Guiderei

Ecco, se mi trovassi nuovamente dietro al volante di una macchina io farei questo. Accarezzerei la pelle consumata del volante, guarderei il numero di chilometri e me lo segnerei a mente. Quel numero sarebbe la mia partenza, l’inizio della sfida, ad aggiungere le decine di migliaia di chilometri. Ammirerei i piccoli difetti, le linee della carrozzeria, gia’ demode’.

Poi metterei in moto e andrei, accelerei fino a tornare ai miei 25 anni. Entrerei nella rotonda come quella volta, e darei un colpo deciso al volante. A tavoletta fino a ritrovarmi ventenne. L’estate, la portiera aperta, nella testa una ragazza, nella mano una bottiglia di birra. Nell’aria i suoni distorti di un’autoradio tenuta a volume troppo alto.

Ecco. Mi fermerei qualche quarto d’ora li’, il tempo di una birra calda, tenuta nel bagagliaio. Il momento necessario ad assorbire sogni ed ingenuita’, la capacita’ di proiettarsi in un futuro ancora da scrivere. Gli lascerei invece gestire quel senso di incompiutezza di allora, quel bisogno di divenire, di trovare forme e modi di essere.

Riprenderei il cammino, il serbatoio ancora pieno. Parcheggerei a lato strada, ti aprirei la portiera e ti guarderei scendere, in qualche stradina sterrata di provincia. Con cosa cavolo confina questa estate? A quanta fame si trova da casa?

Via, via, correrei via da te, senza gettarti un colpo d’occhio. Ripercorrerei il tempo, l’accelererei. Tornerei a rasarmi i capelli e a lasciarli ricrescere, a comprare giubbotti di pelle e riporli nell’armadio. Non farei caso al modo in cui le linee si definiscono, le possibilita’ si restringono. Salvo poi esplodere in decisioni impreviste, in assi estratti dalla manica. In colpi di genio e strategie inattese.

Calerei l’asso, e al tempo spesso il piede sull’acceleratore. Via, via, via da qui, prima di dover fare i conti con le proprie scelte. Giustificare i risultati a quel ragazzo che ero. Capirebbe? Forse. Chiederebbe di piu’? Quasi sicuramente. Aveva solo fame, mica soluzioni, lui.

E allora continuerei questa corsa a rovesciare destini e fortune, a riprendere fili, a disegnare svolte dove non ci sono. Ad improvvisare, perche’ ogni piano e’ saltato. Perche’ di piani non ne ho bisogno. Ho bisogno di cavalli, di uno schiocco che dia il via, di Asso che ride mentre si sporge dal finestrino.

Io guiderei perche’ in fondo guidavo da sempre, molto prima di imparare a farlo. Perche’ in macchina ci vivevo, a cominciare da quella punto granata. Perche’ avevo fatto centinaia di migliaia di chilometri per placare domande, per evitare di dover prendere decisioni ragionate.

E poi avevo smesso di guidare. E seppure aveva senso, be’ in fondo la parte migliore di me un senso non ce l’ha, lo cerca, perche’ e’ una scusa per andare una curva, un chilometro piu’ in la’.

E quindi sto coltivando scelte illogiche, irrazionali. Perche’ fa parte del mio fascino. Perche’ essere pianificatori e seri e’ solo una parte dell’equazione.
Per cui…


No

Cosi’, per scrivere in maniera astratta. Anche se forse, un po’ di autobiografia c’e’.

No, non sarebbe giusto dire che ho semplicemente aspettato.

Ho cercato. Ho viaggiato. Sono uscito. Ho agito. Ho cercato spunti e li ho perseguiti.

Pero’.

Non e’ che sia successo in un momento particolare, non e’ stata una rivelazione che si e’ dischiusa in un momento di chiarezza assoluta.

