In qualche tempo, in qualche luogo

In qualche tempo, in qualche luogo mi sono ritrovato a un tavolo, con un bicchiere di fronte a me e la musica forte. L’ora e’ quel che era.

Non so perche’ ma sono proprio quelle le condizioni per le quali si apre una finestra. Alzo lo sguardo e guardo fuori, alle cose come sono, come sono state. E l’agenda casca di mano, osservo cio’ che non si osserva e non si misura, cio’ che non si pianifica e non si gestisce. Cio’ che si sente a tratti forti e pieni, a schiocchi violenti, anche anni dopo.

Sono felice perche’ in qualche tempo e in qualche luogo abbiamo trovato il tempo di accumulare le esperienze, di vivere e sorridere, di girare in macchina senza meta, di parlare a ruota libera. Di vivere a caso, ma farlo molto sul serio. Con lurida avidita’, con la nostra ingenuita’ spietata, fatta di pomeriggi senza senso e camere d’albergo di cui e’ meglio non parlare.

Mi piace pensare che, in qualche tempo e in qualche luogo, tornero’ a reimpossessarmi della mia esistenza, a stabilire limiti e confini, a prendere le chiavi, aprire la porta e andare. A viaggiare, a trovare gli amici ovunque essi si trovino. A sorridere con Asso o il Bestia, discutendo di un film di Bud Spencer e Terence Hill. Mi piace pensare che in qualche momento e in qualche luogo io tornero’ a visitare le strade del Portogallo, della Slovenia, della Romania. Mi perdero’ in paesini insignificanti della Germania, chiedero’ informazioni in lingue che non conosco e sorridero’ di fronte a risposte che non capisco. E se ci sara’ spazio per molte altre cose nella mia vita ci sara’ spazio anche per queste.

E forse sara’ cosi’ o forse non sara’, forse dividero’ ancora bottiglie di San Simone con ognuno di voi. Ma il pensiero che ci siano stati tempi e luoghi in cui il mio spirito ha guardato oltre cio’ che misuro e comprendo, cio’ che progetto e costruisco, per vivere solamente quel che c’era di bello da vivere, ecco allora non e’ forse abbastanza, ma e’ moltissimo. Una ricchezza grandiosa o un monito, chissa’.


Quando saremo liberi come allora

Questa e’ una canzone di un tempo passato. Di quel passato che invece di accumularsi si scosta e piano piano si fa da parte.

Cosi’ sono qui, con le mie idee di liberta’ che germinano nella testa. Ora che la liberta’ non e’ piu’ uno stato naturale delle cose ma deve diventare un esercizio continuo e intenzionale. Essere liberi si puo’ ancora che si ricordano gli insegnamenti e quel sapore agrodolce.

Intanto arriva in una casa a migliaia di chilometri di distanza il pezzo di carta conseguito un anno fa.
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In un giorno di pioggia

Quando da ragazzo ascoltavo “In un giorno di pioggia” non pensavo avrei poi vissuto in Irlanda.

Ma io da giuovine pensavo molto, le cose sbagliate per lo piu’.

Con “da giuovine” io intendo quel tempo indistinto in cui le emozioni erano cosi’ forte e assolute che mi sanguinavo le tempie, talvolta dal dolore, piu’ spesso dalla noia. Credo di essere stato piu’ volte sul punto di essere sommerso da un’onda definitiva, sommerso dalla noia e dalla mia incapacita’ di reagire.

Poi un giorno le cose sono cambiate e ho iniziato a fare, piu’ e piu’ cose. Prima con fatica, poi meno, alla fine quasi con indifferenza. E poi alzavo le spalle, mi muovevo oltre. Oltre il mare e le soddisfazioni del momento, oltre per il gusto di essere oltre, oltre perche’ qui non c’era piu’ niente da fare.

E cosi’ sono finito in Irlanda, ma certo un’Irlanda diversa da quando si cantava, chesso’, con Pillus o Giulia. Sono finito in un’Irlanda meno affascinante, con piu’ ore di lavoro e uno stipendio migliore. Mi regalano anche le magliette delle aziende dove lavoro.

Allora poi penso che se oggi, per qualche misterioso motivo, mi ritrovo le forze per fare le cose, di macinare traguardi, forse conviene dirigere queste energie verso obiettivi che non siano solo nuovi, ma che mi portino piu’ vicino a quello strano concetto di felicita’ che cambia in ogni tempo.

E in un giorno di pioggia saro’ ancora giuovine, vi rincontrero’ tutti e balleremo sognando nuove avventure.

Ci rincontreremo cosi’, chi col capello bianco, chi senza, chi zoppo, chi sbronzo, ma tutti un passo avanti nel costruire le nostre felicita’, e capaci ancora di quella scintilla, che dal cuore passa agli occhi e poi si perde da qualche parte, nelle notti d’estate e nelle sere al pub, quando si torna a casa, non ancora arresi, non piu’ sobri.

Cosi’ siedo al mio tavolo, quando i colleghi scuotono la testa, scartano un altro CV, un altro candidato dopo un colloquio telefonico o dopo la prima o la seconda intervista. Rimango seduto alla scrivania a cercare un senso che non c’e’. Sorrido, torno a casa e seguo il consiglio del Capo, che comunque viene a trovarmi. Al di la’ del mare.


Non saprei spiegare

Non saprei spiegare esattamente come mi fossi ritrovato su quel divano, quando gennaio scorre via. Oltre le Alpi, il mare e ogni distanza che si possa solcare in una notte.

Vista da qui, la strada all’indietro era logica, di quella logica che non ci puoi fare niente. Come una tessera del domino dal lato sbeccato; la posi, la guardi, oscilla, cade.

Allora mi sono messo ad ascoltare qualche canzone, poche, non lo faccio mai, non lo faccio più. Sono stato un po’ in silenzio, di quei silenzi di quando non hai più nulla da dire. Sono stato fermo, più che potevo e, sempre tacendo, ho provato a ricordare. E’ stato confortante, perchè sebbene non potessi mettere alcun ordine, nella mente mi tornavano delle immagini che mi sono care, dei volti, come venuti a soccorrermi, come se a loro delle Alpi e del mare non importasse nulla. Come fossero sciocchezze.

Sarebbe bello pensare che domani mi alzo, busso alla loro porta, mi precipito a casa loro. Però sai, di alcuni so di non avere più un numero o un indirizzo, nè loro il mio. Sono persi come una bella serata in cui hai bevuto troppo. Puff. Altri lo so, fisicamente, dove stanno. E potrei raggiungerli, o loro raggiungere me. E sai mi piacerebbe pensare di essere capace, con un gesto di strappare me stesso alla mia ragnatela di obiettivi, di rinunce, di investimenti. Sarebbe romantico, vero? E io, in fondo, sono l’ultimo e il più grande dei romantici. Capace di cucire l’impossibile con punti piccolissimi, impercettibili.

