Della ricchezza

Tir na nog, terra di Giovinezza.

Per oggi si chiamava così il gruppo che sono andato ad ascoltare in piazza Martiri a Rivoli. Un gruppo in cui milita il mai troppo celebrato Alessandro P. E poi fra tira e molla, dai e dai, complimenti vivissimi ed è così che vanno le cose ci siamo ritrovati, con la sempre più che apprezzata compagnia di Luca G. al parco di Collegno.

Il parco di Collegno è dove Totò ambientò "lo smemorato di Collegno", per chi non lo sapesse qui si trovava un manicomio (da cui la dicitura "il parco del manicomio" per indicare l’odierno Parco Generale Della Chiesa che lì si trova). Ancora meno sapranno che voglia dire per me, quel parco, in che modo vi sia legato. A volte la sera ci si andava con Dano. E poi ero l’11 Settembra ma, il resto, quello che veramente conterebbe bè…

Comunque sia oggi una ragazza in quel parco ci ha mostrato come si suona una foglia. Aveva una tecnica tutta sua. D’ora in poi in ogni prato in cui andrò ripenserò a questa nuova possiblità che mi si è dischiusa, quella di poter suonare una foglia. E penserò a quel momento. E’ così che si diventa eterni, io credo. Ma soprattutto volevo dire che sono queste le cose che io reputo importanti, vivere momenti che concedano un pizzico in più di ricchezza alla vita, imparare, vedere e conoscere queste cose è ciò che arricchisce.

Oltre naturalmente ad avere dei buoni amici. E amici come Alessandro e Luca devo dire di essere sempre felice di averli, anche se li vedo poco (forse è per questo che sono ancora miei amici e non manifestano apertamente il loro disprezzo per la mia persona).

Eterno sognare, eterno rifutare

Eterno perdersi. Dondolare fra gli atri di Beirut e i tramonti di Lione. E’ là che poso l’anima fra infiniti ritorni interrotti dal richiamo del mio profondo. E’ qui che rimarrò, intento a dimenticare i legami che m’impediscono il riposo, che m’impediscono di riporre l’inquietudine fra la lavanda e la superficialità. M’addormenta questo mio sognare, il rifiutare d’abortire volontà e pensiero. Rigetto la possibilità di salvarmi, conscio che non sia una scelta a me accessibile. E’ incolmabile lo scollamento da questa realtà di compromessi e adeguamenti. Non v’è casa nè terra che possa accogliere il mio esistere e pertanto continuo a vagare, sospeso fra la provincia ed il rifiuto, dove sconto la solitudine all’ombra d’un rimpianto.

Memorie

Una bella serata in compagnia di Luca & Alessandro (più noti come Gillus-Virgilli e Panetta). E dunque se io ho passato una bella serata sarebbe forse più giusto evitare di rovinare la vostra con questo intervento, ma ahimè, non sempre la visione di ciò che è giusto è per tutti la stessa. Tra l’altro stasera sono passato davanti alla mia scuola elementare (dalla prima alla quarta), che non vedevo da 15 anni. Ma volevo già scrivere su questo orrido tema, la memoria delle cose. Il problema in verità non è il concetto ma il modo in cui lo esprimo. Per chi è arrivato fin qui però c’è un premio, un’ancora di salvezza. Se vi va di leggere qualcosa di meno arrabbattato e confuso delle mie parole ci sono quelle che trovate sul blog di AlbascurA e per coloro che non sono stati abbastanza furbi da seguire il mio consiglio e hanno proseguito nella lettura ecco la punizione.

