Torino

Torino e’ una danza.

E’ una bellezza infinita.

E’ un gol a tempo scaduto, e’ un bacio che non meritavi, e’ una resurrezione di spirito, cuore e mente.

Torino e’ dove non c’e’ bisogno di una speranza, mentre cammini fra le vie e la sera cola giu’ dal cielo.

E cosi’ sono tornato.

Tornare e’ una tastiera senza gli accenti.

In realta’ sono tornato perche’ ordini superiori hanno decretato cosi’. Ubi maior, minor cessat.

Ma nella mia iconografia sono tornato perche’ vuol dire ricominciare ancora: trovare casa, sciogliere lacci e lacciuoli da un lato per riannodarli dall’altro. E’ una cosa in cui comincio ad avere una certa pratica, in fondo ho lasciato Torino per Karlsruhe, Karlsruhe per Torino, Torino per Monaco, Monaco per Torino, Torino per Dublino, Dublino per Lione, per cui quando si e’ trattato di lasciare Lione per Torino avevo gia’ una mole di appunti, di ricette da seguire. La fredda determinazione del ragioniere e’ una delle caratteristiche che tornano piu’ utili.

E cosi’ sono nel quarto quartiere di Torino: dopo Crocetta, Santa Rita e Quadrilatero sono in San Donato. Quasi Cit Turin but not really. Peccato.

Periodo impegnativo. Io odio viaggiare. Io sono pigro e pauroso. E pero’ trascino il mio bagaglio di ansie da un paese all’altro, da un aereo, a un treno, a un taxi. E cosi’ dopo Pordenone partiro’ per Berlino, due giorni dopo per Atlanta, per tornare, stare meno di una settimana e volare a San Francisco. Ma quando tornero’ mi siedero’, mi barrichero’ in casa con casse di Moretti e San Simone. Non mi tirerete piu’ fuori.

Mi piace pensare cosi’, concedermi l’illusione che questo pungolarmi mi permettera’ un giorno di smettere di farlo.

Perche’ io alla fine ho un modo insano di vivere le cose: valuto e bilancio tutti gli scenari peggiori, come potessi vedere tre mosse avanti al karma. Cosi’ finisce che la cena me la avveleno da solo. Che spendo settimane in brodo di preoccupazioni che non si realizzano.

A volte sono deluso da me stesso, dalla mia incapacita’ di vivere lo slancio del momento. Era una ricetta che avevo da giovane. A volte scattava, una molla, una scintilla, di irriverenza di fronte a destino e possibili conseguenze. Avete presente quel film in cui Bud Spencer ridendo mentre guida un aeroplano spiega alla torre di controllo che Io quando bevo divento immortale. Ecco, cosi’.

Pero’ ora quell’irriverenza e’ scivolata via, scacciata dalla stempiatura, forse.

E quindi mi ritrovo a inveire contro me stesso, a combattere con la logica quelle paure ataviche. Non serve a molto.

Ad essere onesti devo pero’ pur dire che, si, io comunque avro’ camminato tutto questo tempo con lo zaino stracolmo di inquietudini. Pero’ ho continuato ad andare, e ancora, senza arrestarmi a ogni bivacco. Forse quasi tutti vivono la vita piu’ serenamente, ma spesso lo fanno dentro un cerchio piu’ stretto, piu’ familiare, piu’ noto. Si muovono da ras del quartiere, fra piazza castello e Pinerolo, senza sapere cosa ci sia piu’ in la’. Si coricano fra il lavoro posticciolo fisso, e la relazione con la vecchia palla al piede. Hanno il mutuo a tasso agevolato, che si sa, il mattone non delude mai.

Si, io forse ho la vita smangiucchiata da paure di ogni tipo. Pero’ ho abbandonato posti fissi e luoghi in cui sono stato felice. Sono andato un po’ piu’ in la’ quando ce n’era la possibilita’. E continuo.

Per cui vediamo cosa porteranno le prospettive che si aprono, chissa’ se cosa succedera’ nel 2018, con la nuova societa’.

Vedremo.

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