Però i gesti necessari sarebbero più di uno: e fra ognuno di essi ci sarebbe uno spazio immenso e spaventoso, in cui si infilerebbero i miei vuoti, e i loro, e le cose che portano loro lontani e me da loro, le loro vite e le cose che mi tocca di fare.

Allora io cucio i ritorni e le preparazioni. Come tutti, tutti quelli che si erano ripromessi di tornare, e in qualche modo confuso ci credono ancora, oggi, dopo sette anni. Pensano che un giorno il momento sarà propizio, la congiuntura favorevole. Hanno mezzi piani, poco convinti. E io probabilmente sono uno di loro.

Cerco, cerco di ricordare, ma non troppo forte, che non faccia male. Penso, e credo che mi basti sempre un colpo di reni, un singolo colpo di reni.

Chissà. Intanto il mio capo del precedente lavoro mi ha scritto, mi chiede come va, se mi trovo bene nel nuovo lavoro. E mi fa piacere che me lo chieda.


Felice

A volte sei felice senza saperlo.

A volte sei felice, quasi.

A volte sei felice se ancora.

A volte eri felice ma poi.

A volte eri felice se solo.

 

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Foto e ordine

Ho visto un fiume di foto, mescolate: priva di ogni ordine. Ti incrociavo cosi, lo sguardo perso in uno sfondo sfuocato, e gia scivolavi via mentre passavo a una foto di mia madre da giovane, la posa rigida di un tempo distante. Le foto dai colori pastelli della tecnologia prima anni 80 dipinge le foto della mia comunione, fuori dalla chiesa. Sono colori molto piu accesi e vivi quelli dei miei vent’anni, in un crepuscolo che via via mi fa piu vicino ai trenta e poi li supera, senza arrestarsi, continuando ad affrettarsi, chissa verso dove.

Vivo in esilio piu del tempo che dello spazio. Catturato immobile, non mi divincolo. Non rivolgo nemmeno lo sguardo alla finestra. Rimango e attendo.

Nel frattempo ho cambiato lavoro. Ho lasciato Tripadvisor il 16 gennaio e il 19 ho iniziato in Groupon. E’ stata una settimana molto intensa. La cosa bella e’ che sono circondato da assoluti geni. Gente da cui puoi imparare moltissimo. Qualunque cosa succeda ho la sensazione che imparero molto.


Aereo

Un mio collega, mi ha scritto l’altro giorno. Si tratta del collega che mi ha fatto da mentore nei primi tempi in TripAdvisor. Mi ha scritto che queste vacanze me le sono meritate e mi ha fatto molto piacere ricevere quel messaggio.

A meta’ maggio sono uscito di casa, Andrea e Giulia ci hanno accompagnato a Porta Susa. Da li’, a Milano, all’aeroporto, a un volo per Dublino. Il 13 Maggio ho presentato un articolo a Londra, il 14 iniziato a lavorare a Dublino. Da allora un giorno di vacanza, fino ad adesso. Ho preso tutti i giorni che mi rimanevano. Ho anche dato le dimissioni, qualche settimana fa, cercato di rimanere il piu’ possibile, gestire la transizione nel miglior modo possibile. Perche’ sono grato a questa azienda, che e’ stata sempre incredibilmente generosa con me. E’ fatta di persone fantastiche.

Ieri mi hanno regalato un’edizione speciale di Monopoly, stampata per TripAdvisor. Non e’ bellissima?

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La sera c’e’ stata la cena di Natale con i colleghi. Molto, molto vino bianco.

Stamattina mi sono alzato con un cerchio alla testa, bevuto acqua, mangiato un tozzo di pane e sono stato male. Piu’ tardi sul taxi guardavo le vie di Dublino che scorrevano, le facciate dai colori forti dei pub. Le case georgiane di Dublino Sud che lasciavano posto agli edifici di mattoni di Dublino Nord. Di mattina, libero, solo con i miei postumi, mi sentivo nella condizione piu’ appropriata a questa citta’, in qualche modo integrato.

Sono partito per Brema e ho chiesto indicazioni, per raggiungere la Hauptbahnhof, per trovare il mio albergo. L’inglese non funzionava, armeggiavo col tedesco. Ho mangiato un kebab ed un rotbratwurst, vagato per le strade. La Germania non e’ casa per me, ma mi e’ in qualche modo familiare, una sorta di eremo che mi accolto due volte nella mia vita.

Questa notte dormo qui, domani mi alzo, prendo il treno e vado a trovare Asso, nella casa dove vive da oltre un anno.

Perche’ non sono andato prima? Perche’ non ho abbastanza controllo sulla mia esistenza? Perche’ quel tempo non e’ stato nelle mie disponibilita’?

E’ talvolta disarmante come sia semplice perdere di vista qualche aspetto della propria esistenza, come ci si sforzi di afferrare tutti i lembi e ci si ritrovi scoperti ora qua, ora la’. Per inseguire un’avventura professionale diversa ho investito quel tempo, attenzione e dedizione, accettato compromessi che non bisogna perdere di vista, continuare a ricontare e vedere se il gioco vale la candela: per un anno, per due?
Vorrei non dover essere costretto a scegliere, vorrei un paese che mi offra la meta’ di quello che mi offrono altri paesi. Non e’ cosi’ pero’, quindi scelgo e scegliero’, continuando a perdere qualcosa: ora questo, ora quello. Continuando a ricalcolare, a strappare l’affare migliore, poi reagendo con orgoglio. Tutto, per avere la sensazione di avere ancora la mia vita in mano, fra le cose di cui posso decidere. Tutto, per seminare il minor numero possibile di rimpianti.


Egli ha detto tutta la verità che c’era da dire

Asso. Maledetto Asso, tu e le tue malvagie e piene di una lucidità che ti ci vogliono vent’anni a capirla. Ancora una volta hai detto la verità. Hai detto tutta la verità che c’era da dire e io allora, non solo vengo italianirlandesemente a fotterti l’esistenza ma te la rubo tutta di sana pianta, come l’avessi detta io, che non sarei stato capace, ma che se avessi potuto l’avrei detto e poi avrei pensato, cazzo che bravo che sono. Eccola qua la verità sfigati bastardi.

