Egli ha detto tutta la verità che c’era da dire

Asso. Maledetto Asso, tu e le tue malvagie e piene di una lucidità che ti ci vogliono vent’anni a capirla. Ancora una volta hai detto la verità. Hai detto tutta la verità che c’era da dire e io allora, non solo vengo italianirlandesemente a fotterti l’esistenza ma te la rubo tutta di sana pianta, come l’avessi detta io, che non sarei stato capace, ma che se avessi potuto l’avrei detto e poi avrei pensato, cazzo che bravo che sono. Eccola qua la verità sfigati bastardi.

Quel giorno un pugno di persone si radunò davanti alla sede della città e chiamò a gran voce il capomastro. “Che è?”. La folla rumoreggiò e poi uno fra loro si erse a rappresentante e disse: “Ci lamentiamo del fatto che non ci siano più problemi di cui lamentarsi.”.

 

Il tipetto davanti a me se la rise di gusto, e poi lasciò partire una scorreggia come un punto esclamativo. Era il giorno delle Favole Idiote del Tipetto. Che in realtà è quello che mi ripara i tubi alla domenica, quando sono a corto di soldi e il tubo sfilettato degli anni Venti che si trova sotto il lavandino del mio bagno si sfila e sparge tutto attorno peli di barba e schiuma, dentifricio eccetera. Un bel casino. Così per un paio di birre si ferma il Tipetto nel salotto di casa mia e mi intrattiene con le sue Favole Idiote. Non che volessi passare il resto della mia vita così, tra un idraulico in pensione con la vena delle parabole intellettuali alla domenica e i giorni della settimana a contare le ore che mi separano dal sabato, per poi passare il sabato a fare a pugni con i miei amici. Non vorrei, ma il Fato mi ha relegato in questo angolo d’inferno a recitare la parte del bello e dannato. Insomma, sono lì che recito la mia particina e mi sistemo l’orlo dei miei pantaloni, con fare melodrammatico, mentre l’Idraulico della Domenica mi finisce la storiella.

 

…quel giorno il capomastro si ritrovò la figlia del panettiere nel suo letto, con enormi seni a puntare i capezzoli come pistole, e il capomastro dovette cedere ai suoi istinti più perversi, mentre la dannata famiglia del panettiere se ne stava nascosta nell’angolo della stanza dietro le tende…

 

“A me sfugge la morale di questa storia, senti un po’.”. Non posso fare a meno di mettermi in posa, con la bottiglia di birra pendente tra le mie dita. Ho voglia di azione, e non di ascoltare questo idraulico della domenica. “La morale non c’è, cazzone. Qui sto parlando di tette, parodia di uomo.”. Poi finalmente si eclissa, lasciandosi dietro una scia di scorregge e una fila di imprecazioni. Così a volte finisce la mia domenica, con una scia di puzzette stagnante tra il soggiorno e la porta d’ingresso, e un paio di bottiglie vuote. Che volendo è più triste di una domenica sera di novembre. Una volta smesso il ruolo del bello e dannato, che sarà durato una mezz’ora in tutto, devo sistemarmi le pantofole e mettermi a spiare le finestre del palazzo di fronte. Al terzo piano le tende sono tirate, probabile che lì dietro c’è molta attività. Al secondo un padre di famiglia guarda la televisione e non sa quanta umanità scorre sopra e sotto di lui. L’altra volta ho visto la moglie che tirava le tende, con una bottiglia di vino in mano e due bicchieri. Dieci a uno, pensai, che il loro commercialista è passato a portare le parcelle.

 

Ma quello che più mi tormentava era il pensiero di ricevere presto la visita di quell’ Italo-irlandese cacciatore di calendari. Arrivando con quella sua aria spavalda, carico di pillole e consigli tecnici sull’erezione del pene umano, a scompigliarmi la mia camera in cerca dei calendari sexy di S. S.. Avevo già preparato una trappola, e cioè del buon vino e l’album dei Pink Floyd, The Dark Side Of The Moon. Sì, con tutte le Maiuscole. Così mi stavo attrezzando, passando in rassegna la seconda birra e stappandola con un gesto iroso. L’italo-irlandese arrivava con l’aereo delle 13,00, avrebbe dormito in un Hotel fuorimano in quel di Brema, magari tingendo di marrone le pareti e scartabellando la rivista dei canali porno alla tv. Dopodiché avrebbe detto due parole al facchino, dando i suoi consigli per una vita sessuale appagante, dileguandosi con un lezzo di scorreggia nel giro di pochi minuti. Dio, è quasi arrivato, pensai, chiudendo le tende sullo spettacolo indegno della coppia che scopava allegramente senza alcun ritegno davanti ai miei occhi. Ci ripensai, scostai di nuovo le tende e ci detti una occhiata più critica. Non avrebbero superato un solo esame dell’Irlandese. Pardon, Italoirlandese. Suona un po’ come una parolaccia in Thailandese, ma senza masturbazione linguale. Quando finirono presi il cellulare e chiamai il numero del Pronto Intervento Psichiatrico.

