Calendari

La maggior parte degli anni l’occhio mi cade sul calendario qualche giorno prima. Mi sforzo di ignorarlo ma l’inizio di Marzo è già lì, che agita la coda. Piano piano, gustandosi ogni passo, arrivo il più maledetto fra tutti i giorni.

Altri anni, capita di non guardare il calendario fino a che una lucida consapevolezza ti sorprende. È una sensazione di freddo lungo la schiena, troppo, troppo in profondità perché tu possa farci nulla. Sbarri gli occhi e cerchi di ricacciarla indietro, nasconderla dietro la cortina del tuo sguardo.

A volte mi chiedo come la sera del sei gli abbia ceduto il passo senza vergogna, senza cercare di resistergli, di impedire questo scempio. Perché, mi chiedo, l’otto non si precipita a strappargli il posto, a impedire questo rituale sporco e ingiusto.

E invece ogni anno arriva il capodanno dell’ingiustizia, della mancanza. Ogni anno, un anno ti è stato portato via. Ogni anno li conti, li riconti. È come un debito che non può che crescere. Non c’é un modo per interrompere la catena. Un anno dopo l’altro, come gocce d’acido sul cuore.

Poi questo giorno passerà, ci saranno altre stagioni, altre situazioni in cui mi mancherai. Il dubbio però ormai è lì: che tutto, tutto sia parte di questo scherzo crudele. Che già Aprile sia complice, che Maggio stia tessendo il ritorno del giorno infame. A poco a poco la distanza tornerà a diminuire, fino al giorno che mi dice che invero, la distanza è aumentata ancora, che un altro ramo è caduto.

Eppure io lo so che ogni distanza è pura illusione, che non c’è modo di allontanare quell’assoluto che ci lega, ieri come oggi, oggi come domani. Che c’è un modo di esserci, di rimanere testimonianza, di cucirmisi addosso in ogni mio gesto, o pensiero, in ogni sussulto del mio cuore, sempre. È solo che, nel giorno maledetto, c’è meno luce, e i pensieri si rattrappiscono, onnubilati da onde vaghe, da fitte che impediscono di vedere il vero, di riconoscere le infinite tracce di amore. Gli indizi sottili, disseminati ovunque.

Non c’è distanza da ricucire. L’ago però continua ad affondare, e riemergere. In un gioco stanco e cattivo. Di quello sì, lo ammetto, non capisco il fine. Non credo però che sia la cosa più importante, solo il segno più acuto, quello a cui è facile prestare attenzione. Sullo sfondo però, infinito e innegabile, rimane qualcos’altro, di più grande e importante. Qualcosa per cui dirsi fortunato in tutti gli anni che sono intercorsi, fra ognuna delle ripetizioni del giorno maledetto.

Ci sono cose più grandi, e ricche, e piene, e buone.


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