Quel giorno un pugno di persone si radunò davanti alla sede della città e chiamò a gran voce il capomastro. “Che è?”. La folla rumoreggiò e poi uno fra loro si erse a rappresentante e disse: “Ci lamentiamo del fatto che non ci siano più problemi di cui lamentarsi.”.

 

Il tipetto davanti a me se la rise di gusto, e poi lasciò partire una scorreggia come un punto esclamativo. Era il giorno delle Favole Idiote del Tipetto. Che in realtà è quello che mi ripara i tubi alla domenica, quando sono a corto di soldi e il tubo sfilettato degli anni Venti che si trova sotto il lavandino del mio bagno si sfila e sparge tutto attorno peli di barba e schiuma, dentifricio eccetera. Un bel casino. Così per un paio di birre si ferma il Tipetto nel salotto di casa mia e mi intrattiene con le sue Favole Idiote. Non che volessi passare il resto della mia vita così, tra un idraulico in pensione con la vena delle parabole intellettuali alla domenica e i giorni della settimana a contare le ore che mi separano dal sabato, per poi passare il sabato a fare a pugni con i miei amici. Non vorrei, ma il Fato mi ha relegato in questo angolo d’inferno a recitare la parte del bello e dannato. Insomma, sono lì che recito la mia particina e mi sistemo l’orlo dei miei pantaloni, con fare melodrammatico, mentre l’Idraulico della Domenica mi finisce la storiella.

 

…quel giorno il capomastro si ritrovò la figlia del panettiere nel suo letto, con enormi seni a puntare i capezzoli come pistole, e il capomastro dovette cedere ai suoi istinti più perversi, mentre la dannata famiglia del panettiere se ne stava nascosta nell’angolo della stanza dietro le tende…

 

“A me sfugge la morale di questa storia, senti un po’.”. Non posso fare a meno di mettermi in posa, con la bottiglia di birra pendente tra le mie dita. Ho voglia di azione, e non di ascoltare questo idraulico della domenica. “La morale non c’è, cazzone. Qui sto parlando di tette, parodia di uomo.”. Poi finalmente si eclissa, lasciandosi dietro una scia di scorregge e una fila di imprecazioni. Così a volte finisce la mia domenica, con una scia di puzzette stagnante tra il soggiorno e la porta d’ingresso, e un paio di bottiglie vuote. Che volendo è più triste di una domenica sera di novembre. Una volta smesso il ruolo del bello e dannato, che sarà durato una mezz’ora in tutto, devo sistemarmi le pantofole e mettermi a spiare le finestre del palazzo di fronte. Al terzo piano le tende sono tirate, probabile che lì dietro c’è molta attività. Al secondo un padre di famiglia guarda la televisione e non sa quanta umanità scorre sopra e sotto di lui. L’altra volta ho visto la moglie che tirava le tende, con una bottiglia di vino in mano e due bicchieri. Dieci a uno, pensai, che il loro commercialista è passato a portare le parcelle.

 

Ma quello che più mi tormentava era il pensiero di ricevere presto la visita di quell’ Italo-irlandese cacciatore di calendari. Arrivando con quella sua aria spavalda, carico di pillole e consigli tecnici sull’erezione del pene umano, a scompigliarmi la mia camera in cerca dei calendari sexy di S. S.. Avevo già preparato una trappola, e cioè del buon vino e l’album dei Pink Floyd, The Dark Side Of The Moon. Sì, con tutte le Maiuscole. Così mi stavo attrezzando, passando in rassegna la seconda birra e stappandola con un gesto iroso. L’italo-irlandese arrivava con l’aereo delle 13,00, avrebbe dormito in un Hotel fuorimano in quel di Brema, magari tingendo di marrone le pareti e scartabellando la rivista dei canali porno alla tv. Dopodiché avrebbe detto due parole al facchino, dando i suoi consigli per una vita sessuale appagante, dileguandosi con un lezzo di scorreggia nel giro di pochi minuti. Dio, è quasi arrivato, pensai, chiudendo le tende sullo spettacolo indegno della coppia che scopava allegramente senza alcun ritegno davanti ai miei occhi. Ci ripensai, scostai di nuovo le tende e ci detti una occhiata più critica. Non avrebbero superato un solo esame dell’Irlandese. Pardon, Italoirlandese. Suona un po’ come una parolaccia in Thailandese, ma senza masturbazione linguale. Quando finirono presi il cellulare e chiamai il numero del Pronto Intervento Psichiatrico.

 

“Buonasera pronto intervento psichiatrico, cosa posso fare per Lei?”

“Sono sull’orlo di una crisi di nervi, tra un po’ passa l’ItaloIrlandese e non so dove nascondere i miei calendari”.

“Come scusi?”

“Ma che razza di aiuto siete?”

“Chi la sta per visitare?”

“L’uomo che una volta mi disse con serietà di aver visto camminare la salma di Fausto Papetti”

“Fausto Papetti? Intende il sassofonista?”

“Sì”

“È morto?”

“Come Dio.”

 

Riattaccò. Fanculo, che gente seria. Mai che trovi qualcuno con il senso dell’umorismo. O almeno con una certa curiosità. Cosa che dovrebbe essere appropriata ad un operatore del pronto intervento psichiatrico, quasi un punto di forza direi, di quelli da vantare in un colloquio di lavoro.

 

 

Finii la seconda birra e misi su un cd dei Doors, tanto per lasciarmi un po’ andare. Quando qualcuno bussò alla porta. L’ItaloIrlandese. E non avevo ancora finito di nascondere tutti i calendari della procace grande attrice di tutti i tempi.

“Ho detto a quel facchino che il suo diploma se lo può ficcare nel culo, e anche il suo contegno e tutto il resto.”

“Ascolta non ho nascosto tutti i calendari, non ce l’ho fatta.”

“Io ne ho portati un paio con me”

“Quelli del nuovo anno?”

“Sicuro!”

“Ci voglio dare un’occhiata!”

“La coppia del palazzo sta scopando?”

“Sé!”

“Allora tieni!”