E’ semplicemente che ti ho cercata per una Vita, e poi mi sono accorto che una Vita era gia’ passata e in quella Vita tu non avevi avuto o scelto la possibilita’ di lasciare una traccia. Tutto qui. Allora poi nel tempo qualcosa si e’ spento. Non mi fraintendere, ho continuato a funzionare, alla maniera che faccio io. Ho continuato a fare, a pianificare, a progettare, a crescere, a costruire, ad imparare. Ho continuato a uscire, a ridere, a scherzare, a lavorare duramente.
Pero’. Io quel motivo, quello di fondo, non ce l’avevo piu’. Ne ho trovati tanti, apparenti, ne avevo le lavagne piene. Di schemi, di obiettivi, di desideri futili.
Pero’ intanto una parte preziosa della Vita era gia’ scivolata via, e tutte le cose che avrei voluto dedicarti, be’ le avevo coltivate per me solamente. Avevo i ripostigli pieni di gesti che non avevo potuto compiere perche’ non c’eri.

Ero stufo? No. Io non sono mai stufo. Io vado avanti. Pero’ la leggevo la realta’ e non ti ci vedevo. Rimanevo cosi’, ad aspettare un’inversione del tempo, di poterti riseminare in ricordi che non avevo, in momenti ormai negati.

Ma la Vita non e’ un giochino ad aspettare il dovuto. Non c’e’ dovuto. Alcune cose le avevo sapute costruire, splendidamente direi. Ed altre no. La sera mi giocavo ai dadi colpe e scuse, fra me ed i miei fantasmi.


Ho capito

Ho capito una cosa all’improvviso.

Ho capito che essere stati felici non da alcun diritto ad esserlo ancora.

Ho capito che aver avuto la felicita’ piena e totale non da diritto ad alcun rimpianto. Che dovrebbe esserci solo gratitudine.

Ho capito che se non altro e’ un segno che in qualche tempo e in qualche condizione siamo riusciti a costruire una felicita’ ad un livello del sentire che non e’ dato a tutti provare. Dice qualcosa su di noi. Non parla di fallimenti e di inadeguatezze, ma della nostra riserva di energie. Che puo’ un giorno sembrarci spenta, persa, o semplicemente irraggiungibile. Eppure c’e’. E questo e’ molto, molto piu’ di quanto molti potranno mai dire.

Ci vorrebbe piu’ gratitudine perche’ la felicita’ dovrebbe lasciare un’eco inestinguibile, che continua ad espandarsi. Che ci richiama. Invece ci perdiamo troppo spesso a fissare singoli frame rimasti impressi sulla retina. Sull’attenuarsi della luce, invece che sul suo Azimut. Siamo come piccoli uomini terrorizzati da un eclisse.

La luce c’e’, anche dove non ci riesce di vederla. L’eclisse passera’ e conteremo i sopravvissuti.


Ricominciare

Mi sembra di aver passato la mia Vita a ricominciare.

La prima volta stavo aspettando di compiere otto anni. Ero seduto su un divano in via Cassini. Mi diedero una notizia e io provai, per un attimo, una fuga poco convinta. Chiesi se fosse uno scherzo. Non lo era. Era la prima volta che dovevo provare a re-immaginare tutto.

Negli anni ho riniziato in modo meno traumatici, piu’ entusiastici. Ho cambiato amicizie, case, paese, lavoro, relazioni. Ho raremente vissuto piu’ di un anno senza un cambiamento che mi costringesse a re-immaginare una parte significativa del mio modo di vivere.

Forse il cambiamento si sollecita come un muscolo, e con il tempo si sviluppa, risponde in maniera piu’ rapida, si estende con piu’ vigore. Forse e’ una giuntura, e si consuma. Fino a quando fa male e non si immagina piu’ di potersi rinnovare. Forse e’ un misto delle cose.

Credo che in qualche modo sia anche io parte di questa generazione in cui non mi riconosco.

Una generazione per lo piu’ intrappolata in eventi che non accadono, in decisioni sempre rimandate, in fasi della vita che stagnano. Ma anche una generazione arrendevole, che non prova fino in fondo. E questo no, non posso dire che mi appartenga.

E quindi?

E quindi ricomincio. Perche’ in fondo le mie non sono mai scelte. Sono semplicemente il fare quello che avverto di dover fare. Anche quando non voglio. Anche se e’ una Vita che non voglio. Anche se avrei voluto tante volte solo tornare indietro e chiedere ancora se fosse uno scherzo. Sperare che la risposta tardi un poco di piu’ ad arrivare. Coltivare un dubbio impossibile un po’ piu’ a lungo. A volte un dubbio e’ tutto quello che serve, a volte un dubbio e’ tutto quello che c’e’.

