse con questa parola e mille altre mi crogiolo nel mio inattivo contemplare. Perchè poi io vivo, felice del mio impercettibile pulsare.

Uhm

Questo post nasce già vecchio il perchè nel corso del post medesimo
 
Il kebab divorato in un attimo dopo una giornata di poli conclusasi fuori tempo massimo, le otto passate. Il tram che si rompe sulla strada del ritorno, il risultato di un esame che arriva dopo 20 venti giorni. E non è quello atteso, una scadenza che viene anticipata, ma ehi è la mia vita e devo amarla. Certo una birra ed una sigaretta aiuterebbero…
 
Oggi camminavo per gli sconfinati corridoi del poli. C’era un gruppo di ragazzi che parlavano fra loro prima di entrare in aula. E una ragazza, un pò meno carina, un pò più in carne che se ne stava sola con la musica nelle orecchie a farle compagnia. Lo sguardo un poco malinconico, o così è parso ai miei occhi e alla mia visione distorta. E nella mia umana piccolezza la vita non mi sembra giusta. Perchè probabilmente lei non verrà mai avvicinata per prima ad una festa, quanti si interesseranno a quello che ha da dire, da dare? Ma poi mi nascondo dietro al fatto che ci sono tante cose che non vedo e che non so valutare e forse c’è un disegno in tutto questo.
 
Forse c’è un disegno se arrivo a casa alle otto di sera. Forse è quello che si percepisce quando si è sobri.
 
Poi scopri che la rete non funziona più e allora no, è proprio che la vita fa schifo.
E poi ti offrono un lavoro allucinante, l’amico che ti presenta al datore di lavoro garantisce "che potrebbe farcela e forse anche sopravvivere"…
 
Insomma.
 
Il perchè era che non avendo connessione l’ho postato solo in seguito

Dentro (la stanza)

Per quanto potrete trovarlo allucinante più di una persona pare abbia trovato decente l’intervento chiamato "Dentro" che trovate poco sotto. Probabilmente si limitano ad assecondarmi mossi da pietismo, cosa che risulta assai pericolosa perchè nel mio montarmi la testa proseguo quel mio delirio
 
Mi ritrovai in questo spazio angusto, avvolto da un tepore soffocante. Le prime volte che fugacemente lo visitai gridai, mi dimenai, provai s squarciare queste pareti di fomma, a gridare a chi stava là fuori chiedendo aiuto. Piansi perfino. Poi con il meticoloso lavoro del tempo mi convinsi di quanto poco ci fosse là fuori per me. E dovetti rendermi conto che all’interno di questo luogo il pianto o qualsiasi mezzo servisse a comunicare emozioni erano semplicemente inutili. Ero qui ed ogni lacrima avessi pianto avrei dovuto asciugarla io stesso. Ci volle molto tempo per limare l’invidia verso chi era là fuori e più ancora per riconoscere quanto io stesso avessi contribuito ad erigere quelle pareti on il mio eccessivo pretendere dalle persone. Conscio del fatto che il rifiuto di cambiare avrebbe potuto significare non abbandonare più quella stanza ovattata ma irrimediabilmente fermo nella mia posizione, nel non recedere dal mio aspirare al molto, nella mia incapacità di di vivere nei compromessi di là fuori. In questa stanza perennemente tiepida non albergava saggezza alcuna.
 
Ciò che più stupirebbe chiunque non abbia vissuto con abbandono un luogo simile è la bellezza che segue l’orrore iniziale. Quaggiù dove le aspettative s’attutiscono e da sordi echi si fanno intensi silenzi il concetto di domani, d’attesa sfuma fino a perdere i contorni e come liberato svuotarsi in una grande risata che può sprigionarsi in questo vuoto. Il timore non ha senso qui. Come ogni altra cosa, come indica la verità trasudata da queste pareti di gomma frutto dalla cieca e distaccata obbiettività dell’estraneità.