Siamo fragili

Credo che in certi momenti si veda la nostra fragilità.

Siamo fragili nei vasti pomeriggi, quando le ore si paludano, i giorni diventano settimane e non rimaniamo invischiati, incapaci di smuovere l’aria, di darle direzione, di fare accadere le cose.

Siamo fragili per il modo in cui affrontiamo il silenzio. Non abbiamo la capacità di coltivarlo e farne meraviglia, di lasciare depositare la bellezza che ci circonda in quello spazio. Di camminare, di osservare, di non provare a capire. Ma siamo fragili anche perché il silenzio non lo sappiamo spezzare, non lo sappiamo scavalcare quando è necessario, quando le cose ci passano a distanza di una parola eppure rimaniamo incapaci di pronunciarla. No, non è rispetto del silenzio, solo vigliaccheria, un inchino alla ignavia.

Siamo fragili perché siamo incapaci di conservare le tracce delle cose che ci accadono dentro e tutt’attorno. Ti rendi conto, poi, che le persone e gli avvenimenti ti attraversino come un vento che ti scompiglia l’anima, ma a cose avvenute non sapresti dipingerlo quel vento, non hai trovato un modo di catturarne l’odore o l’angolazione, di segnarti la forza o la prossima destinazione. Rimani con i tuoi rami spezzati, come medaglie a celebrare i tuoi cambiamenti, come cartoline a ricordare un altrove che ora però ti sfugge: l’immagine non gli fa giustizia e lo sai. Al massimo un poco d’invidia.

Siamo fragili e proprio per questo dobbiamo andare per le vie, a spingere l’aria, a smuoverla, a cadere, a spezzarci gli arti, a lottare con il silenzio e poi abbracciarlo, a fare entrare le tracce dentro noi di ogni cosa forte che ci attraversi e poi continuare, così, sicuri che certi venti torneranno, che taluni nasceranno dalla nostra forza di volontà, che altri li incroceremo per le strade che ci siamo concessi, e che alcuni verranno a meravigliarci dritti nel nostro giardino.

Siamo fragili, continuiamo ad esserlo, ma in maniera spavalda. Che comunque vada non ne usciremo nè vivi nè intatti.

Mille e uno

Mille e uno.

Sono rimasto sveglio, seduto per terra, accanto al letto. Ho aspettato mille e uno ore che il tempo passasse. Ho atteso quando ero giovane e vittima della paralisi. Talvolta ho atteso che le decisioni altrui mi piomberassero sulla testa. Altre volte ho atteso che il dolore trovasse il modo di diventare silenzio, di farsi distante. O che io comprendessi o trovassi scuse per dimenticare. Ma non si può dimenticare chi è dovuto restare giovane per sempre.

Ho guardato i giorni cadermi di mano, ho cercato per mille e uno giorni di ricomporre i frammenti del tuo viso, di ricordare come la luce travalicasse la finestra, trafiggesse la stanza, implorasse il tuo abbraccio. Ho cercato spiegazioni, ho ripercorso gli eventi con la memoria, cercato un inghippo ed il modo di negare la conclusione, di decretarne l’impossibilità. Poi il modo di combattere quel tuo modo spietato di conficcarti nel mio cuore. Nulla sembrava funzionare. Tutto era guastato, troppo imbevuto di aspettative troppo specifiche, di un tuo odore troppo pungente.

Sono partito, i primi passi erano interrotti da cadute. Inciampavo nei miei pensieri, nel mio bisogno di tornare. Ci sono volute mille e uno ferite perché mi abituassi al colore del sangue, perché le bruciature non divenissero che un’abitudine di sottofondo, un ticchettio a cui non fai più caso.

Ho chiuso la porta di casa mille e uno volte. Solo che la casa si spostava, si ridefiniva. Mi seguivano sempre meno oggetti. Ho perso mille e una magliette che non ritrovo più, mille e uno utensili di cucina che ora usa qualcun altro, mille uno libri che ho acquistato in lingue che ora non mi va più di imparare, su temi che ora non suscitano più il mio interesse, adatti a vite che poi mi sono dimenticato di vivere.