E invece non ci sono divani. Solo stanze stantie, suoni che non rimbombano. Ci sono io, c’e’ il mio sguardo. Penso, scrivo, cammino, rifletto, riparto. In una parola ricomincio.

A volte penso a quante persone ho incrociato. Provo a contare quanti abbiano vissuto sempre nello stesso posto, parlato per anni di un lavoro da cambiare, di una relazione da rinnovare. E rimangono radicati dove sono. E’ sciocco, giudicare con un metro sbilenco vite che non m’appartengono, cosi’ distanti. Eppure me lo chiedo che impressione faccia tanta stabilita’.

La cosa strana e’ che per carattere credo di essere portato a costruire cose solide, a essere affidabile. Qualcosa di inamovibile, su cui contare. Chissa’ perche’ allora proprio io, fra molti, continuo a ricominciare, a rinnovarmi.


Coraggio

Forse l’unica cosa nella Vita che serve ad essere felici e’ il coraggio.


Sguardi

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A volte sgrani gli occhi e provi a guardare in avanti, a percepire le linee del futuro.

E’ un richiamo naturale. Provi a capire: che cosa si aspetti, che nome avra’ la tua felicita’, quali paure ti ingolferanno il cuore.

Pero’ il fatto e’ che non sei in grado di immaginare le possibili diramazioni. Non sai neanche quali incroci esistano. Guardi con gli occhi di oggi, provi a immaginare. Ma arriverai a quegli incroci con le scarpe consumate, i dolori del viaggio, la polvere sulla pelle, il sudore coagulato in macchie giallastre, i vestiti strappati, fame e sete. Ti appoggerei su un ceppo e guarderai le possibili strade alternative. Prenderai una decisione al meglio delle tue possibilita’, delle possibilita’ di quel momento, attraverso gli occhi che avrai allora.

Avresti mai potuto immaginarlo il tuo percorso fino a qui, piccolo Federico?

Ci muoviamo con un carico di speranze da non deludere, di sguardi amorevoli che ci accompagnano anche dopo decenni. Non possiamo mancare la meta, anche se si trova a cosi’ tanta fatica da qui. Anche se ci saremmo voluti arrendere ogni notte. Ma ogni mattino ci alziamo, mettiamo un passo dietro l’altro, perche’ no, quel debito non lo lascero’ insanato. Camminero’ ancora, fino ad aver colmato cento e una volte la distanza che mi separa dal punto in cui guardavo, da bambino. Pieno di fiducia. Quella fiducia nel mondo e’ stata tradita, mi sono trovato battuto per terra, a combattere con cose che credevo sfuggissero a quello che potessi affrontare. Mi sbagliavo, perche’ ero ben equipaggiato per affrontare quelle e tutto cio’ che e’ seguito. Avevo abbastanza forza per continuare, guardare avanti, oltre le fini, ad ogni possibile inizio.

Dove non c’erano inizi li ho immaginati un po’ piu’ forte.

Forse ho voluto guardare troppo, troppo in la’. Dove lo sguardo si sfoca inizia la terra dei demoni. Li ho immaginati infestare ogni passo del mio cammino, ma vi giuro, nessuno dei demoni che ho saputo pensare sarebbe stato in grado di sopravvivere anche ad un solo sguardo dei demoni reali, che ho affrontato, con cui ho lottato e a cui sono sopravvissuto. E allora perche’ avere paura? Di cosa?

L’unica cosa che temo e non avere abbastanza strada, non poter raggiungere quei futuri che immaginavo prima che si sfaldino, che si disperdano in frammenti. Non per mancanza di coraggio o mezzi ma per mancanza di un percorso. Di una strada che unisca me a loro. Se non sapro’ trovarla cosa sara’ stato del mio coraggio? A cosa sara’ servito tutto cio’ che ho ricevuto, e cio’ che ho coltivato e fatto mio? Questo io non lo so. Continuo a guardare davanti a me. Con ingenuita’ forse. Che sia quella la chiave? O un modo possibile, una strategia praticabile. Una soluzione a un equilibrio impossibile.

