Le case

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Uno le case dovrebbe sempre lasciarle. Dovrebbe lasciarle spesso, prima che diventino case. Dovrebbe chiudere le porte, tirarsele dietro, a separare cio’ che siamo stati, cio’ che non abbiamo avuto il coraggio di essere da cio’ che, a Dio piacendo, saremo capaci di poter essere, un giorno.

Abbandonare tutto cio’ che si puo’ abbandonare, creare tutto lo spazio.

Invece rimaniamo li’, dove un quadro ci parla, dove un oggetto e’ rimasto appoggiato come quella sera, dove, un tempo, l’ombra si allungava in disegni morbidi, in arabeschi che sapevamo interpretare.

Uno dovrebbe ripartire e poi non ritornare. Non ritornare mai piu’ nei luoghi dove e’ stato felice. Perche’ inevitabilmente l’orizzonte e’ cambiato. Avresti poi voglia di chiamare, di risentire. Ma non ti ricordi il nome, neanche il nome. O il numero e’ stato disconnesso. Non esiste piu’.

Uno dovrebbe continuare, andare, lontano o vicino non importa, ma dove non c’e’ mai stato nulla. Dove tutto e’ nuovo e non si riflette in ombre, in racconti, in ricordi, in lampi d’intensita’ ineguale. Uno dovrebbe uscire e non pensarci piu’. E non pensare piu’.

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Pero’ facendo cosi’, continuando a muoverti, ti accorgeresti di avere ora il coraggio, ora che non c’e’ nulla per cui avere coraggio. Ora che non ci sono nodi a sfidarti lungo ogni viale, pensieri rimasti a dormire su una panchina. Sfide che avevi appoggiato li’, e che ancora ti aspettano. E’ facile avere coraggio quando non serve.

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