 

Così passammo il nostro tempo. Io nascosi da qualche parte i nuovi che mi aveva portato e infilai nella sua valigia i vecchi, mentre era in bagno a cagare. Andammo dal cinese. Andammo a ballare. Ci rimorchiammo un portoricano, per poi scaricarlo subito dopo in un fosso al lato della strada, tra Hamburg e Veddel. Parlammo molto, ma non di meccanismi erettili e di corpi spugnosi. Parlammo del Capo, di quando cercò di bersi la benzina ad una stazione di servizio, riuscendo a stupire il pur navigato Scari, che di meccanismi erettili ne sapeva meglio di noi ad ogni modo. La sua teoria, di Scari intendo, era che si doveva lasciare la tipa prima di Natale o del suo compleanno, in modo da risparmiare i soldi del regalo. La trovammo una idea se non altro originale, meglio della nostra di addormentarci durante una proiezione di un film porno con due tipe – ripeto due tipe -. Ma quella è un’altra storia, di cui ridere in altri tempi, adesso brucia ancora. O di quella volta che scampammo ad un tentativo di linciaggio gratuito, senza motivo, da parte di una trentina di tamarri. Che vita che è passata sotto i ponti, e siamo gli stessi zingari di una volta, sempre in cerca della nostra vittima in qualche scherzo di cattivo gusto. Capo, ti ricordi quando abbiamo spillato la birra in quel pub di Rosta, senza farci beccare dal gestore?

 

Adesso fuori dall’appartamento, a goderci gli ultimi schizzi di vita, l’ultimo orgasmo, la nostra filosofia di vita del tutto-può-accadere-persino-a-noi. Un sorso a te, domani a me. Fino a che l’ultima bara verrà calata e qualcuno berrà alla nostra. Un po’ come marinai. Siamo stati via per mesi, anni, ora torniamo e ci prendiamo tutto con gli interessi, bevendoci una buona bottiglia di rum.

“Dove sono i miei calendari?”

“ah cazzo, sarà stato quel pazzo che è venuto a trovarci ierisera e ci ha raccontato quella storia scema sul capomastro!”

“Andiamo a bruciargli la casa”

“Amico, sei così sexy quando fai così, sei selvaggia”

“Per S. S. questo è altro.”

Dimmi un po’ quanta strada hai fatto fino ad adesso, quante persone hai visto e conosciuto, con quante ci hai parlato così-per-parlare, e cosa vi siete detti. Su questa lunga autostrada ho trovato il mio destino. Lasciami qui, a smaltire le mie sbornie.

Il terzo giorno abbiamo fatto visita al tipo strano, quello delle storie del capomastro.

“Dove hai messo i miei calendari, bastardo?”

“Non so di che parli, amico!”

“Risposta sbagliata!”

Non gli svelai mai la verità. Era troppo divertente liberarsi di un tale rompicoglioni senza sporcarsi le mani. Il tizio non venne più a raccontarmi le sue cazzate, il suo mento svettante sul suo viso spigoloso non fece più capolino dalla mia porta. A questo servono gli amici. Mica cazzi.


Dall’Irlanda

Non penso molto, la sera. Sono stanco.

Ci sono dei problemi, ci sono questi errori in produzione. Lo vedono gli utenti. Milioni di utenti. E allora li sistemiamo: prima uno, poi un altro, poi domani. Domani in America l’ufficio chiude a mezzogiorno, il giorno dopo e’ Thanksgiving. Oggi in ufficio loro erano pochi. A Dublino del nostro team uno in vacanza, l’altro, Andy, parte oggi. Try to relax this evening.

Io la sera non penso molto e durante il giorno faccio, poi arrivo a casa e leggo. Leggo di linguaggi straordinari, studio francese, lavoro a qualche progettino secondario. Mangio anacardi, molti, moltissimi anacardi. Cucino (male, malissimo) il martedi’, perche’ questo e’ l’ordine precostituito. Invio pacchi a sorpresa a qualche sventurato qua o la’. Riceviamo ospiti di tanto in tanto. Il materasso gonfiabile ha gia’ ospitato tre persone e di questo sono lieto.

Poi i mesi passano e siamo in un limbo di attesa di vacanze e novita’ e riflessioni. E sfide che non sono abbastanza sfidose, per cui, chi e’ il prossimo sfidante?


Poi, una birra

Poi ho aperto una birra.
Un anno fa ero ad una festa, circondato da persone e musica forte. Avevo un bar in casa e amici a portata di voce.
Un anno e’ passato. E’ sera e C. dorme, io, per intanto, apro un’altra birra e penso.
Penso a quando la birra correvo a comprarla al Tankenstelle vicino casa.
Penso che tutto e’ cambiato, e tutto cambia, e a quel laghetto dietro Leopoldstrasse non saprei come tornarci.
Ogni immagina e’ archiviata in qualche forma, non direttamente a portata di mano, traspare sbordata, sul fondo della lattina, o almeno credo valga fare il tentativo, cercarcela.
Poi ho accelerato, ho fatto uno scarto improvviso e mi sono ritrovato qui, a Dublino. Posso stare altri sei mesi in questa casa e credo che in sei mesi io cambiero’ molte cose, rivoltero’ questa vita come un calzino e faro’ fatica a riconoscerla.
Provare a mettere in fila le sensazioni e le esperienze non ha senso, numerarle non si puo’, tornano a mischiarsi a confondersi. Una notte d’estate a Biot, a crepare di caldo e ti ritrovi gia’ a Salou, Daniele con le treccine. Su un balcone di un ostello di Valencia, diciott’anni e non sentirli. Un attimo dopo sei a Zurigo, a cantare con Antonio, Mojcarella e Domen. Una serata al K3 e ti ritrovi catapultato ad Amsterdam a rincontrare quelle stesse persone, a ricomporre un disegno che torna rapidissimo a scomporsi.
Da quant’e’ che non vado in Portogallo? Diogo viene a trovarmi per Natale.
Sono passati quasi due anni (fra un mese) dal viaggio in India, sei mesi dagli stati uniti.
Tutto cambia e nulla sembra spostarsi. Io ho la birra, gli amici non sono piu’ a portata di mano, e non lo e’ neanche la memoria, frammentata e scomposta.
Io ho la birra e se non aiuta a mettere ordine fa compagnia, rallenta un attimo gli ingranaggi, ti lascia l’illusione di poter cogliere l’insieme, come catturare in un momento l’arco perfetto, che mi spiega che fine ha fatto la Clio di Claudio, che torna a riempire il Santa Fe’ di musica tracotante e poi la espelle dolcemente, mentre balliamo davanti all’Hiroshima.
Non so se tutto ha un senso, e certo non lo saprei spiegare.
Pero’ posso dire che mi sono divertito e mi mancate. E mi manco un po’ anch’io. Che oggi faccio questo e domani faro’ quell’altro, e che spero che inciampero’ in situazioni in cui quel modo di sorridere obliquo, mi permettera’ di cogliere la giusta prospettiva, e trovare la nota Z che si nasconde nelle cose e farla vibrare, come quando si spara lungo le strade strette della Liguria, come quando ti chiedono se sei Italiano. E magari sono convinti che l’apple pie non ti piaccia mica.


