Sensazione

A volte sono lì, a casa di primo pomeriggio, la luce e l’aria entrano a palate dalle finestre spalancate in tutta la casa. Una vecchia canzone dei Motel Connection si ripete a volume assurdo. Cammino a piedi nudi. Rifletto su cosa dire a quel cliente. Ricevo un messaggio di qualche meraviglioso disgraziato, qualcuno di quegli amici che ti stupiscono a distanza di anni. Mi fermo un attimo, lì in piedi, la camicia sbottonata, le maniche arrotolate. Samuel continua a gridare Hit my soul.

Cazzo, mi sembra di avere fregato tutti. In qualche modo di avercela fatta, ma fatta in maniera così vergognosamente gloriosa che qualcuno dovrebbe rendermene conto. Ed invece.

Avete presente? Lo spiega bene Raoul Duke:

Ormai era tutto finito: avevamo violato tutte le norme che regolavano Las Vegas, sfottendo gli abitanti, oltraggiando i turisti, terrorizzando il personale… L’unica speranza, pensavo, era la possibilità che avessimo talmente ecceduto che nessuno che si trovasse nella posizione di condannarci avrebbe creduto alla cosa.

Quella sensazione di averla sfangata, immeritatamente.

Non è male questa estate, no?

È gloriosa.

Come si diventa un uomo

Vieni, seguimi, siediti. Ti voglio raccontare una storia. Una storia che ho raccolto per strada. In fondo, fra le molte cose che io sono, rimango un Viandante. Sai, ho calpestato strade polverose, pavimenti di cattedrali, gallerie dalle vetrine di cristallo, porcili, palazzi di re. L’ho fatto anche per te. Lo so che non ci credi, ma io l’ho fatto comunque, per raccogliere queste storie e poterle raccontare. A volte abbiamo bisogno di poter ascoltare per poter tacere, di tacere per poter capire, di capire per poterci mettere in cammino. La stasi uccide: vivendo la strada impari a diffidare dell’acqua cheta. Expect poison from the standing water.

Questa è la storia di un ragazzo. Ora, forse si tratta di un ragazzo come ce n’erano altri, forse no. Forse le condizioni della sua nascita erano differenti, la conformazione del cielo particolare. Difficile da dire. Però il punto di questa storia non è questo ragazzo in sè ma la sua mutazione: questa infatti è la storia di un ragazzo che diventa un uomo. Come e perché si diventa un uomo, potresti chiedere?

Ho capito che si diventa un uomo per motivi diversi.

Ora, un’ottima motivazione per diventare un uomo sarebbe comprendere che si tratti della singola cosa più importante. Bisognerebbe capire che è un processo lungo, che prende una vita, di quelli che è meglio che inizi a mettere un passo davanti all’altro, prima di farlo ancora, e poi ancora, e quando fa male allora tu, invece di fermarti, continuerai. Arriverai molto dopo quello che preventivavi, molto più stanco, le gambe rese rotte e corte dalla strada. Ah figlio mio, se c’è una cosa che impari nella vita di un Viandante è rispettare la Strada. Ricorda: ha spezzato ragazzi molto più forti di te, nati sotto il tuono e rimasti aggrappati per sempre ad un crocicchio da poco, incapaci a proseguire. La Strada insegna l’umiltà, a chi ascolta, agli altri insegna il rimorso.

Ma non divaghiamo: ci chiedevamo perchè voler diventare un uomo? Ahimé, è qualcosa che avvertirai tramite il rimpianto per lo più. Il problema è che vivrai dei momenti in cui ti accorgerai che saresti dovuto essere un uomo per fare la cosa giusta, per avere la possibilità di dare le risposte giuste. Solo allora capirai che il tempo che avevi non era infinito. Che ovunque tu sia, sei un miglio troppo indietro. Ed è tardi. Raccoglierai i cristalli da terra e ti dirai che la prossima volta il destino non ti troverà impreparato. O meglio, questo è quello che dovresti dirti, ma molti ragazzi si siederanno qui, a terra, a dirsi che ormai è tardi, che ormai non ha importanza. Tu lasciali alle spalle e prosegui. Quel passo fa male? Bene, è la strada giusta. Confragosa in fastigium dignitatis via est.