Ho aspettato mille e una spiegazioni. Le ho esplorate, le ho poi lasciate andare con un tratto di penna. Nessuna è sopravvissuta. Cadono tutte sotto il tuo sguardo che non ha lasciato appigli, solo sentenze mute.

Ho esplorato mille e una valli. Sono sceso in ogni paese, ho bussato a ogni porta. Raramente ho detto il mio nome. Ho sorriso, ho taciuto, ho offerto da bere. Nessuno conosce la moltitudine che si nasconde, dove solo il Lupo sa tornare. Mille e uno commiati, mille e uno volte in cui mi sono rimesso in marcia. Mille e uno bicchieri della staffa.

Ho conosciuto mille e uno persone. Hanno pronunciato i loro nomi ma io non li ho ascoltati, hanno raccontato le loro storie e io ne colto brandelli. Ho guardato i loro occhi. Taluni erano occhi buoni. Taluni erano occhi assettati. Taluni erano occhi spenti. Taluni erano occhi che strabordavano malinconia, e io non avevo risposte.

Ho contato mille e uno ricordi per ognuna delle persone che mi sia cresciuta accanto al cuore. Ho pensato che loro fossero la cosa buona e la cosa giusta, gli atti che rimanevano disseminati fra il mio disperdermi in frammenti, salvi al mio mutare, al mio vagabondare fra ieri e oggi, fra qua e là, fra l’inseguire un’ora di notte, di speranza e la necessità di arrendersi, per un quarto d’ora almeno.

Mille e una volta hanno provato ad eseguire la sentenza, a darle sfogo su di me. Mille e una volta ho riaperto gli occhi, richiamato da quel suono che conosco da sempre. Ho seguito le orme della luna e sono tornato a ricominciare. Mi sono rimesso in marcia, alla ricerca del mio branco.

Ho ancora mille e una resurrezioni che stringo nella tasca. Mi chiedo quante ancora mi serviranno.

Forse abbiamo perso

Forse abbiamo perso. Non so spiegare bene cosa, ma l’avverto come una fitta al costato, come quel dolore lieve che provi quando appoggi il bicchiere sul tavolo, vuoto. Un limone intrappolato in un sorriso forzato per una platea di cubetti di ghiaccio mezzi sciolti.

Abbiamo perso quella fame disperata. Quel bisogno ingestibile di ancora un’ora di chiacchiere, di ancora una strada da svoltare. Quel bisogno di doversi affermare in gesti grotteschi e sproporzionati, quella necessità insanabile di dimostrare che esistevamo. Sai, poi trovi il tuo cantuccio, il tuo modo di essere, dignitoso e composto, ti tieni solo un vezzo. Una frase che ripeti, una collanina che per te significa qualcosa. Cos’altro serve per essere vivi abbastanza da non doversi vergognare?

Abbiamo perso tutti quei pomeriggi ad annoiarci, quelle sere a fantasticare il fine settimana. Abbiamo perso quel modo di innamorarsi di immagini e non di persone, di far l’amore con le nostre intuizioni, con i nostri desideri. Senza in realtà avere la voglia di capire. Di sporcare l’intensità infinita del nostro sentire con i limiti di una realtà che va sempre e comunque stretta, comunque la rigiri.

Abbiamo perso quel tempo e tutto quello che avremmo potuto farci. Avrei potuto prenderti per mano e portarti via da questo destino semplice che abbiamo poi avuto. Dipingere altro, qualcosa di più intonato alle ambizioni esagerate di quel tempo brillante.

Abbiamo perso la capacità di illuderci. Ci hanno dato in cambio realismo, quando va bene. Cinismo, quando le giornate cadono storte, quando si chiudono i boccaporti e gli occhi, sperando in risvegli più semplici.

Abbiamo perso tutto questo e altro ancora. Però, sai, la ricchezza sta nella possibilità di sperperare. Se noi abbiamo sperperato così tanto, questo fa di noi dei privilegiati. Perché innanzitutto tutto ciò era nelle nostre possibilità e ne abbiamo disposto come volevamo. Gli unici limiti che abbiamo incontrato erano i nostri.