Sono cambiamenti

Adoro questa canzone. Perche’ suona piemontese, mi suona di quei pomeriggi che Claudio guidava forte e rideva.
Gliela facciamo vedere noi.
Di quelle sere a guardare Santa Maradona.
E poi perche’ si intona alla mia voglia, che si fa ossessione, di una nuova

Sai che c’è, ormai è giorno, è domenica
non avrai paura di me né di un peccato

Nel vuoto del letto dolce di una domenica
sono cambiamenti solo se spaventano,
sono sentimenti

Anche se domani sarò un rimorso
forse puoi abbandonarti di domenica

Sono cambiamenti solo se spaventano

Capovolgi il tuo destino,

Sai buttare il cuore oltre ogni ostacolo e vedere che succede.


Sogni

A volte mi sorprendo a guardarmi mentre mi affanno a correre verso il prossimo gradino, a pensare alla propria sfida. Ho come una coscienza secondaria che osserva, e sorride, pensando che dopo il prossimo traguardo che raggiungero’ ce ne sara’ un altro, e poi un altro ancora. Un gioco che so essere infinito. Semplicemente non esiste alcun punto d’arrivo. Pero’ ogni tanto forse dovevo dimostrare qualcosa, rendere chiaro che se volessi ci sono cose che potrei riuscire a fare, e per dimostrarlo mi tocca di farle. Poi le ho fatto e allora.. boh…

Allora poi passeggio per Dublino, oggi che e’ una bellissima giornata, a volte delle folate di vento sembrano volermi travolgere. Gli ubriachi non se ne danno cura. Vado a tagliarmi i capelli. Non e’ semplicissimo capire l’accento di un parrucchiere irlandese. E’ piu’ semplice pero’ di quando dovevo tagliarmi i capelli in Germania. Prendo uno Pumpkin Spicy Latte da Starbucks. Quando entro da Starbucks penso sempre a quella volta che con James siamo andati a piedi verso lo Starbucks di Newton e mi ha offerto un Iced Coffee. Mi piace l’iced coffee. E’ come il caffe’ ma ha il ghiaccio! E’ una figata.

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Comunque sia pensavo che uno dovrebbe avere dei sogni, delle idee verso cui tendere. Una concezione di qualcosa di fichissimo da fare con la propria vita. Che non sia necessariamente una sfida, ma magari qualcosa che e’ solo bello. No, non bello perche’ stupido, no, fare qualcosa di estremamente stupido, fa si’ ridere, ma e’ un’altra distrazione. Ora poi, in un accesso di lucida follia sarebbe bello anche farle quelle cose. Ma prima le devi pensare, perche’ si’, potresti ritrovarti una mattina ad aprire gli occhi e non essere in grado di stilare una lista di dieci cose che correresti a fare se potessi. A me, detto fra noi, potrebbe piacere fare un Interrail a quarant’anni, cosi’, come a dirmi che ho imparato a vivere sereno: mi prenderei un mese e viaggerei per l’Europa, per conoscerla e per salutare gli amici sparsi qua e la’. Vorrei vivere a Parigi, fondamentalmente perche’ ci sono stato lo scorso Week-end ed era tutto molto bello: c’era il sole e il vino costava molto meno. Era pieno di ristoranti italiani e anche se non ci sono entrato sono sicuro che si mangiava benissimo. E poi c’era lo stesso signore che suonava di fronte al centro Pompidou. Lui. Non mi ricordo quando l’avevamo visto, io, il Bestia e Asso, ma ne parlavo qui, quindi stiamo parlando di diversi anni fa.

Fra due mesi poi parto e vado in Germania, atterro a Brema e salgo su un treno per Amburgo, dove vedro’ Asso. Poi volero’ a Parigi, dove incontrero’ C., prendero’ il treno e andro’ a Rennes. Da Rennes poi scendero’ a Lione e da Lione andro’ a Torino. Da Torino ripartiro’ per Dublino. Staro’ lontano 20 giorni da lavoro, ma sono sicuro che se la caveranno ugualmente. Sembra incredibile ma un tempo facevano cosi’: io non c’ero e gli altri facevano tutto, senza di me, e comunque funzionava. Quindi sono fiducioso che andra’ bene.

E allora’ poi faro’ delle cose, terro’ allenati mente e cuore e continuero’ a fare cose tanto per farle, per esercitare quel muscolo chiamato Vita, poi mi fermero’ a pensare cosa voglio fare e alcune di quelle cose le faro’ e credo che col tempo faro’ tante cose perche’ quando io ero giuovine ho viaggiato con gente molto ganza che mi ha lasciato addosso questo gusto per la strada, e che se e’ vero che ognuno la interpreta un po’ come vuole io la interpreto che parto, che sorrido, che bevo la birra e faccio qualcosa che poi racconto la prossima volta che siamo al Keller. Ah, si’ quella volta che vivevo a Monaco di Baviera…

Io poi le cose le faccio. Voglio continuare. Ma prima devo pensare, pensare qualche idea assurda.


E quindi

E quindi domattina mi alzo presto, ma proprio troppo presto, e prendo un taxi, volo verso Parigi e il primio giorno di vacanza da quando lavoro per Tripadvisor.

Cosi’ sono passati alcuni mesi, e tutte quelle che all’iniziano erano nuove sfide, emozionanti, ora mi sembrano un ricordo gia’ sfiorito, prigioniero di qualche album di fotogragie. Recentemente sono stato sotto pressione, molta pressione, per alcune settimane. Lo definiscono essere “sul cammino critico”. Poi e’ passato e mi e’ rimasto addosso questo senso… di noia. E per via del modo in cui sono fatto non posso che chiedermi: qual’e’ la prossima sfida? Ultimamente ho partecipato alla Clojurecup, la sera studio Haskell ma… la verita’ e’ che mi manca essere sotto stress, essere in una situazione che costringa a spingere le mie capacita’ al limite. Mi manca avere il dubbio di non potercela fare, essere costretto a inventarmi qualcosa, per uscirne vivo.
Questa e’ la stessa sensazione che ho provato quando il mio idolo mi ha fatto i complimenti per il mio lavoro in Germania, quando mi ha offerto di lavorare in quella certa azienda che per me un tempo era solo un nome e un sogno. Sono stato contento per una sera, ricordo la precisa sensazione mentre camminavo nella neve di Monaco, la strada dietro casa mia in Leopoldstrasse, il berretto che mi proteggeva dal vento. Poi ho iniziato a pensare ad altro, a cosa potessi fare di nuovo.