Da quello che ho visto credo che molto spesso la ragione scatenante per decidere di diventare un uomo sia l’incontrare una Donna che te ne fa provare il desiderio. Anzi, ti fa capire il bisogno di essere un uomo. Per poterle danzare al fianco. Però a volte lo capisci quando è tardi. Senti come se tu dovessi fare un salto a raggiungerla fra le stelle. E lei che vorrebbe aspettarti semplicemente non può. Tu cerchi di allenare la gamba, di prendere la rincorsa, di saltare da un punto più alto. Vorrebbe poterti concedere un giorno, una stagione, ma è già un canto che viene dal fondo dell’universo a chiamarla. Tu lotti mentre lei scivola fra Orione, la chiami e lei non può che donarti la malinconia di un sorriso in lontananza. Provi ancora, ma Castore ti sbarra la strada, Polluce ti indica la clessidra, ti dona una carezza. Ti spiega come non ci fosse il tempo di aspettarti, come ora ti debba trafiggere, ma solo per preservare la bellezza di lei, per salvarla dalla tua inadeguatezza. Cadi, proprio ora che pensavi che con un ultimo sforzo avresti sfiorato la luce calma, e poi raggiunto la sua mano. Negli occhi ti brucia l’immagine delle sue spalle, senza volto.

Ecco: precipitare, sanguinare, perdere tutto il tuo sangue di ragazzo in una pozza lurida. Quello è un modo. È sfortunatemente uno dei pochi modi in cui un ragazzo possa capire. No, non è piacevole. No, non puoi usare le cicatrici per impressionare le ragazze. Ricorda questo: non tutto è perduto per coloro che non hanno l’intuizione per capire da soli. Il dolore può spiegare loro molte cose. Molto profondamente. Le può esemplificare in forma di piaghe, di amputazioni, di cancrene senza pace.

Ma ci sono altre ragioni, certamente, per diventare un uomo. Potresti dover aiutare delle persone, potresti aver bisogno di diventare un uomo per assurgere a compiti che ritieni vicini a ciò in cui credi. I motivi possono essere diversi ma io credo che fondamentalmente molte tappe del percorso siano simili. Allora potremmo chiederci: come si diventa un uomo?

Diventare un uomo vuol dire imparare a fare ciò che devi. È semplice vero? Ecco, vedi però, è importante capire che ciò che devi è molto raramente ciò che vuoi. Molto spesso è ciò che disperatamente non vuoi. Perchè farlo allora? Io credo perché è necessario capire che sei parte di un tutto, nel quale giochi un ruolo. Non tutti possiamo giocare il ruolo delle persone felici, dei ricchi o degli innamorati. A volte siamo le persone che lavorano dietro le quinte, quelle che compiono piccoli gesti che servono a costruire le felicità altrui. Chiamala fortuna, se vuoi.

Ecco, essere un uomo vuol dire sicuramente imparare ad aspettare, senza tremare. Aspettare anche risposte terribili. Tenere la posizione di fronte ai fatti spiacevoli. Alle ingiustizie.

Vuol dire capire che quando te la giochi puoi perdere, per via di un rimpallo, di un colpo di vento improvviso, di un riflesso che ti abbaglia al momento decisivo. Non è necessariamente colpa tua, non è tutto sotto il tuo controllo. A volte la differenza fra due esiti molto diversi non ha nulla a che fare con la tua abilità o il tuo impegno. È giusto? No. Ma la giustizia è la coperta dietro alla quale si nascondono i ragazzi. La devi lasciare alle spalle.

Essere un uomo è scegliere. E scegliere vuol dire rinunciare il più delle volte. Altre volte vuol dire lasciare andare chi deve partire. Magari aiutarla a fare la valigia. Sai, si impara che ci vuole dignità e grazia nel chiudere le cose. In fondo dobbiamo chiudere molte porte, lasciare molte case, dimenticare i nomi di moltissime vie prima di arrivare da qualsiasi parte. Portati dietro solo la gratitudine, che quella è leggera e di Strada ce n’è ancora chissà quanta.