Poi un giorno ho capito che ne puoi ordinare un altro di bicchiere, e non ho più pensato di aver perso. Solo che mi aspetti un ritorno da affrontare con grinta. E noi, modestamente, ne siamo pieni.

Donne

Dopo trentasei anni di Vita e molte esistenze diverse impari alcune cose su di te: ci sono cose per cui sei portato e cose per cui non sei portato. Aspetti della tua vita che hai sempre fatto funzionare alla grande senza uno sforzo e altri in cui sai che difficilmente otterrai grandi traguardi. La bellezza di non essere più giovanissimi e che impari a navigare secondo i tuoi punti di forza, non chiederti cosa sia innaturale per te.

Come ho realizzato più e più volte un aspetto della mia Vita in cui ho ottenuto moltissimo è l’amicizia. Sì, ho compagni di avventure omini come me: il Bestia, Asso, Braunbär, L.G. Quel genere di gentaglia insomma. Però ci sono mie amiche che ogni tanto mi viene voglia di fermarmi e guardarle. Vedere che donne meravigliose siano diventate negli anni.

Sono diventate donne attraverso percorsi lunghi e complessi. Attraverso sfide che per un momento gli hanno fatto vacillare lo sguardo. Le fissavo e trattenevo il respiro. Cosa sarebbe successo? Invariabilmente hanno risposto crescendo fino a vincere le resistenze, fino a darsi le risposte di cui avevano bisogno. Ma non nel modo violento e cazzone in cui, chessò, Asso, sbroglierebbe una matassa. In un modo pieno di grazia. Quel modo soffuso di muoversi che non te ne accorgi e già stanno sbocciando più in là.

Le mie amiche sono diventate donne vere e piene. È bello parlare con loro, ascoltare quanto profondo possa cadere un pensiero nella vastità dei loro cuori. Mi piace quel modo incessante che hanno di farsi domande. Di insistere fino a che non si inventano una risposta. Prima sono piene di dubbi, per un giorno o per anni. Poi viene il momento in cui con una mossa elegante risolvono il dubbio e sono un passo oltre. Dopo non ricordano di aver dubitato mai. Sono così sicure, a posteriori, in quel modo così guascone che nemmanco glielo puoi dire, negherebbero. Ora che si sono ricomposte, sono di nuovo perfette, in un equilibrio fatto dei loro sorrisi. Stanno lì, bellissime, fino alla prossima cosa che gli smuoverà il cuore e che loro già fiutano nell’aria, molto prima che io lo possa vedere.

Hanno questo intuito e questo modo di cadere e rialzarsi facendo finta di nulla. Sono donne incredibili, nella loro complessità, nella pienezza con cui affrontano la Vita. Mi danno fiducia nel genere umano. Io vorrei solo ascoltarle parlare. Farmi dare consigli di stile, bere ancora un caffé e una birra con loro.

Un luogo e un tempo

La canzone ce lo prometteva. Lo affermava con calma sicurezza che ci sarebbe stato un luogo ed un tempo per noi. Io però non l’ho trovato; forse l’attimo s’è infilato in una mia distrazione, forse ho perso una svolta a destra mentre armeggiavo con l’autoradio. Più probabilmente eravamo cristallizzati in piccole paure, in “non è ancora ora”. Chissà quando è che si impara che quella sensazione che le cose stiano per accadere è una menzogna. Siamo come bambini attaccati ad una vetrina: quello che vediamo sembra vicino, sembra che se spingiamo un poco il naso, se facciamo forza con le nostre manine quella barriera si arrenderà. Alcuni capiscono che quel vetro è semplicemente la nostra mancanza di coraggio, che le cose non accadono perché solo noi le facciamo accadere. Altri rimangono per sempre attaccati a quel vetro, poi perdono l’innocenza della gioventù, ma anche la sua scusa. Gridano innervositi a quel vetro, frustrati dalla propria inadeguatezza. È un destino triste. Bisogna saper rinunciare, perdere molte vetrine per capire. Partire. Bisogna partire. Se non sai partire che luoghi pensi di trovare? Come pensi di imparare a decifrare i tempi?