Quindi parto con Parigi con questi pensieri, conscio che la Vita non cambiera’ per magia, ma dobbiamo costruirla. E quindi penso a cosa potrei fare per mettermi ancora alla prova, quale equilibrio posso trovare fra le emozioni e una vita vivibile. Sento che non ho alcuna voglia di sedermi, che ho bisogno di un nuovo obiettivo. Sono conscio che una volta raggiunto, probabilmente non mi bastera’ ancora. Ma che importa, a cercarle bene sono certo che ci saranno sempre nuove sfide per me. Fino a che mi daro’ il permesso di inseguirle, almeno.

Insomma: bene, e ora quale altra stronzata posso inventarmi?


Io, a Dublino

Così un pomeriggio ho aperto gli occhi, la luce è filtrata rarefatta a illuminare mezze emozioni e percezioni abbozzate.

Come se vivessi, con forza e tanto impegno da lasciare poco spazio al sentire, al disquisire. Non passo più le mie giornate e le mie notti a sezionare i minuti, a scrutare i pensieri, a studiare come mi sento, come non mi sento, come mi sembra di sentirmi.

Così mi sono svegliato in questa casa di Dublino e ho passato del tempo a programmare cose bellissime e grandiose (intendo programmare-programmare, scrivere programmi), poi sono uscito a passeggiare per Dublino, fra le torme di ragazzini italiani che occupano le strade, saltano le code, spintonano. Ho mangiato dove volevo, ho letto, sono tornato a casa.

L’altro giorno un collega ha detto “You have a lot of Lebenraum” e non capivo, perchè sbagliava lui a pronunciare quella parola come fosse inglese e non tedesca. Non l’ho corretto perchè io ho la Germania fra i miei bagagli e lui no, quindi va bene così.

Cambio il layout della tastiera: ora irlandese, ora statunitense, poi scrivo questo post e la cambio in italiano e non trovo più le parentesi, i segni di interpunzione: è una migrazione, un continuo cambiamento, che costa fatica.

Non è così per tutto il resto, sembra avvenire naturalmente, forse supportata da questo mio sorvolare le cose, planare sul prossimo giorno senza eccessivi pensieri. Sarà che sono sereno, per via della buona compagnia, per via dell’essere lontano dallo spettro di quel paese in frantumi.

Ho colleghi da Spagna, Costa Rica, Argentina, Irlanda, Stati Uniti, Ucraina.

Capisco meglio l’inglese, con alcuni è un fiume di parole che so navigare, in cui riesco a scivolare con pieno controllo. Altri accenti sono stretti. Le parole per strano sono talora mozzicate, come tracce di suoni che non ci sono. Forse sono già stati detti tanti anni prima e non vale più la pena ripeterli. A volte faccio finta di capire, a volte capisco.

Non dico più “yes”, dico sempre e solo una sorta “ya”.

Poi entro in quel negozio e l’accento è inglese, troppo inglese, yes a picture.

Poi sento il mio capo, ogni settimana, you are doing great, do not think otherwise.

Poi c’è chi si complimenta per l’inglese, chi invece mi guarda e non mi capisce, mi chiede se sono qui per studiare l’inglese.

Poi c’è il Whiskey per Andrea.

Poi c’è la casa dove vivevo meno di tre mesi fa.

Ho questa abitudine a cambiare posto e radici, e con l’età vivo la nostalgia in modo molto, molto diverso. Non sembra più un gigantesco, ineluttabile dolore per ciò che è non sarà più, ciò che è stato e non potrà più essere ricomposto. E’ ora più un senso vaga di gratitudine e di fiducia.

Se da tutto quanto è avvenuto io ho avuto e imparato, ricevuto e continuato ad avere motivi di meraviglia, allora forse non serve più a nulla spaventarsi, rimpiangere o temere cose, che forse succederanno e verranno poi seppellite da nuove meraviglie. Perchè io, in fin dei conti, sono un gran bastardo fortunato.

Oggi parte della mia fortuna è aver potuto abbandonare quella terra avara, ogni giorno la mia fortuna è essere venuto dalla quella terra, da quella storia e da quelle persone. Domani la mia fortuna non lo so ancora cosa sarà, ma con fiducia, buone memorie, birre di qualità e qualche Z sulla fronte, non c’è cosa che non si possa affrontare, non c’è giorno che si possa prevedere.


Sono andato, tornato, ripartito

Sono partito, ho camminato fino a quando i segnali lungo la strada sono spariti, fino a seminare le ultime case, lasciarmi dietro le voci. Tutte le voci, per me ormai chiacchiericci indistinti. Ho continuato, fino a che non fossi più raggiungibile, da richiami, realtà discernbili e ripensamenti. Poi ho continuato a camminare ancora, come si potessero seminare i passi invece che le azioni. Ho continuato, anche dopo aver capito che non sarebbero bastate mai le gambe a percorrere quella linea infinita e cieca.

Sono arrivato, poi, molto dopo aver smesso di credere che la strada avesse due lembi, sono arrivato all’Hotel Supramonte. Ho pensato che tutto avesse il tuo nome. Ho dormito poco, mi sono svegliato agitato e mi sono nutrito di pane senza sale. Era buonissimo. Sono rimasto quante notti? Quante stelle ho visto? Perché non le ricordo esattamente? L’immagine precisa e inappellabile, intendo.

Poi mi sono ritrovato di nuovo a camminare, senza sapere bene cosa fosse successo, incapace di capire esattamente la scintilla e il processo successivo. Qual’era la ragione? Era giusto? Era inevitabile? Come quei film, che li riguardi e hanno quel finale che non ti convince. Che non capisci.
Ho continuato a camminare anche se nulla aveva sapore, anche se poche cose emergevano fra ombre vaghe e indistinte. Mi sono trascinato, più per vizio che per convinzione, oltre sovrumani silenzi e un buio stinto d’ignavia. Ho continuato a camminare, confuso.

Ed ero già dentro un’altro viaggio, senza averlo ancora capito. Ho provato a ricomporre i principi, le evoluzioni e le giuste conclusioni, e poi ho smesso, gettato via quel gioco inutile per la mente. Sono ripartito e cammino, come posso e come riesco. Sorretto da una testardaggine infinita, stolida e coraggiosa a volte, da pezzi di memoria che ritrovo nei cassetti, da buoni “esci di prigione” che qualche amico mi ha ficcato in tasca, per quando ne avessi avuto bisogno.

E così ora sono qui, in un’altra fase della Vita. Abito vicino al ponte Samuel Beckett, a forma di arpa. E’ bellissimo.