Lungo la Strada potresti avere paura. Si, ti è concesso. Però è una tappa del percorso rendersi conto non ci sia nessuno a risolvere le tue paure. Certo, le gambe possono tremare, ma no, non si possono arrestare.

Si diventa un uomo sollevando i tuoi morti fra le braccia, baciandoli teneramente sulla fronte. Portandone il peso. Se non lo farai tu, chi? Preservane la memoria, conducili dove devono andare. Non ti rifugiare in un dolore egoistico.

Si diventa un uomo imparando che il tuo dolore non conta. È solo un’indicazione. Un’indicazione che a te non è dato il lusso di assecondare.

Non tutti diventano un uomo. Molti rimangono ragazzi, se la giocano a fiori ed indecisioni, rimangono a guardare le donne passare lungo l’altro lato del fiume, si accontentano di acchiappare qualche ragazza, di tanto in tanto, di quelle che si impressionano se le porti nel luogo giusto, se le fai un regalo incartato bene.

In definitiva diventare un uomo vuol dire imparare il coraggio. O a vivere come lo si avesse. Perchè ogni qualità è perfettamente inutile senza il coraggio di viverla. Puoi rimanere un ragazzo dagli occhi acquosi, a cui sfuggono le promesse di mano, che lascia cadere a terra le cose belle che gli vengono porte. Oppure puoi scegliere quel lungo cammino e diventare qualcuno che, al di là del suo destino, avrà percorso con orgoglio il suo pezzo di strada, e sarà stato un degno compagno di viaggio per chiunque abbia incrociato il suo cammino.

Certi amici

Certi amici è una enorme fortuna averne.

Ma certi amici va anche bene che tu ne abbia uno, perché se ce ne fosse più di uno così, ritengo che gli effetti per fisico e libertà personale non sarebbero positivi. Che poi non è stato male rientrare nella vecchia casa. Peccato non avessimo le chiavi. Mi fa male una spalla. Sul momento sembrava una buona idea.

È inspiegabile l’effetto che decenni di amicizia possano avere. Non riesco a immaginare che persona sarei diventato senza questa straordinaria esperienza. A volte mi stupisco che abbiamo una quantità così grande di cose da raccontarci quando alla fine ogni cosa anche vagamente interessante mi sia successa l’abbiamo in qualche modo condivisa. Ecco, secondo me le persone dovremmo giudicarle dalla forza delle reazioni che ci provocano, da cosa fanno scattare in noi. Mi fa venire voglia di essere migliore, sì, ma a volte mi fa diventare semplicemente selvaggio. Ho vissuto lontano dagli amici per anni. Nel momento in cui eravamo riuniti avvertivo una forza fluire in me. In fondo aveva ragione Salud: sai, quando sono sbronzo, ma veramente sbronzo, sembra impossibile ma io divento immortale. Ecco, però mica basta l’alcol, ci vuole quel flusso incredibile che scorre lungo un’amicizia levigata negli anni. Quello e qualche caraffa di margarita.

Torpedine?

There was a time when I used to be sober. I did not like it: things had borders too sharp, everything was defined, and limited, and things just were o were not. Here things are blurred, possibilities are maybe not endless but they are enough. I do not get bored. I do. I drink. I talk. I sing. I walk. Friends used to call me “la Torpedine”. Bè andava bene. Ho avuto nomi peggiori. Ho avuto tanti nomi. Sono stato cose anche molto diverse.

Non ho ancora capito però come adattarmi. Mi è sempre mancato quel tipo di ragionevolezza. Mi sembra la ricerca di equilibri fra diverse rese. Un rinunciare a un gesto sconveniente, a una frase che non si può dire, a un pensiero che non si può pensare. Non è nel mio registro, io ho un vocabolario di poche cose che faccio e che ripeto, come mi va. Ho amici che interpretano i miei umori ed i miei movimenti, ho conoscenti che si scansano e scuotono la testa. Ho gente che non capisce, ho gente di cui non mi interessa. Ho gente con cui riesco a comunicare, a piccoli sprazzi, e gente con cui non ci riesco affatto. Questa settimane va bene così. La prossima, se saremo ancora qui, ci penseremo.