Credo che sia stato giusto così, come quasi tutto del resto. Credo che se quel tempo e quel luogo non li abbiamo saputi trovare comunque abbiamo condiviso pensieri e parole, dubbi e chiacchiere. Ci siamo sfiorati e poi era già l’alba. Non è stata un’alba grandiosa? Ci siamo abbracciati, siamo partiti. Avevamo tanta gioventù al nostro servizio. Ce l’avevamo pronti per spenderla. Non credo ne capissimo il valore, ma tant’è. L’abbiamo spesa ugualmente, ci abbiamo acquistato passaggi attraverso le mille avventure che abbiamo vissuto. L’abbiamo data in cambio di esperienza. Ma sai che è bello vedere che però quando hanno provato a barattartela col cinismo tu hai detto di no. Hai fatto bene.

Io poi ero così preso a dipingere le mie leggende. Sognavo più grande di quanto il mio coraggio sapesse mantenere, impostavo mete per cui non mi bastava mai il serbatoio. Cercavo idee e spunti, occasioni e salvezze ma trovavo solo saracinesche abbassate, luoghi abbandonati. Ho continuato a cercare, più in là. Ho abbandonato la valle e i miei anni di ragazzo. Ho navigato mari del mio sangue per trovare nuovi approdi. Terre nuove, che un tempo non sapevo immaginare. Ho trovato luoghi e tempi. Tempi incerti e fatui, luoghi esotici e misteriosi. Li ho vestiti come medaglioni. Non erano nostri quei luoghi e quei tempi e non ho saputo neanche tornare a raccontarteli. Sai, avevo perso ogni possibile strada del ritorno. Stavo lì, così distante da dove ero partito. Avevo le vene svuotate, ancora così tanta strada e quella malattia che ti porta a guardare sempre l’orizzonte, a scrutarlo in cerca di nuove partenze. Coltivi l’istinto di cogliere il primo alito di vento, anche quando non sei pronto, anche quando tutto fa male. Anche quando non è rimasto più nulla da usare per mantenere l’andatura.

Ho poi circuminavigato la terra e sono tornato. Ma quel tempo, quel tempo era sepolto in chissà quale prato. Era un tempo prezioso. L’abbiamo lasciato andare con la generosità della nostra giovinezza.

 

Forse è così che si muore

Si addormentò con quella frase che gli aleggiava nella mente: “Mut hat Genie, Kraft und Zauber in sich”.

Si svegliò lentamente, prese coscienza di sé. Non sentiva alcun rumore. Avvertì un gusto di vomito nella bocca. Si rese conto di essere a pancia in giù, sdraiato su lenzuola madide di sudore. Si chiese se fosse morto soffocato nel sonno. Che differenza avrebbe fatto? Come se ne sarebbe accorto?

Le finestre erano spalancate ma nella stanza traspirava pochissima luce. Si alzò, trovò il cellulare nell’altra stanza. Il display indicava l’ora: le quattro e mezza del mattino. La testa ondeggiava. Continuava a non sentire alcun rumore. Non capiva chi fosse, cosa ci facesse lì, che genere di vita stesse conducendo esattamente.

Prese le chiavi della macchina, indossò dei jeans, una maglietta, un bracciale d’acciaio. Prese il portafoglio, uscì. Guidò come prigioniero di quello stato in cui non c’erano domande. Le domande sono il bisogno di chiarire particolari, di investigare, di aggiungere dettagli. Lui non sapeva nulla, quindi non aveva nulla da chiedere. Per via di quella sua condizione non avrebbe mai saputo spiegare come arrivò all’imboccatura di quella valle stretta e ripida. Solo una strada la percorreva, proseguiva fra le pareti della valle e poi scompariva all’orizzonte.

Sapeva di dover parcheggiare. Camminare nella notte, percorrere la valle di cui non sapeva nulla.