Penso ancora, mentre lo attraversa a tutta la polvere accumulata durante i miei viaggi, a quanto calore ci fosse anche quando non ero nella condizione di notarlo. La mia gratitudine è a scoppio molto ritardato. Faccio in tempo a dimenticare gli atti, i nomi e i volti prima di aver capito quando dovessi ad ognuno.

Sono andato, tornato, ripartito.

Si incontrano cose e Vite, e persone e opportunità e si accumulano molte storie da raccontare. E così un giorno racconterò anche questo pezzo di Vita, o quanto ne ricorderò, o quanto mi parrà giusto di dover dire. Chissà, chissà fra quante tappe e Vite ne parlerò.


Memorie

Uno dei momenti che ricordo con più piacere è quando, durante un pomerigio d’estate in cui mi annoiavo o alla sera di una giornata difficile, buttavo giù un bicchiere di Jack Daniel’s. La bottiglia me l’avevano regalata Andrea, Claudio e Daniele, il bicchiere da cui lo bevevo veniva da un Hard Rock in Grecia e me l’aveva portato Laura.
Ricordo anche qualche pomeriggio in cui annegavo di noia e correvo in macchina verso la Crai di Buttigliera, afferravo un paio di birre e la vita mi sorrideva. Avvertivo quella vibrazione di spensieratezza, quella nota che ti dice che la Vita è bella, cazzo, non c’è niente che possa annullare questo fatto.

Capita che un bicchiere a fine giornata me lo ricordi, mi colleghi con un filo rosso a quel rintocco.

Bei tempi.


In poche parole

…usciti fuori da quella coltre di aria densa e immobile, si avverte una differenza fondamentale. Per me quella differenza fondamentale è la fiducia nel futuro, l’acquisto di un senso nuovo: la capacità di proiettarsi in avanti, immaginare, costruire sorretti dalla fiducia.

Non la conoscevo una sensazione del genere, non ero in grado di immaginarla, quando ero intrappolato e soffocato da quel clima che c’è in Italia.

Sto bene e sono grato al mio percorso, che devo al mio paese. Ma a volte fa ancora male, pensare a quanto tolga e allo stato in cui versi.


Qua e là, e poi di nuovo qua

Pensieri vari, in ordine casuale, giusto prima di dormire, fra il jet-lag e tutto il resto.

Quindi il 4 Maggio sono salito su un aereo, ho passato la notte in un albergo di Dublino, strategicamente ubicato sopra una discoteca. Sì, è per portarsi le ragazze in camera. No, non lo sapevo fosse sopra una discoteca.
Poi l’alloggio temporaneo, trovare casa, volare a Londra per una conferenza (il 13) e iniziare a lavorare (il 14). Il sabato (17) sono salito su un aereo per Boston. All’aeroporto l’azienda aveva mandato due macchine a prendere me e il mio collega; ne mandiamo via una e lasciamo l’altra ci porti al nostro albergo, a Dedham, un paesino fuori Boston.

Dedham è un piccolo centro ma le strade non sono fatte per essere percorse piedi. C’è un centro commerciale vicino all’albergo e poi niente. In questo centro commerciale un Apple Store. In tutta Irlanda non c’è n’è uno di Apple Store (ok, c’è a Belfast, ma quella è un’altra storia).

La domenica andiamo a prendere un treno, che passa ogni due ore. Per salire c’è una pedana in legno, alta qualche metro. Si può accedere dal treno solo da lì. Giriamo poi Boston, una città fra le più antiche degli USA e quindi “quasi” europea.

Il lunedì un taxi ci viene a prendere e ci porta a lavoro. Dopo pochi giorni capiamo che non ha senso fare ogni giorno 40 minuti all’andata e 40 al ritorno di taxi. L’azienda trova un albergo, teoricamente al completo, ma fatto un certo nome la disponibilità salta fuori. E ci ritroviamo allo Sheraton di Newton, 10 minuti a piedi da lavoro.

La sede dell’azienda è incredibile. Non aggiungo altro.

Salta fuori però che per il giorno del mio ritorno è previsto uno sciopero di Aer Lingus. Mi risistemano sul volo della domenica (1° Giugno). Peccato però che il mio collega, che aveva prenotato quel volo settimane prima, avesse preso l’ultimo posto libero, difatti io non ho un posto assegnato. Ne seguirà il giusto ammontare di stress.

Lavoro per due settimane lì. Sembra che vengano apprezzati i miei primi risultati.

Sono il secondo ad effettuare il check in online (la procedura ti da un numero ordinale). E prendo un posto nella fila 43. La fila 43 ha solo 2 posti ed è l’ultimissimissima fila. Rientro a Dublino.

Questa mattina è stato molto bello camminare sul ponte Samuel Beckett, a forma d’arpa, andando verso l’ufficio. Tornando da lavoro Camille mi dice al telefono che piove fortissimo. Non dove sono io (1.5 km di distanza). Non almeno per 2 minuti, poi dal torso in su ci pensa la mia giacca di goretex, dalle gambe in giù i pantaloni e le scarpe sono zuppi nell’arco di 60 secondi. Sorrido camminando per Dublino, felice. Tornato a casa, al mio appartamento, al mio nuovo conto in banca, al mio ufficio, alla mia Europa, dove sono un cittadino con tutti i diritti.

Il mio primo giorno al mio rientro produco poco, salta fuori un problema, e dopo il su, che sembrava tanto alto, c’è un giù che temevo più basso. Ma se c’è una cosa che il dottorato ti insegna (è retorica: di cose te ne insegna parecchie, e utili direi) è a non entusiasmarti e non demoralizzarti. Credo che l’Accademia sia fatta di sbalzi d’umore immani, almeno i primi anni: un paper accettato o il lavoro di mesi rifiutato. Cosa vuoi che sia a quel punto la possibilità di causare un eventuale problema che impatti i nostri 260-MILLIONI-DI-UTENTI-UNICI-MENSILI. Se ci penso mi fa sorridere l’idea che un numero tale di persone possa un giorno ritrovarsi a inveire contro me o un mio collega, per un problemino magari da poco. Millioni di piccole maledizioni che attraversano l’etere. Mi ripulisco il karma a sorrisi. Esco presto e penso che domani andrà meglio. Domani la farò andare meglio. Con calma e infinita pazienza, in fondo sono sopravvissuto al Poli, il resto è una dolce passeggiata :)
All’aeroporto di Dublino l’ufficiale dell’immigrazione mi chiede dove vivo. Quando glielo dico mi dice che è un bel posto. Gli direi che l’Irlanda è un bel posto. Bè, forse non Limerick, the stab-city.


Cambiamenti lavorativi

D’ora in poi niente accenti. Sorry about that, tastiera irlandese.