Chissa’, forse il mio destino ce l’avevo gia’ scritto sul taschino. The reliable.

 


Poi forse

Ci sono stati week-end e viaggi e macchine. E anche qualche impantanamento occasionale. Nulla che non si possa risolvere con qualche risata sguaiata, un misto di francese e inglese, gesti, funi e 20 euro che finiscono in un taschino.

Ultimamente sono colpito da questa canzone: Lost, dei Noir Desir.

Entre les dérapages
Entre les lignes d’orages
Entre temps entre nous
Et entre chien et loup
Au maximum du voltage
A peine est passé le message
Au fil du rasoir

Dans les corridors I’M LOST
Sur les baies vitrées I’M LOST
Des insectes écrasés I’M LOST
Qui cherchaient de l’or I’M LOST

Dans les ministères I’M LOST
Dans les monastères I’M LOST
Dans les avalanches I’M LOST
Au bout de la planche I’M LOST

Sono ossessionato dall’immagine della tempesta, l’orage.

Ho anche pensato che io sarò la tempesta che accade e separa in modo insanabile il prima e il dopo. Che ho la stessa forza, la stessa energia, la stessa capacita’ di travolgere dati di fatto e ostacoli. Di disgregare la quotidianita’ in qualcosa di diverso.

Poi forse sarebbe semplicemente il caso di riniziare ad ascoltare Rino Gaetano tutto il tempo, come quando ero giovane ed innamorato.


Quella luce

Quella luce, che avvolgeva la stanza, che batteva forte sulle pietre di Luserna. Quella luce si e’ spenta.

Ha indossato uno dei miei maglioni, svuotato la libreria. Ha prenotato un biglietto. E’ strano come pochi euro, qualche ora di pullman, qualche vecchia valigia possano fare una tale differenza. Quanti mesi ci stanno in uno scatolone? Quante giornate puoi mettere via, farle sgusciare dalla tasca e continuare a camminare? Di cosa riecheggia la casa, ora?

E’ strano ripensare a quanto poco peso diamo ai giorni mentre accadono. A tutte le domeniche che sono rimasto a lavorare. Alle volte che in treno abbiamo letto, in albergo siamo rimasti a guardare Chasseurs d’Appart’.

Vorrei.

Che cos’e’ che vorrei? Non saprei dirlo, non saprei neanche volerlo. Mi si e’ intorpidito il cuore.

E’ come guardare una foglia cadere lentamente, dopo una lunga e bella estate. Non sei arrabbiato, sei dispiaciuto ma in un modo un poco sereno. Come se ogni estate debba morire, a suo modo, a suo tempo, e questo non la rende meno bella. Lo sai che non sai senso tentare di allungare i mesi, di cambiare il tempo. Le stagioni passano ed era giusto cosi’. E’ giusto cosi’. Pero’, se solo potessi tornare indietro, passare un altro di quei pomeriggi, una passeggiata un po’ piu’ lunga. Scivolerei lungo St. Stephen’s Green. Tornerei a casa e ti guarderei suonare. Ti farei una foto in piu’. Per l’inverno, sai.

Ma tu continua a cadere e danzare, fogliolina. Fai spazio a qualcosa di piu’ bello e grandioso. Ma non ti offendere se ti ripensero’, nel pieno dell’estate, quando sembrava non saresti caduta mai. Non tu.

Che poi forse lo sapevamo da sempre, ma e’ stato bello fare finta di no.


Valigie rosse e nebbia

Ho riempito quell’enorme valigia rossa molte volte. La prima volta quando partii per l’Erasmus. Mi ricordo caricarla in quel tardo luglio sul treno che partiva da Avigliana. Quella valigia cosi’ pesante che mi diedi su uno stinco lasciando un taglio che sanguino’ copiosamente. Iniziava cosi’ quel viaggio, mentre scrivevo agli amici stretti “Lascio il paese, quanti soldi puoi prestarmi?”. Riconoscete la dotta citazione?

Quella stessa valigia era tornata di nuovo con me a Torino. E poi ripartita per Monaco. E poi tornata a Torino. E partita ancora per Dublino. Da Dublino ha fatto tappa a Lione, per poi restare, serena, ad aspettare di tornare un giorno, ancora a Torino.