Per diverse ragioni

Questo è il millesimo post che pubblico su questo blog. Avrei voluto fosse un post diverso. Ma certe cose succedono e si scrive di quel che bisogna scrivere a quel momento. Mille post non sono pochi, ci sono così tante tracce di me in queste pagine che io nemmanco le riconosco tutte. Mille post non sono tanti, vista la quantità di cose che sono successe e che qui non hanno trovato spazio. Tanti o pochi, belli o brutti, ecco il numero mille.

Vedi mio antico Amore, ci sono cose che non ho detto, per diverse ragioni.

Innanzitutto non le capivo: allora ricordavo la parola cattiva detta in un momento di frustrazione, il bicchiere che avevi rotto, quella volta che te n’eri andata sbattendo la porta. Tu vedevi i miei silenzi, la volta che avevo detto di no a una tua proposta, la volta che avevo il telefono staccato. Piccolezze a distrarci, a fare da schermo. Sembra sciocco non capire per via di quisquillie, persi come falene dietro a cose stupide e piccole che luccicano e che fischiano. Chissà com’è che si fa a perdere di vista, a dimenticare il linguaggio dei battiti: più veloce, più lento. Avremmo dovuto capire che quella danza ora voleva dire sono già distante, guarda, ci siamo quasi persi ma se tu… se tu Amore facessi un passo nella mia direzione, potremmo dimenticare ogni differenza, tirare una riga su ogni diffidenza, chiudere gli occhi su ogni piccolo dolore. Lasciare che ti cinga la schiena, mettere a dormire quella paura: la vedi? Non ci serve, lasciala ai bordi del letto, vieni qui a dormire, ad appoggiare il tuo seno sul mio petto. Ma io all’epoca non capivo. Come tu non capivi, forse. Non capivo il modo per dirci addio, con eleganza. Come una cosa che bisogna fare, ma non si vorrebbe. Darti un bacio a dirti tutto il bene che ti voglio, a dirti che lo so che non è colpa di nessuno. Allora non capivo come finire sia importante quanto iniziare. Che l’Amore è un cerchio, che va chiuso con cura. Che un Amore anche finito rimane e bisogna metterlo via con il rispetto che abbiamo meritato, che i giovani amanti che siamo stati li rincontreremo a danzare dentro certe notti, quando io e te saremo infinitamente distanti. Eppure per sempre vicini. Che certi addii, li pronunci ma restano poi in bocca e nell’aria, per sempre.

Altre cose, che avevo capito, non sapevo esprimerle. Nel momento in cui le avevo capite avevamo già perso quella comunione, quella capacità di dirci le cose, così, con una carezza lenta e gentile, con una stretta improvvisa, con un movimento deciso dei fianchi. La chiave perduta, la parola ammutolita. Eri lì ma non riuscivo più a raggiungerti. Come facevo a spiegarti le mie paure? Come potevo dirti di come avessi capito quando le nostre strade si erano fatte a poco a poco divergenti. Come facevo a chiederti di insegnarmi, di lasciarmi una lettera in cui mi spiegavi cosa avessi sbagliato nell’amarti. Come facevo a dirti, allora, che se tu eri qualcosa per me che non potevi essere, io comunque sarei rimasto, per sempre, intrappolato nei tuoi capelli, senza voler sentire ragioni, senza poter ammettere alcun fallimento, alcuna resa al destino e alla realtà.

Per altre cose mi è mancato il coraggio. Come avrei potuto spiegarti tutti quei desideri che non ti includevano. Come avrei potuto dirti cosa immaginavo quando avremmo compiuto quel primo, tremendo, passo in direzioni opposte. Allora non volevo, proprio non volevo parlarti del poi. Volevo solo guardarti e vedere un riflesso disperato del prima. Nei tuoi occhi ci vedevo i frantumi, ma cercavo ancora fra i cocci, mi tagliavo, avevo le tue lacrime che mi colavano lungo le braccia, che mi affogavano. Eppure io continuavo a cercare, cercavo di afferrare ancora un attimo. Ancora un attimo di un Amore che era stato e che mi sembrava stesse scivolando via fra le mani. Mi scottavo con le braci rimaste accese, solo per ferirmi le mani, solo per lasciarmi una traccia sulla pelle.

