Cambiamenti II

In un certo senso prosegue
"Cambiamenti", intervento di Dicembre. Non c’è realtà, non c’è
concretezza. Insomma non ci sono gli aspetti vagamente decenti di
quell’intervento. Ci sono solo… bè in effetti non c’è nulla. Però,
sapete, bisogna pur scrivere, no?

Io rifiuto di ascoltare lo sguardo della gente, non riflette la
mia realtà. Cosa possono scorgere? Cosa capire, vittime delle proprie
esistenze. Del proprio rifiutare di scegliere. La paura della
solitudine, forse quella li ha trattenuti. Od un camino acceso. Una
compagna nel letto, aspettando che il tempo la sfiguri, senza rispetto
come fosse una puttana di nessun conto. Non si fanno differenze,
nessuno ricorda quello che hai provato. Il calore del tuo sangue
svanisce mentre invecchi. E dietro a questo io dovrei perdermi?
Nossignori. Scivolate via, sulla mia pelle. Non mi sfiorate, non
potete. Forse vorrei ma quello che ci separa è oltre ciò che le parole
possono ricucire. Non posso più essere raggiunto, nella mia isola di
silenzi e cattivi pensieri. Sapete che intendo? No. Ne’ io posso
chiedervelo. Di quaggiù ci si assorda di buio e di intenzioni, la
realtà delle azioni non ha mai incrociato queste contrade che io batto,
che io abito. La coscienza conosce solo ciò che perde. Lo sente. Il
ventre delle vostre case non potrebbe accogliermi, il ventre delle
vostre donne non potrebbe scaldarmi. E io di che posso nutrirmi se non
di ciò che neanche ho perso, neanche ho desiderato. Non ho conosciuto,
capito od inteso ciò che inseguivo recidendo le vene che mi legavano al
vostro mondo di solide certezze. Inadeguato a piangere per i crucci che
crocifiggono le vostre vite. Quelle croci di sciocchezze che voi
adorate e che erette una di fianco all’altra chiamate vita. Su quelle
croci non ci sono chiodi per me. Nessuno di essi è intenzionato a
lambire le mie carni, inchiodandomi, nell’attraversarmi, al mio
esistere. Permettendomi infine di rimpiangere il sangue che mi
abbandona dalla ferita. E’ un mare di nulla, creato dal mio spazzar via
i vostri idoli di imbecillità, quello che mi seppellisce.


Pioggia, come sempre

E ancora cade; ed io qui ad osservarla, a parlarle: pioggia lava via i
miei pensieri, continua a cancellare i miei ricordi. Continua a
sussurare a quest’uomo senza memoria che non ricorda nè il suo primo
bacio nè la sua prima volta, che ha perso i volti e riesce a non
rimpiangerli mentre l’acqua scorre su di lui. Continua a cadere mentre
ripenso alle serate sprecate, a quelle in cui non mi sono ribellato
all’apatia. Cancella anche quelle.

Meno male che Sabato c’era
Paolo, alla fine mi ha fatto piacere rivederlo e farci quattro
chiacchere. Sono contento di aver chiarito con Claudio e di aver
parlato un pò con Stefania. Mi ha stupito come sia tanto più facile
trovare un pò di confidenza quando si è in pochi, seduti in macchina.
Questo gruppo un pò allargato ha cancellato tante cose e la cosa non mi
va tanto. C’è questo senso di paralisi, c’è sempre almeno un voto
contrario a bloccare ogni iniziativa e tante idee che non vengono
neanche proposte, tanto si sa come andrebbe (invero a volte interviene
il decisionismo di qualcuno ma in forme decisamente non positive). Uno
volta si poteva salire in macchina ed improvvisare, un paio di sguardi
per decidere se buttarsi o no dietro a qualche folle idea. Non avveniva
sempre (spesso ci si annoiava) ma c’era sempre LA POSSIBILITA’ che
avvenisse. Io oggi non vedo le possibilità che avvenga qualcosa: non
c’è un modo comune di divertirsi, non c’è il coraggio di improvvisare,
non c’è confidenza. Rinunciamo al dogma di passare le serate ad
annoiarsi tutti assieme, lasciamo che il gruppo si divida, che le
persone respirino e che se qualcuno ha voglia di vivere un’idea un pò
balzana lo possa fare, LO FACCIA! Libertà!!!! Respiro!!!!

Chissà che ne pensate dell’idea della lettera…


Cambiamenti

Ho solo voglia di scrivere. Purtroppo i risultati sono
pessimi. questo potrebbe essere l’inizio di un racconto che, tanto per
cambiare, morirà qui. E’ un abbozzo, da correggere (si, forse sarebbe
meglio dire da cancellare).
Lenta. A dicembre la pioggia sembra cadere in modo diverso; i
percorsi delle singole gocce, il modo in cui si infrangono contro il
vetro della finestra: è tutto, per qualche strana ragione, differente.
E’ tutto così diverso rispetto ad un mese fa. Camminavo coi miei
pensieri in tasca, percorrevo una piccola stradina di un paese che era
poco più di un nome, un bar e un branco di ragazzi con la voglia di
andarsene. Camminavo senza chiedermi dove stessi andando (confidavo che
fosse la strada a saperlo), senza badare alla stanchezza, senza
desiderare di raggiungere nessun luogo. Mi lasciai alle spalle le
piccole case, l’intonaco dei muri squarciato dal tempo, le crepe a
testimoniare eventi dimenticati dagli uomini. Fissavo la terra,
osservavo i miei piedi superarsi l’un l’altro, senza scopo, senza
traguardi nè logiche conclusioni. Non badavo alle automobili che mi
sfrecciavano accanto, così vicine, alle persone che vi si trovavano
sopra poi, men che meno; cos’erano se non i volti di chi si stava
spostando da un lurido paesino ad un altro, intento in attività
insignificanti: andare a prendere il pane o i figli a scuola, qual’è
poi mai la differenza? Può forse un uomo di città perdersi dietro a
storie tanto insignificanti, particolari così piccoli da avere senso
solo nelle case strette attorno ai campanili di provincia. Non mi
riguardava così come non mi riguardava la pioggia che aveva iniziato a
cadere; spinta dal vento sferzava la mia schiena ma non per questo la
considerai degna della mia attenzione, non volevo dare alcuna
soddisfazione a quel luogo senza identità.