Scivolando dentro vite irlandesi

Dunque lasci che le cose accadano, le impasti e le guardi prendere forma.

C’è meno il gusto della sorpresa, è più una ricetta.

Cerchi casa, conosci il sito giusto dove farlo e prendi appuntamenti. Arrivi presto e suoni il campanello sbagliato. No, io ci vivo qui. No, non affitto. No, ci voglio rimanere. E’ che in Irlanda gli indirizzi sono strani, assurdi. Non ci sono codici postali, se non nelle città maggiori. Le vie sono brevi e cambiano nome Upper Sheriff Street diventa Lower Sheriff Street. Quello che è peggio è che la maggior parte degli indirizzi non specificano il nome della via ma il nome di un edificio, tipo Windmill Lane Apartments. Quindi devi sapere dove si trova quel preciso edificio. I numeri civici quasi non ci sono, e a volte i dispari sono da un lato, i pari dall’altro, altre i numeri sono a ferro di cavallo: salgono da un lato e scendono dall’altro. E’ un casino.

Comunque il primo giorno di ricerca di una casa incontriamo questo signore. C. parla con lui della Normandia, dove il figlio ha una casa. Dopo un po’ ce ne andiamo. Nel pomeriggio vediamo un altro appartamento insieme a un’altra decina di persone. Il posto è minuscolo, diviso su due piani. Al primo ci sta a malapena un letto, al pian terreno un piccolissimo divano, un tavolino da bar. 1300 Euro al mese e la coda per prenderlo.

La sera ci richiama il proprietario del primo che abbiamo visto. Se vogliamo la casa è nostra, corriamo a portargli 150 Euro e gli facciamo un bonifico per deposito e primo mese. Speruma di avere le chiavi lunedì; c’erano dei lavori da fare altrimenti qui le chiavi te le danno subito.

Giovedì sera andiamo alla serata degli expat. E’ come l’Erasmus solo che siamo vecchi e nerd: tutti lavorano per Amazon, Google, Facebook. Per lo più in ruoli non tecnici o comunque non di sviluppo. Parliamo con diverse persone fra cui una coppia: lui bulgaro, lei estone. Si sono conosciuti in repubblica ceca e sono arrivati a Dublino pochi giorni prima di noi. Oggi li chiamiamo e li coinvolgiamo in una gita a Howth, un paesino lungo la costa che si può raggiungere in treno (con la  DART).

Piove, ma non devi lasciarti influenzare dal tempo. Mangiamo fish & chips, camminiamo e ci perdiamo, andiamo in un pub dove la gente ti chiama my friend. L’irish coffee lo fanno mettendo un misurino di Whiskey e poi aggiungendone ancora un po’, per sicurezza.

Per ora tutto bene. Mi piacciono i negozi aperti fino a tardi. Mi piace che l’altra stanza sia vuota al momento (un letto sfitto, l’occupante dell’altro, Pablo, è a Londra per il week-end). Il letto qui è scomodo, la stanza da su una strada lungo la quale passano ambulanze di continuo. Quando apri l’acqua del bagno (anche quella fredda) si attiva una pompa che fa un casino tremendo. Una finestra non si chiude. Dublino è così, alla buona e amabile. Da condividere.

Ah, la casa, di cui speriamo di avere le chiavi, è a fianco degli studios storici e ora abbandonati degli U2. Quei graffiti che ci sono sopra non sono segno di incuria ma una specie di memoria. E’ Dublino che ci accoglie e ci canta qualcosa.

Scritto così, alla cazzo.

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