Io, a Dublino

Così un pomeriggio ho aperto gli occhi, la luce è filtrata rarefatta a illuminare mezze emozioni e percezioni abbozzate.

Come se vivessi, con forza e tanto impegno da lasciare poco spazio al sentire, al disquisire. Non passo più le mie giornate e le mie notti a sezionare i minuti, a scrutare i pensieri, a studiare come mi sento, come non mi sento, come mi sembra di sentirmi.

Così mi sono svegliato in questa casa di Dublino e ho passato del tempo a programmare cose bellissime e grandiose (intendo programmare-programmare, scrivere programmi), poi sono uscito a passeggiare per Dublino, fra le torme di ragazzini italiani che occupano le strade, saltano le code, spintonano. Ho mangiato dove volevo, ho letto, sono tornato a casa.

L’altro giorno un collega ha detto “You have a lot of Lebenraum” e non capivo, perchè sbagliava lui a pronunciare quella parola come fosse inglese e non tedesca. Non l’ho corretto perchè io ho la Germania fra i miei bagagli e lui no, quindi va bene così.

Cambio il layout della tastiera: ora irlandese, ora statunitense, poi scrivo questo post e la cambio in italiano e non trovo più le parentesi, i segni di interpunzione: è una migrazione, un continuo cambiamento, che costa fatica.

Non è così per tutto il resto, sembra avvenire naturalmente, forse supportata da questo mio sorvolare le cose, planare sul prossimo giorno senza eccessivi pensieri. Sarà che sono sereno, per via della buona compagnia, per via dell’essere lontano dallo spettro di quel paese in frantumi.

Ho colleghi da Spagna, Costa Rica, Argentina, Irlanda, Stati Uniti, Ucraina.

Capisco meglio l’inglese, con alcuni è un fiume di parole che so navigare, in cui riesco a scivolare con pieno controllo. Altri accenti sono stretti. Le parole per strano sono talora mozzicate, come tracce di suoni che non ci sono. Forse sono già stati detti tanti anni prima e non vale più la pena ripeterli. A volte faccio finta di capire, a volte capisco.

Non dico più “yes”, dico sempre e solo una sorta “ya”.

Poi entro in quel negozio e l’accento è inglese, troppo inglese, yes a picture.

Poi sento il mio capo, ogni settimana, you are doing great, do not think otherwise.

Poi c’è chi si complimenta per l’inglese, chi invece mi guarda e non mi capisce, mi chiede se sono qui per studiare l’inglese.

Poi c’è il Whiskey per Andrea.

Poi c’è la casa dove vivevo meno di tre mesi fa.

Ho questa abitudine a cambiare posto e radici, e con l’età vivo la nostalgia in modo molto, molto diverso. Non sembra più un gigantesco, ineluttabile dolore per ciò che è non sarà più, ciò che è stato e non potrà più essere ricomposto. E’ ora più un senso vaga di gratitudine e di fiducia.

Se da tutto quanto è avvenuto io ho avuto e imparato, ricevuto e continuato ad avere motivi di meraviglia, allora forse non serve più a nulla spaventarsi, rimpiangere o temere cose, che forse succederanno e verranno poi seppellite da nuove meraviglie. Perchè io, in fin dei conti, sono un gran bastardo fortunato.

Oggi parte della mia fortuna è aver potuto abbandonare quella terra avara, ogni giorno la mia fortuna è essere venuto dalla quella terra, da quella storia e da quelle persone. Domani la mia fortuna non lo so ancora cosa sarà, ma con fiducia, buone memorie, birre di qualità e qualche Z sulla fronte, non c’è cosa che non si possa affrontare, non c’è giorno che si possa prevedere.


Leave a Reply