L’ho vista ancora riempirsi, solo che questa volta non ero io che partivo. Vedevo che cosa finiva nella valigia e cosa restava a farmi compagnia, a riempire le stanze in attesa di decisioni, di personalita’, di tracce.

Io sono rimasto.

O sono tornato, cambiato.

Mi sembra che ci sia una nebbia densa a dipingere il futuro di infinite destinazione e possibilita’.
Non ci sono promesse, comunque impossibili da mantenere, non ci sono delusioni: non c’e’ nulla per cui rimanere delusi. Solo potenza. L’infinito del possibile che non pensavo potesse rinnovarsi.

No, pensavo a un percorso differente. Dai banchi di scuola, dal mio primo piccolo appartamento guardavo il futuro e vedevo cose diverse. Le vedevo precise. Non immaginavo nulla di quello che avrei fatto. Immaginavo in maniera diversa. Ora non immagino. Ora credo, ora costruisco e lascio alla nebbia simboleggiare tutto quello che potrebbe accadere. Sono sicuro ci sia del buono ad attendermi. Ma non so quando o dove. So che da qui a li’ c’e’ del vuoto e a me il vuoto non piace. Finisco col riempirlo di troppe cose. Di silenzi intensi, di parole scritte, di passeggiate, di progetti. Non so stare, semplicemente stare.

E cosi’ ho la testa in cui navigano milioni di pensieri, di progetti. Di idee. Di micro-decisioni, di impegni. Non ho tempo per sentirmi pensare. Perche’ se mi fermassi riguarderei le foto, ripenserei a questi begli anni.
Mi prenderebbe la malinconia.

Sorrido. Come suggeriva il mio maestro di Kung-fu. Sorridi, diceva. A furia di sorridere finirai per crederci.
Il nostro atteggiamento ci plasma.

E allora sorridero’. Ti pensero’, tu e questi anni, con gratitudine. E con gioia. Perche’ ho realizzato tante cose, ne ho vissute moltissime. Sono stato felice, prima di non esserlo piu’. Allora ripenso a tutto insieme,
senza guardare solo l’amarezza della fine. Un quadro davvero troppo parziale e ingiusto.

I pezzi di vita bisogna spenderli bene. Io sono convinto di averlo fatto, e questo vuol dire piu’ che qualcosa. Forse e’ l’unica cosa che conti.

Buon viaggio, a te che parti. Buona Vita, a me che resto. Buon silenzio e riposo alle foto e ai ricordi, a cui attingero’. Ma non ora. Ora e’ tempo di sorridere, mettere un piede dopo l’altro, creare spazio e riempirlo subito, agitandomi per restare a galla.


Aperture.

Sii aperto.

Lascia che le cose si evolvano in maniera da sorprenderti.

Sai, e’ successo mille e mille volta ancora.

Quando davanti a una palestra di Rosta ho recuperato un amico di infanzia che poi si e’ catapultato nei miei vent’anni a velocita’ folle e rida sadiche, con volanti che dovevano avere molto coraggio.

E’ successo quando mi sono trovato quasi per caso a vivere in questo o quel posto.

Ancora, quando ho incontrato un amore dove non lo aspettavo.

Capita, con le possibilita’ lavorative. Mi hanno portato in dote offerte di lavoro, titoli di studio, possibilita’ di scambi all’estero e ora clienti.

Lavoro da casa, su cose che mi piacciono. Ho la mia attivita’ che mi da un miliardo e mezzo di preoccupazioni ogni singolo giorno ma che se mi avessero mostrato qualche anno fa, vi giuro che non ci avrei mai creduto.

Vivo in un appartamento davvero troppo grande per qualcuno che oggi festeggia San Faustino. Ho tre camere da letto e non abbastanza stanchezza per tutte.

No. Nulla e’ andato come lo immaginassi. Ma in fondo sembra che ci sia qualcosa nell’aria che e’ migliore di me nello scrivere le sceneggiature. A quel qualcosa devo un quaderno di esperienze, sorrisi e foto meravigliose, posti e volti incisi sulla pelle.