Ora che ho capito, ora che ho il coraggio, ora che ho compreso l’importanza di ritrovare un ponte, un modo di comunicare, ora sai che quello che dovevo dirti è importante senza più esserlo. I fantasmi rimangono a ballare nella sala da the, noi li guardiamo, chiusi fuori, ai lati opposti. Vorrei poterti salutare, vicini come allora, augurarti tutto l’Amore che non siamo riusciti a darci, se non per un istante, così straordinariamente bello. Scusami, sai, se alla fine siamo sfioriti, come una stagione che dura un pomeriggio. Il tempo di fare i bagagli, caricare la macchina, e rinizia a piovere, si rientra a casa delusi, stanchi, si aspetta il prossimo fine settimana, di far combaciare le ferie, di trovare il buon tempo, di decidere una meta. E a furia di aspettare i numeri di telefono cambiano, le macchine si rottamano, il mare si ritira, tu invecchi, io muoio, tu risorgi, io non mi ricordo più dove abiti. Essere vicini per poi non essere, più. È strano. È difficile. È una battaglia, lunghissima, che non possiamo più combattere assieme.

Com’è che si diventa distanti?

Ipotizziamo che in un certo istante della tua Vita tu ti trovi ad essere estremamente vicino ad una persona. Questo vuol dire molte cose: che tu avverta il suo respiro, la regolarità e la forza dello stesso, la serenità o l’ansia che comunicano ad ogni istante. Che in qualche modo lo usi come metronomo, che lo ascolti, che ti adatti a quello. Lei o lui è il genere di persona che tieni il più spesso possibile a portata di braccio, di modo da poter donare o ricevere una carezza, da perderti in un abbraccio o stringerla ed affogarle ogni sua paura fra le tue braccia. È un genere di situazione che richiede un investimento nel costruire una conoscenza reciproca e continua, che cambia mano a mano che vi fate più vicini. Si inizia chiedendosi del lavoro e dell’età, si passa a parlare dell’infanzia, delle storie di famiglia, si arriva ad aprire i cassetti più riservati, a dire apertamente i nomi dei propri mostri, a condividere che cosa si pensa appena prima di addormentarsi, quando caduta ogni convenzione rimangono in fondo al cuore le paure ed i desideri più semplici, più indifesi, quelli che fai fatica a mettere sulla punta della lingua. Non è semplice costruire questo genere di vicinanza.

Ora, potresti chiederti, da questa situazione come è possibile tornare a costruire la distanza? Come puoi fare a scucirti via da quel groviglio, da quella situazione in cui tu muovi un braccio e le colpisci un polmone, lei respira troppo forte e a te fa male un rene? Quel particolare stato delle cose in cui gli estremi del suo sorriso ti tirano i lembi del cuore.
In altre parole, come puoi fare ad annullare quel lavoro di addomesticamento reciproco, quel dimenticarsi in qualcosa di più grande?

La prima cosa che potresti pensare è che si tratti di un processo complesso: no, non lo è. È semplicemente un processo lento. Questo è il genere di cosa che richiederà costanza: devi prendere una direzione e continuare a percorrerla, con lo stesso passo, senza voltarti, fino a quando potrai dire: ecco, non ti sento più allo stesso modo, ora siamo distanti. Come prima, come un tempo, come quando non eravamo mai stati vicini ma in un modo diverso, in modo più ferito, capisci?