Non sei che uno straniero in questi luoghi. Non conosci le memorie degli oggetti che coronano questa scorcio di realtà. Alberi e semplici pietre che sono stati testimoni di baci, i primi, e dolore. Erano con il ragazzo alto, la sciarpa rossa, mentre piangeva abbandonato sulla panchina accanto al tiglio. Ed erano anche con Carlo, mentre seppelliva il suo dolore in altro dolore. C’erano mentre costruivo e disfacevo il mio avvenire così com’è non si voltarono, indignati, quand’ella, unica attrice, volse l’amore d’un pomeriggio di Maggio, completo e sincero, ahimè mai esclusivo a Luca e molti altri. Maggio, il grande maggio ebbro e mai appagato. Un maggio febbricitante che ci colpì tutti. Vibrante in noi, lo ricordo bene. Ed ancora, ipocritamente, quegli stessi testimoni erano al suo fianco quand’egli, il nostro Luca, interrogava pallide stelle sulla direzione ch’avesse preso. Fuggita da amori di cartapesta, amanti opportunisti e i confini della provincia, dall’uno all’altro appena un palmo o poco più. Fuggita ti dico, spiccato il volo mi rispondi? Come puoi dirlo? La conoscevi? Le hai viste le paure dietro a quei suoi occhi verdi? Come un serpente ci ammaliò e ci colpì a tradimento.
Eppure non si saziò, perchè quella sua stessa fame che l’aveva fatta grande ai nostri occhi avevo ristretto questo mondo di tigli e di tagliate ai suoi.Ed ora lei non degna più di visita questi luoghi, carichi di memoria. Ci ha lasciato a marcire in questo museo di ricordi. Le speranze, come sai, spiccarono il volo anch’esse. Quello stesso giorno, puoi dirla una coincidenza? Eppure, ci crederesti? Mi fermo ancora di tanto in tanto ad ascoltare il gemere della terra e a sussurarle parole di conforto "verrà anche per te l’oblio della memoria, fra le nostre polveri dimenticherai i dolori raccolti e che t’ora t’opprimono a migliaia". Non so dire se così sarà. Questo è un luogo diverso da altri. Diverso da quel grande spiazzo che sorgeva a Rivoli e che diventava uno spazioso parcheggio o un campetto di pallone improvvisato a seconda delle esigenze. Ho lasciato la macchina poco lontano e camminato attorno alla caserma che ora lo abita e ho capito che quel prato ha dimenticato. I miei pomeriggi, il grande temporale. I miei sogni di ragazzo. Ma ciò che non gli posso perdonare è aver dimenticato quei capelli corvini. Dimenticare è una mia prerogativa. Eppure sai, capita, di tanto in tanto di inciampare in ciò che, avrei giurato, era stato diligentemente rimosso.

Federico sogna

Questo avrei voluto pubblicarlo qualche settimana fa ma poi ci sono stati un pò di problemi. E’ un ammasso confuso, risultato da un maldestro cucire pezzi diversi. E’ stato scritto tempo fa. Alcune cose sono cambiate, altre no. Altre forse. Ma che importa? E che c’entra?

Federico sogna, ogni sera prima di dormire. E sogna quando si perde nel rincorrere sorrisi già svaniti. Federico e’ quel ragazzo che non sei riuscito a vedere fra il fumo dei ciloni che passavano di mano in mano, nè fra le panchine addormentate nel buio del bosco. Neanche al pub, ancora una nuvola di fumo, fuorilegge, a nascondere il suo viso o forse i suoi pensieri. L’hai perso di vista a quelle feste delle medie dove è solo la più bella che balla. Non sono riusciti a parlargli neppura quando, troppo oltre il suo limite,
vomitava Tequila sulle rive del Reno. Nemmeno io so più dove sia adesso, se sia scappato, se si sia dissociato dall’evolvere della situazione o semplicemente non sia riuscito a sopportare il peso delle perdite, delle cose scomparse sotto i suoi occhi. Federico se n’è andato, è un fatto. Non c’era mentre prendevo decisioni e perfino libri in mano. Se ne è andato ma non credo che qualcuno se ne sia accorto. Cosa ci fosse da rimpiangere per la sua scomparsa non so dirlo. E’ sempre stato un pò fuori dal margine, intento a sbraitare o affogato in silenzi.

Eppure a volte sembrava sul punto di apparire o di restare, nelle passeggiate con Tatiana, le tenerezze con Valentina, nei ritorni dalla palestra insieme ad Alessandro e negli abbozzi di week-end in Francia. A volte penso che Federico possa tornare, riaprire gli occhi e ricordarsi d’essere un guerriero. Per restarsene in disparte, non avvicinarsi a nessuno. "Di me non ti fidare mai" era sera e nessuno lo ricorda ma anche questo è accaduto, anche questo è fra il cumulo dei ricordi dispersi. Ma se fosse rimasto non gli sarebbero sicuramente piaciuti i sigilli nè le piante che lentamente
appassiscono.

Non so dove sia andato, forse in California, lontano dalle nostre bassezze. Principi, li tirava fuori in ogni discussione. Gli mancheranno molte cose, a lui manca tutto. Non rimpiangeva ciò che aveva appena perso ma solo ciò che era già lontano, irrecuperabile.