E quindi forse dovrei avere fiducia, perche’ ci sono sorprese che mi hanno quasi ucciso, e sorprese che hanno costituito la mia Vita. Alla fine ho un bilancio di cui posso lamentarmi? Credo che molti, la’ fuori, farebbero carte false per avere alcune delle cose che ho accumulato.

Poi rimane quella determinazione insana, quella voglia di spingere, di insistere. Ci sono momenti in cui vorrei sedermi e guardare il panorama, lasciarmi andare il tempo di una sigaretta. Invece continuo. Ad maiora, semper.


Sciogliere i nodi

Come si sciolgono i nodi?

Non lo so dire. So che mi ritrovo di nuovo a prendere il largo. Il porto gia’ diventa un ricordo, un aggrapparsi a una memoria. La nebbia lo abbraccia, lo avvolge. Dice di proteggerlo ma a me sembra strapparlo via con una dose di egoismo che non capisco.

E quindi mi ritrovo a camminare lungo il ponte, a cercare di capire, di riprendere familiarita’ con questa dimensione che avevo lasciato cinque anni fa.

L’appartamento e’ grande. I suoi 142 metri quadrati non so di cosa riempirli. Non ho abbastanza mobili, idee, energie, progetti. Vago per le stanze vuote, inseguo termosifoni che fischiano. Cerco di capire cosa, perche’. Che cosa separa il mio cammino da quello di chi mi sta attorno.

Chi si sposa, chi ha un figlio, chi compra una casa.

Io?

Potrei rispondere elencando i viaggi, i paesi in cui ho vissuto, i contratti che ho concluso, l’ammontare del fatturato, il numero di conferenze a cui ho parlato, i successi raccolti in questo o quel modo. Pero’ mi si seccherebbe la lingua, mi si attorciglierebbe nel mio disinteresse.

Cosa importa?

Non so. Prendo il tempo di capire, di stabilire desideri prima di tracciare rotte.

Mentre penso prenoto i biglietti per Amsterdam e Monaco. Apro una cartina e guardo la strada che separa da una notte verso Strasburgo, da un mattino a rincorrere orsi bruni e teste piatte in rotta verso Bruxelles. Che poi a Bruxelles ci sono appena stato. Che ti hanno chiamato mentre passeggiavamo. Che mi aspettavo che poi avresti sorriso al telefono ma non lo hai fatto. Che poi quell’aereo che non partiva, e non partiva ancora, e il pullman, e poi siamo arrivati, ma tardi.

E allora cucinero’ il Coq-au-Vin e poi vedremo. Vedro’. Capiro’ come ricominciare.

Perche’ a volte il sangue mi abbandona e divento pallido, la testa gira senza mire. Ma continuo. Non so come si crolli, non so neanche piu’ come si sia stanchi.


Stazione

Mi trovavo in stazione e una sorta di pudore mi spingeva ad evitare il lato sinistro dell’atrio, quei primi binari così distanti. Come se volessi lasciare lo spazio della discrezione a quei fantasmi che erano ancora fermi a una sera sotto Natale, ad aspettare quel treno che tardava a partire per poi perdersi nella foresta nera. Erano ignari ma comunque confusi da quello che li aspettava, da eventi netti per cui non erano attrezzati, intrappolati in comportamenti imprecisi. Così ero lì a camminare, a scivolare via da una visita a Milano, a preparare una chiamata a tarda sera con l’editore, a preparare le prossime presentazioni, i prossimi treni ed alberghi. Così, come a scivolarsi via, senza neanche il tempo di un ricordo agrodolce, di una preoccupazione. Rimanevo lì ad osservare i miei gusti e comportamenti mutare. I posti in cui ero a mio agio, il modo di confrontarmi con clienti e fornitori. Come a stemperarsi, perdere definizione da un lato e acquisirne dall’altro. Scomparire e riapparire in un mondo e una forma diversi. Quali sacrifici richiede sopravvivere? Quante stagioni bisogna affrontare, quanti cambi d’anima e pelle bisogna portarsi appresso? Le domande si infilano in quegli interstizi sottili, quella pace apparente, fra la linea di febbre e i quarti d’ora attesa. Lo spazio che bastava a formulare un quesito ma non ad abbozzare alcuna risposta.
E il treno già partiva, con la sua agenda, a riportarmi ad orizzonti intensi, sì, ma in modo diverso. Viaggiando sempre verso dove non fossi preparato, e arrivando mutato al mio arrivo.