Una tecnica consiste nel prendere quella persona e tenerla così vicina da smettere di vederla. Un modo per farlo e concentrarsi esclusivamente sulle vostre abitudini comuni, su ciò che siete soliti fare assieme e su un certo modo preciso di farlo. Sulla passeggiata che fate la domenica mattina in quel particolare parco, sulla puntata di quella serie che guardate in quel certo giorno della settimana, sul ristorante giapponese che visitate ad intervalli regolari. Vedi, ci sono abitudini che due persone vicine costruiscono sull’onda dei bisogni di quel momento, da cui traggono piacere e che ripetono alcune volte. Tu quelle abitudini le devi trasformare in processi che vanno ripetuti così come sono, che non si adattano, che non si discutono. È importante per una serie di motivi. Innanzitutto è uno strumento per intrappolare le persone in quello che erano in un certo istante, per non dargli lo spazio di mutarsi continuamente e crescere, di adattarsi a un modo di stare vicini differente che cambia mentre si cresce. In secondo luogo è un modo per limitare la comunicazione: non dovete discutere, dovete attenervi a un protocollo. La cosa bella di questo approccio è che nessuno dei due sembra imporre all’altro quelle abitudini istituzionalizzate: ne siete entrambi vittime, non vi è qualcuno contro cui lottare. È l’abitudine baby, che cosa ci vuoi fare? Abbiamo sempre fatto così, anche quando eravamo persone profondamente diverse, perché ora non ti va più bene? Qual è il tuo problema?

Una seconda tecnica consiste nel parlare rivolto alla stanza. Parla perché hai delle cose da dire, non necessariamente a lei o a lui, ma semplicemente perchè quelle cose ti va di dirle e lei o lui sono il tuo auditorio personale. Parlale senza guardarla negli occhi, senza misurare l’effetto che le tue parole hanno su di lei. Se hai bisogno di lamentarti lamentati, raccontale i tuoi disagi, le tue difficoltà come entra dalla porta. Se hai bisogno di celebrare i tuoi successi fallo perchè serve a te, non fare caso a cosa serva a lei quel giorno. Non chiederle della sua giornata o se lo fai fallo con le parole. Non ascoltare a quel modo che usavi prima, quando tacevi e studiavi l’inclinazione della sua bocca, quando l’accarezzavi e l’abbracciavi al terzo bicchiere di vino. Quello è un modo di chiedere che richiede troppo tempo, troppa cura, troppa dedizione.

Risulta molto utile fare affidamento alla routine. Se una cosa che avete costruito assieme andava bene un tempo allora è una cosa giusta, istituzionalizzata. Cerca di non sorprenderla in alcun modo. Preferisci essere affidabile, immutabile, qualcuno sulla cui solidità si puó contare, qualcuno la cui stolidità è certa. Non fare cose nuove. Nelle cose nuove vi è spazio per crescere, per conoscersi come si è in quel momento. A te non interessa. Tu la conosci per come era in un certo istante, nell’istante in cui avevate annientato la distanza. Tanto basta. Accontentati di quello. Quella era una persona che ti piaceva, a cui tenevi. Perché mai dovresti curarti della persona che è invece ora? Non è quella la persona di cui ti sei innamorato. Non darle quindi alcuno spazio per crescere, per mutare lei e mutare quindi i vostri equilibri. Vedrai, te ne sarà grata quando camminerà su piedi rattrappiti, mentre le scivolerai di fianco, ingobbito.

Devi farle capire che conti su di lei. Devi darle la sicurezza che lei ti appartiene. Meglio, devi farle capire come lei sia scontata. Come faccia parte di ogni tuo progetto non perchè la direzione in cui miri sia quella a cui aspira anche lei ma perché così è stato deciso tempo addietro e certe forze non sono più contrastabili; certamente non ora che i muscoli della decisione sono atrofizzati, che siete nella calda prigione delle cose che sono, che erano già prima e che quindi non possono che essere ancora. Non lasciare mai il minimo dubbio in nessun discorso, perché mai dovresti?

Vi è poi un punto che riesce particolarmente bene a noi uomini ed è la capacità di ignorare i mutamenti. Ci sono segnali che, per qualche motivo, sono difficili da decifrare per un uomo. Però tu lo sai che questo vale per gli altri ma non per te. Come potrebbe? Tu che avevi distrutto la distanza, tu che eri stato così vicino, come potresti mai non essere in grado di decifrare i segnali di una persona, solo perchè usi la tabella esplicativa che avevi stilato anni prima? I mutamenti minimi che vedi in lei sono adattamenti, è una pantofola che si sfonda ai bordi, ma che tu tieni con te perché le vuoi bene, perché non potresti mai cambiare. Non ti penare troppo, non capire, sono cose passeggere. Le passerà, capirà.