Dunque, mercoledi’ ho iniziato a lavorare in TripAdvisor. Tre giorni nell’ufficio di Dublino, il sabato su un aereo e da lunedi’ lavoro nel quartier generale di Newton, vicino Boston. A circa 7 metri da Stephen Kaufer.

Nel mio precedente lavoro ero circondato da persone sia estremamente intelligenti che persone con cui era piacevole avere a che fare. A questo si aggiungeva la liberta’ di poter esplorare problemi di proprio interesse e le sfide intellettuali. Saro’ sempre grato a chi mi ha dato questa possibilita’.

Anche il nuovo lavoro mi da la possibilita’ di avere a che fare con persone intelligenti e gentili. I problemi che trattiamo sono diversi, io poi essendo all’inizio mi occupo di piccole cose. Che pero’ impattano milioni di utenti.

La vera differenza pero’ la fa il sistema: quello che sta attorno al mio lavoro diretto. Qui sono inserito in un sistema che ti vezzeggia, ti sostiene e ti premia in una maniera che da un lato mi stupisce in maniera clamorosa, dall’altro mi fa rabbia, pensando al fatto che l’ambiente in cui lavoravo prima, non per colpa di chi ci lavora (non di chi fa ricerca almeno), sembra costruito all’opposto, per danneggiarti ad ogni tuo passo.

Al di la’ dello stipendio, dei benefit di ogni tipo (palestra, pensione integrativa, azioni, massaggi, assicurazione viaggio, assicurazione medica, ecc, ecc, ecc) da un lato l’ambiente di lavoro e’ costruito per essere piacevolissimo: dalle pareti coperte da scaffali di snack, alle bevande, al caffe’ offerti dall’aziende, alle iniziative (BBQ all you can eat, eventi di beneficenza, riunioni aziendali in belle sale conferenze, ecc) c’e’ una grande organizzazione e disponibilita di tutti: schiocchi e le dita e il tuo mac e’ contornato da 2 monitor da oltre 20 pollici, magic pad, tastiera esterna. Anche se stai qui due settimane devi venire messo nelle condizioni di lavorare al meglio. Qui basta chiedere, e a volte non serve nemmeno. E’ assurdo, inspiegabile a chi abbia lavorato in Italia. Qui ti devi preoccupare di fare il tuo lavoro, essere rilassato e chiedere: avrai qualsiasi cosa ti serva senza uno sforzo. Quando sono entrato mi aspettava gia un macbook pro ultimo modello. Il capo ha scoperto che ho solo 8Gb di Ram e ha gia’ organizzato perche’ al mio ritorno venga subito upgradato a 16 Gb. Mio sforzo in tutto cio’? Zero.

Andare in missione poi e’ un po’ diverso: non vengo insultato per avere usato un modulo sbagliato (che nessuno si guarda bene dal rimuovere dal sito), non devo anticipare le spese. Ricevo un’email riepilogativa con i dati del volo, dell’albergo, della macchina che mi verra’ a prendere all’aeroporto per andare in albergo. Al mio collega non piace molto l’albero perche’ un po fuori mano? Nessun problema, basta chiedere e veniamo trasferiti allo Sheraton.

Ecco, penso che sarebbe bello avere questo incredibile apparato che supporti chiunque si impegni nel suo lavoro. Un sistema che ti fa sentire sempre apprezzato e importante. Non ci credo, non me ne capacito e a loro pare normale. Mi chiedo se altri sistemi siano costruiti apposta per frustrare la gente, per impedirle di lavorare. Provo amarezza a ripensarci. Non e’ giusto.

Per il resto sono partito lasciando Camille nella casa in cui eravamo appena entrati. Da inizio mese ho dormito in Italia, Irlanda, Inghilterra, Stati Uniti. In questi giorni cammino nella provincia americana, domenica scorsa ho visitato Boston, con il mio collega e una ragazza indiana incontrata in stazione. ‘Sti americani hanno un’ottimismo e una rilassatezza che ti fa passare ogni preoccupazione. Caspita, che mondo strano quello in cui sono finito.

E un po’ mi manca l’Irlanda, anche se al mio ritorno saro’ stato piu’ in USA che in Irlanda. Comunque, come dicono qui, this is pretty awesome.

Meriterebbero poi un capitolo a parte i taxisti pazzi che ci portavano dal vecchio albergo a lavoro. Uno mi ha fatto davvero impressione: raccontava della sua mustang conservata in garage, del fatto che non fa vacanze da 4 anni e che non puo permettersi l’assicurazione sanitaria (cosa per cui lo multano, peraltro), di un viaggio fatto in Irlanda da ragazzo. Sembrava un’icona americana, con quella sua bandana.


Inizi (una settimana in Irlanda)

La prima volta che sono partito per vivere all’estero è stato per l’Erasmus: la mia destinazione era Karlsruhe.

La seconda volta sono partito per un periodo come ricercatore in visita, diretto a Monaco di Baviera.

La terza volta (questa) ho accettato un posto come software engineer a TripAdvisor, presso la loro sede di Dublino.

Per Karlsruhe ero partito ad Agosto 2008, per imparare il tedesco, per iniziare la nuova vita e per sistemarmi. I primi giorni in ostello erano stati strani, come una bolla. All’ostello mi trovavo male, con la gente che mi svegliava di primissimo mattino, così diversa dalla gente che avevo incontrato in altre occasioni in ostello. Camminavo fino a ferirmi i piedi, la sera andavo in un pub vicino all’ostello. Poi entrai ad HaDiKo e cambiò tutto.

A Monaco di Baviera sono atterrato il primo agosto del 2012. Appena sceso dall’aereo mi sono diretto a Marienplatz, dove ho immediatamente acquistato una scheda del telefono. Poi sono arrivato davanti al mio appartamento. L’agente non rispondeva ed era in ritardo. Mi chiedevo se mi avessero fregato, tutti quei soldi inviati prima di partire. Poi la gente arrivò e quelle prime settimane a Monaco di Baviera ero felice in maniera estatica.

A Dublino sono arrivato una settimana fa. Domani dovremmo avere le chiavi dell’appartamento. A meno che un amabile vecchietto irlandese ci abbia fregato e si sia intascato un paio di migliaia di Euro. La sera parto per Londra e torno il giorno seguente. Pronto a continuare questo inizio. Il terzo.

Forse un giorno sarò vecchio e solo un po’ più attempato e avrò delle belle storie da raccontare di quando vivevo lì o là. Forse continuerò a vivere a Dublino o mi muoverò da un’altra parte (Londra? Lione? USA?).

Chissà. Vi voglio bene, ecco, questo lo so.