Lo ricordo su spiagge affollate, perdersi dietro a sederi di tutti i colori, o era il mare che guardava? Non lo so, non era il tipo che avresti fissato. Insomma, capire che pensasse. Io non ci sono mai riuscito. Chi fosse, davvero, l’ha tenuto nascosto anche a me. Che avesse paura o qualcosa da nascondere, che fosse solo troppo complicato da descrivere. Ma lo ricordo anche ridere sul pullman che lo portava da casa a scuola. Gli anni del liceo. Quanto l’ho visto ridere,lui e le sue continue battute. Tante, troppe. Non
riusciva a non spararsi quelle meno buone. Non ne risparmiava nessuna, non si risparmiava ma era così. Il senso del limite, quello non l’ha avuto mai. E poi lui era così, anche uno stronzo se vogliamo. Faceva le cose come gli venivano. Era solo istinto, solo cuore avrebbe detto con lirismo ma più prosaicamente se ne fregava, a volte anche di sè stesso. Come agiva? Forse sceglieva solo quello che gli sembrava più divertente o più strano da fare.

Poi a poco a poco ha iniziato a fissarci tutti, ad osservare, a smettere di parlare. Quando mi sono voltato lui se ne era andato, no nessun saluto, era diventato un tipo di poche parole e questo era proprio un bel miracolo. Se mi manca? Sai che non lo so. Era un tipo bè… non mi sono mai soffermato ad analizzarlo. Lasciavo che vivesse fra terra e cielo, col cuore ad indicargli la prossima cazzata, il prossimo modo stupido per spendere la sua giornata. Studiare l’ho visto poco. Rarissimi assalti furiosi. Le vie di mezzo proprio mai. L’anno scorso, iniziò a nascondersi dietro libri ed esami. "Devo studiare". Non avrei mai pensato di sentirglielo dire. Mi stupì sapete? Ed era tutto lì, a lui piaceva stupire, anche sè stesso. Forse era solo un coglione ma qual’è il problema, ora sarà sulle spiagge della California no? O in qualche bettola a giocarsi gli ultimi spiccioli con un indio. Perderà immagino, come giocatore fa schifo. Ma in fondo un pò lo invidio. Ci sono tante cose che non ha visto, tante che non avrebbe voluto vedere. Il nulla, lo vedi il nulla che di soppiatto ci ha assediato, aggredito? Non ti sei accorto che penetrava fra le tue membra? E’ quel genere di cose a cui Federico avrebbe fatto caso, magari poi non si accorgeva che pioveva ma tanto chi l’ha mai visto con un ombrello? E le felpe nere col calpuccio? Forse è dentro una di quelle che si è nascosto, dagli sguardi della gente, dal proprio giudizio. Implacabile. Sempre. Non è mai riuscito a non giudicare, a non emettere sentenze senza il minimo tocco di ammorbidente. Forse è solo perchè non ci ha mai provato. Era fatto così. In modo da ferire. Aveva i suoi
spigoli diciamo, era come uno di quei mobili di una volta. Nessuna linea ingentilita, rozzi a vedersi. Robusti, nel senso che anche mezzo ammaccati rimanevano lì a fare quel che credevano essere il proprio scopo. Negli ultimi giorni prima della partenza aveva iniziato a chiedermi di ricordagli quale fosse ed io non ci riuscivo, sapete. Era sempre convinto di avere un suo scopo, di quelli che se li avesse detti, sai quante risate. Era così sotto camicie e felpe granata un ragazzo idiota. Davvero ragazzi miei. Ma in fondo, e non so se esserne contento, sono convinto che tornerà a fare un salto dalle nostre parti. Magari per vedere come stiamo, nascosto dietro un angolo, i vicoli a bui a che servono del resto? Una visita breve ma sarebbe capace di decidere di rimanere. Può essere che sia cambiato ma io non credo. Federico è e rimarrà quello che è sempre stato perchè cambia pelle, il modo di comportarsi, di farsi percepire e percepirsi ma non può prescindere da quello che è. E per descriverlo mi soggiungono solo parolacce… chissà se ci sta guardando. Attenti sarebbe capace di chiedervi qualche moneta per giocarsi la rivincita con quell’indio. Ma voi lo sapete e sono sicuro che lo
riconoscerete.