Vedi, la realtà è che non si tratta di un processo complicato, niente affatto, richiede semplicemente tempo e dedizione. Devi scucire un punto alla volta. A un certo punto i due tessuti si ritroveranno separati. Dove un tempo avessi detto ci fosse una cosa sola tornerai a vederne due. Le potrai tenere nelle due mani separate, domandarti come un tempo fossero unite, così finemente che non potevi vedere la cucitura. Ma è una magia di cui non capisci più il trucco. Poi guardi l’altra mano e non vedi più la parte che era lì, se ne è andata. Ripensi a che colore avesse, a che sensazione il tessuto ti desse sulla pelle. Alle stagioni che avete affrontato assieme. Le risposte però ora non arrivano in risposta alle tue domande. Perché? Perché sei riuscito a creare la distanza, a separare due che prima erano uno. Ora sono due uno diversi, separati. Scuciti.

Il tuo nome

Il tuo nome lo pronuncio solo la notte, quando non vi è il sole a spiarmi, quando non corro il rischio che un refolo di luce si introduca nella stanza, lo ascolti e lo porti via. Il tuo nome lo pronuncio solo fra pareti che conosco, che ho interrogato e nelle quali ripongo fiducia. In questo modo sono sicuro che non provino a ghermirlo, a farlo loro. Il tuo nome mi piace pronunciarlo a bassa voce, e lentamente. Mi piace assaporarne ogni lettera, il modo in cui si fondono in sillabe rotonde, il modo in cui le sillabe sfumano una dentro l’altra.

Il tuo nome lo lascio riposare durante il giorno. Nelle sere d’estate quando vesto camicie sbottonate, maniche arrotolate e alzo calici. Quando scherzo, mi alzo sulla sedia e improvviso discorsi. Quando abbraccio l’amico ritardatario, quando offro da bere, quando prendo quella ragazza che non conosce nessuno e l’ascolto, le chiedo, le racconto. Il tuo nome lo lascio riposare, che non si affatichi a passare di bocca in bocca. Che non si sgualcisca. Lo conservo fra le cose preziose, lo tiro fuori con cura e lo pronuncio con attenzione. In quel momento vi è solo il tuo nome che riempie le stanza, come se i miei pensieri diventassero suoni, e potessero viaggiare come onde sonore. Come se potessi dargli una forma esterna alla mia mente. In quel nome, leggo tutto di te.

A volte mi fermo a pensare come quelle stesse lettere possano essere usate per comporre parole diverse, parole senza sapore, che userei senza farci caso, che pronuncerei distrattamente, che darai di resto o come mancia. Parole da poco. È strano pensare come i nomi siano parole così profondamente diverse, come il tuo sia parte di una stirpe nobile e misteriosa.

I nomi bisogna avere cura di non ripeterli troppo. I nomi sono chiavi: inizi col dire un nome e poi ti scappa un accenno, un piccolo aneddoto, tutto precipita in un racconto. Ne parli e no, no, a quel modo finirai per perdere a poco a poco la memoria. La distriburai, la spezzetterai, ti troverai a raccontare quegli avvenimenti, quegli incontri, sempre meglio fino a che diventeranno storie che sei uso ripetere. Ti sorprenderai a chiederti un giorno quanto sia arte e dettaglio aggiunto col tempo, osservando le reazioni degli astanti. Allora ti accorgerai di aver perso tutto, che quel nome sarà tornato a essere una parola, una semplice parola in un racconto che non ti appartiene, che è di tutti, della strada e dei passanti. Qualcuno ti dirà di averla già sentita quella storia, ma raccontata meglio, con più verve, con più dovizia di particolari. Cosa ti resterà allora? Come distinguerai ciò che era, vero e prezioso, da ciò che è venuto dopo, solo a parole? Non essere sciocco, conserva, proteggi quel nome. È troppo prezioso per condividerlo con orecchi vani e sciocchi. Tienilo per te, fallo durare ancora una notte, ancora una stagione.