Mentre camminava avvertiva la forma che la sua vita prendeva. Ricordava la sua precedente esistenza solo per differenze. Sentiva di non avere paura, qui. Gli sembrava impossibile avere paura, se gli riaffiorava un vecchio timore lo guardava come un bambino guarda un pezzo di cristallo trovato in spiaggia: con meraviglia e senza alcuna idea di come sia finito lì. Poi si stufa e se lo getta alle spalle. Qui non avvertiva un senso: non c’era nulla per cui indaffararsi. La sera non avrebbe più lavorato. Non avrebbe più aspettato per comprare una macchina. Si faceva strada un’intuizione nella sua mente: forse è questa la vita quando capisci che si muore. Quando rinunci a tutto, ti spogli e prosegui. Senza sogni, senza obiettivi. Cammini. Libero, sì, ma di una libertà troppo nitida. Forse è davvero così che si muore, forse è davvero così che sono morto. Quando ho lasciato andare le ultime immagini che avevo nel petto, quando ho smesso di costruire futuri in cui io ed altri potessimo vivere. Alla fine non è rimasto nulla, l’aria è fuggita via. Sono morto. Ma in fondo che importa. Qui nella valle non c’è alcun bisogno di essere vivi per continuare a camminare.

Vedi

Vedi, è solo questione di tempo. Lo so che sembra costare invece chiudi gli occhi ed è già scrivolato via, ora sei complice di un’era diversa.

C’è stato un tempo in cui siamo stati felici, allargavi gli occhi a catturare la luce, lasciavi scivolare i sorrisi lungo le guance, cullarsi sul tuo corpo, lasciare a terra una traccia luminiscente. Avrei detto che non saremmo stati capaci mai di perdere quella traccia.

Mi sbagliavo, com’è ovvio visto da qui. Eppure io credo non importi. Credo che si possa avere ragione comunque. Che sia solo ed esclusivamente il tempo a confonderci. Rimuovilo dall’equazione, non vedi come i termini ora si semplificano? Come due lontananze si annullano a vicenda. In questo modo vi è lo spazio prima per ricordare, poi per interiorizzare, infine per seppellire. Perchè le cose buone, se restituite, rimettono in circolo le energe positive, le attenzioni che gli abbiamo infuso. Ciò che abbiamo dedicato ritorna, se solo sappiamo lasciarlo andare. È questione di fiducia, soprattutto.

Per capire ho dovuto trovare una posizione adeguata, che mi rendesse possibile quel compito. Sono allora salito, ho guidato, ho camminato, ho sbagliato strada. Poi, quando sono arrivato in cima ho visto San Michele che proteggeva le vie di accesso. Mi sono seduto di fianco a lui e finalmente ho guardato il tempo per come era scorso e per come scorreva nella valle giù dabbasso. Ho visto immediatamente un errore che facciamo: usiamo una sola parola, amore, per indicare cose diverse. Ci chiediamo se e quando abbiamo amato, come fosse la ripetizione di un singolo atto, il ritorno a un preciso stato dell’animo. Ma non può essere così perchè l’amore non è qualcosa che nasce in una persona ma è il modo in cui aggiustiamo i nostri pezzi per combaciare con qualcuno, per fargli spazio dentro noi. È il modo in cui spostiamo fegato e polmoni, in cui tiriamo il cuore un poco più a sinistra, per fare spazio al suo nel nostro petto. Il modo in cui lo facciamo varia perchè le forme di chi abbiamo di fronte variano, perché noi usciamo diversi da ogni nostra esperienza e quando l’ho incontrata ero diverso da quando ti incontrerò. Non ripeterò mai più quelle parole precise che ho detto nei giorni che sono passati. Ne creerò di nuove, pescherò le sillabe fra i tuoi capelli, le comporrò, le sciacquerò nei tuoi occhi e te le depositerò sulle labbra.

Così ho pensato che non bisogna avere paura, bisogna solo danzare attorno al tempo, lasciare che passi e che poi ritorni, che rallenti e acceleri. Avere fiducia. Farsi trovare pronti a coltivare. Avere chiaro che nulla che è stato sarà ancora e che questa è una cosa buona, è una cosa giusta. Solo un consiglio: gli addii impara a pronunciarli con la giusta attenzione, con la giusta gratitudine perché sono loro che preparano il futuro.