Federico sogna ancora, bambino, quando dorme nel letto, le pareti azzurre e la moquette che non ci sono più. Non era tipo da invecchiare, da accettare i compromessi. In questo non era come noi, i sopravvissuti, non era tipo da sopravvivere; una scelta troppo ragionevole.

Ovunque sia sono sicuro che non abbia mai smesso di sognare.

Squallidi riciclaggi marziali

In un momento in cui non scrivo ricorro ad un post che avevo abbozzato per Marzo ma non avevo ritenuto degno di questo blog. Ma nel frattempo il livello è sempre più basso per cui…

Fu sul ritorno di casa che smisi, finalmente, d’udire e di temere. Solo immagini scorrevano, lente, nella mia mente, dimentico delle distrazioni delle voci e delle tentazioni degli odori. Lunghi passi consumavano la strada che corre lungo la ferrovia e che riporta, per caso e per rima, a casa mia. Alla porta rossa d’un vecchio palazzo, le vecchie finestre e gli stipiti rosi dai tarli. Casa mia, dove dormo e consumo le ore, dimentico di quel "fuori" ch’ora sbocconcello, metto via, per meglio assaporarlo nella quiete delle mie mura. Coglievo la bellezza delle giovani donne che incrociavano la mia strada (ed io la loro). Ed era una bellezza pura, non corrotta dalla possibilità di un contatto, d’una parola rivolta. Come la bellezza d’un quadro. Com’è un pensiero; fugace e perso. Rallentai appena per allontanare d’un poco il ritorno alla mia prigione, alle mie finestre sporche di solitudine. Un cane, un parco, un paio di ciuffi d’erba che spuntano fra le zolle di terra dura, nuda. Panchine violentate, le scritte nere sulla vernice verde. Un sole ancora troppo timido per scaldarle. E io davvero non ho mai capito se ci fosse qualcosa per me in quel giardino o lungo la ferrovia. Non so dire, e come potrei, se quel giorno feci bene a varcare quel portone tinto di rosso.

In tempo di carestia…
…ogni post è poesia!

Dici?

Certo che alcune persone un blog non dovrebbero averlo. Io sono una di quelle.

Essersi accorti di aver smarrito la strada è una sensazione che definirei non piacevole. Ma il lato davvero sgradevole della faccenda è il rendersi conto che tale scoperta non permetterà di migliorare la situazione. Voglio dire, non mi pare di vedere punti di riferimento all’orizzonte. Era il verso di un gufo quello che ho sentito? Proveniva da destra, credo. Certo, sono conscio che potrebbe trattarsi di un cuculo o di un barbagianni. Anche di un ippopotamo se è per questo, sono un ragazzo di città e certe cose non le capisco io. Eppure mi suona in un certo senso familiare. Atavicamente familiare, insomma come uno di quei ricordi che erediti, che appartengono alla tua carne. Eppur mi inquieta. Credo che mi dirigerò verso sinistra, quindi. Ecco accelero solo un attimo il passo. Va bene, ma ancora di poco. Ok, è una fuga ma ancora dignitosa. Finchè dura il fiato…

Oltre

Oltre è una parola che mi è sempre piaciuta.
Oltre ce l’ho scritto su una cassetta che tengo in macchina, una vecchia cassetta, riascoltandola la prima canzone che vien fuori è "A denti stretti", Litfiba.
Oltre, oltre i limiti. Limiti di tutti i tipi, intendiamoci, i limiti fisici di questa realtà con le sue regole e i suoi dettami. I limiti sociali che limitano i rapporti. I limiti che ognuno di noi pone di fronte alla propria realizzazione, i propri limiti, le proprie debolezze, il proprio essere non all’altezza.
E io mi sono sempre sentito, in parte, oltre. Oltre le difficoltà contingenti e poi, riflettendo mi accorgo di ritrovarmi, ora, oltre i limiti del dubbio e del ripensamento. Volto ad un nuovo inizio, come se il tempo in cui rimpiangere fosse stato saltato a piè pari. Non è così, ovviamente, ma la scarsa memoria lo fa apparire, costruisce una realtà alternativa nella quale vivo. Ma vivo oltre i miei simili, in una mia gabbia in cui non sono ammessi ospiti. Ed oltretutto non si tratta neanche di un bel posto.