 

“Buonasera pronto intervento psichiatrico, cosa posso fare per Lei?”

“Sono sull’orlo di una crisi di nervi, tra un po’ passa l’ItaloIrlandese e non so dove nascondere i miei calendari”.

“Come scusi?”

“Ma che razza di aiuto siete?”

“Chi la sta per visitare?”

“L’uomo che una volta mi disse con serietà di aver visto camminare la salma di Fausto Papetti”

“Fausto Papetti? Intende il sassofonista?”

“Sì”

“È morto?”

“Come Dio.”

 

Riattaccò. Fanculo, che gente seria. Mai che trovi qualcuno con il senso dell’umorismo. O almeno con una certa curiosità. Cosa che dovrebbe essere appropriata ad un operatore del pronto intervento psichiatrico, quasi un punto di forza direi, di quelli da vantare in un colloquio di lavoro.

 

 

Finii la seconda birra e misi su un cd dei Doors, tanto per lasciarmi un po’ andare. Quando qualcuno bussò alla porta. L’ItaloIrlandese. E non avevo ancora finito di nascondere tutti i calendari della procace grande attrice di tutti i tempi.

“Ho detto a quel facchino che il suo diploma se lo può ficcare nel culo, e anche il suo contegno e tutto il resto.”

“Ascolta non ho nascosto tutti i calendari, non ce l’ho fatta.”

“Io ne ho portati un paio con me”

“Quelli del nuovo anno?”

“Sicuro!”

“Ci voglio dare un’occhiata!”

“La coppia del palazzo sta scopando?”

“Sé!”

“Allora tieni!”

 

Così passammo il nostro tempo. Io nascosi da qualche parte i nuovi che mi aveva portato e infilai nella sua valigia i vecchi, mentre era in bagno a cagare. Andammo dal cinese. Andammo a ballare. Ci rimorchiammo un portoricano, per poi scaricarlo subito dopo in un fosso al lato della strada, tra Hamburg e Veddel. Parlammo molto, ma non di meccanismi erettili e di corpi spugnosi. Parlammo del Capo, di quando cercò di bersi la benzina ad una stazione di servizio, riuscendo a stupire il pur navigato Scari, che di meccanismi erettili ne sapeva meglio di noi ad ogni modo. La sua teoria, di Scari intendo, era che si doveva lasciare la tipa prima di Natale o del suo compleanno, in modo da risparmiare i soldi del regalo. La trovammo una idea se non altro originale, meglio della nostra di addormentarci durante una proiezione di un film porno con due tipe – ripeto due tipe -. Ma quella è un’altra storia, di cui ridere in altri tempi, adesso brucia ancora. O di quella volta che scampammo ad un tentativo di linciaggio gratuito, senza motivo, da parte di una trentina di tamarri. Che vita che è passata sotto i ponti, e siamo gli stessi zingari di una volta, sempre in cerca della nostra vittima in qualche scherzo di cattivo gusto. Capo, ti ricordi quando abbiamo spillato la birra in quel pub di Rosta, senza farci beccare dal gestore?

 

Adesso fuori dall’appartamento, a goderci gli ultimi schizzi di vita, l’ultimo orgasmo, la nostra filosofia di vita del tutto-può-accadere-persino-a-noi. Un sorso a te, domani a me. Fino a che l’ultima bara verrà calata e qualcuno berrà alla nostra. Un po’ come marinai. Siamo stati via per mesi, anni, ora torniamo e ci prendiamo tutto con gli interessi, bevendoci una buona bottiglia di rum.

“Dove sono i miei calendari?”

“ah cazzo, sarà stato quel pazzo che è venuto a trovarci ierisera e ci ha raccontato quella storia scema sul capomastro!”

“Andiamo a bruciargli la casa”

“Amico, sei così sexy quando fai così, sei selvaggia”

“Per S. S. questo è altro.”

Dimmi un po’ quanta strada hai fatto fino ad adesso, quante persone hai visto e conosciuto, con quante ci hai parlato così-per-parlare, e cosa vi siete detti. Su questa lunga autostrada ho trovato il mio destino. Lasciami qui, a smaltire le mie sbornie.

Il terzo giorno abbiamo fatto visita al tipo strano, quello delle storie del capomastro.

“Dove hai messo i miei calendari, bastardo?”

“Non so di che parli, amico!”

“Risposta sbagliata!”

Non gli svelai mai la verità. Era troppo divertente liberarsi di un tale rompicoglioni senza sporcarsi le mani. Il tizio non venne più a raccontarmi le sue cazzate, il suo mento svettante sul suo viso spigoloso non fece più capolino dalla mia porta. A questo servono gli amici. Mica cazzi.


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