Montagne

Note dall’ultimo viaggio in Italia, qualche tempo fa.

Ci sono valli in cui ho guidato cercando di andare un po’ piu’ forte delle mie domande. Parcheggi in cui mi sono fermato, lungo la statale, alla ricerca di un nonluogo in cui sfuggire tempo e auto-inquisizioni. I dubbi come aghi nelle gengive.
Ci sono montagne che mi sono fermato a osservare molti giorni, sparsi come manciate di sabbia lungo gli anni. Un certo profilo, il modo in cui le valli sono confinate dai costoni, il risalire degli abeti fino a mezza costa, solo osservarlo mi fa risuonare un eco di momenti di confusione, spaesamento, disperazione. Tutte cose affrontate guardando fuori dal finestrino, camminando fino a farsi male ai piedi. Ho risolto poco ma quegli sguardi si sono riflessi in me, l’impressione si è addormentata dietro alla pupilla, culla una voce sottile che mi ricorda che ogni storia è infinita, e più forte di quello che si creda, capace di tessere e incrociare trame, che rimangono là sotto, memoria solenne, a me, alla montagna.
Le stazioni sono un altro luogo che nessuno abita e che tutti vivono, depositando passeggiate nervose lungo il cemento del marciapiede. Passeggiare fino al termine e poi tornare indietro, e riprendere, in attesa di un treno che non si sa se prendere, che arriva comunque troppo tardi, che ci desposita comunque troppo presto, prima che decisioni e parole si siano coagulate in qualcosa di utile. Dio quanti treni si puo’ rimpiangere di non aver preso?
Eppure le facciate delle stazioni continuano a scolarirsi, i davanzali a sfaldarsi, i cornicioni a sorridere imbarazzati a mezza bocca. Piano piano procede il paesaggio, come a ribadire la propria indpendenza, la propria indifferenza a storie che si ripetono, e che suonano epiche solo a noi, a chi ha versato un poco di sangue perché la giostra andasse avanti, facesse un altro giro, per guardare dopo la curva e sperare in un finale che permettesse di resprirare, di riscoprirsi vivi, di riprendere.

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