Pressione

Pressione.

La pressione di banche, enti pubblici, clienti, relazioni, aspettative, richieste, doveri, impegni. Potessi quantificare, organizzare le sorgenti di questi tipi diversi e multi colore di pressione.

Guardo. Ma con quel modo di fare un poco spento, un poco disinteressato. In fondo, non e’ questo o quel contratto, questa o quella scadenza che mi fa accendere una luce piena di Vita, un barlume del cuore, un battio accelerato.

In fondo, non sono che cose che dovrei fare, cose che qualcuno vorrebbe che io faccia, cose che avrei gia’ dovuto fare.

Sono cose che possono solo andare storte, buttare altra pressione, chiedere, chiedere ancora.

Pero’, dov’e’ l’emozione positiva? Il premio per quando mantiene la barca dritta, per la distanza che raggiungi dalla costa?

Io continuo ad andare. La pressione la avverto in qualche modo strano. Da un lato mi rendo conto che non possa ne spezzarmi ne piagarmi. Non puo’ avere un effetto reale. Puo’ solo avvelenarmi la vita, ma senza rallentare il passo. C’e’ ma non c’e’. C’e’ ma se non ci fosse sarebbe tutto sommato uguale, i bilanci si chiuderebbero con gli stessi numeri. Forse perche’ io non risulto a bilancio, non compaio nell’equazione.

A volte mi chiedo se scompaio dietro a un brand, un impegno, un’immagine che si ha di me.

Be’, intanto ora chiamo. Commercialista, notaio, banca, cliente. Gira. Tutto gira. Ma sarebbe peggio tutto stesse fermo, no? Non ho il mal di mare, e’ solo che non riesco a fissare un punto.


Firme, bolli, e sogni

Dopo qualche pratica, firma, bollettini ancore da pagare e una mezz’ora chiuso in una stanza con un notaio mi ritrovo fondatore, socio, amministratore si una società.
 
Non che cambi molto. Lo scopo è sempre quello: capire come il software possa fornire strumenti ad altri professionisti per renderli più efficienti nel loro lavoro.
 
E in effetti la società si chiama proprio così: Strumenta.
 
Vediamo cosa sarà di questa avventura.

Periodi e decisioni

E’ sicuramente un periodo impegnativo. Gestire un trasloco internazionale: trovare casa, spostare utenze, conti, attivita’, non e’ banale. Con Camille dall’altro lato del confine (quello sbagliato) per la maggior parte del tempo. Poi viaggi: quattro di fila. Poi situazioni dolorose, che rendono piu’ difficile partire con una vita serena attorno al Po. Celebrare cose semplici, come un armadio nuovo.

E anche una delusione che forse non pensavo di avvertire cosi’, a cui rispondo fantasticando piccole vendette patetiche, ripicche senza senso.

E la sera sono qui a mangiare Schnitzel e bere Pilsner. Con Camille che nota movimenti strani e blocca una carta, proprio a pochi giorni dal mio primo viaggio di due negli Stati Uniti, mentre mi trovo a Berlino.

Mi ricordo di una sera simile, credo cinque anni fa. Anche allora mi trovavo da solo in un albergo isolato, anche allora avevo mangiato una Schnitzel. Anche allora pensavo che a me viaggiare da solo fa schifo. O meglio, mi fanno schifo questi viaggetti per lavoro, queste sere spese male, queste giornate in attesa di fare qualcosa. Mi suona di tempo sprecato. Mi fa sentire fragile, mi fa sentire di avere un tempo limitato e di starlo sprecando. Mi fa sentire in fondo di non avere controllo, perche’ se avessi controllo non sarei qui, ma altrove.

Non so come questo senso di vuota frustrazione si relazioni alla mia ansia: ne e’ la causa? La conseguenza?

Ultimamente divento piu’ cosciente della mia ansia. Che pero’ riguarda certi aspetti e non altri. Ho ansia durante i viaggi, non ho ansie legate al mio lavoro.

Forse potrei vivere ogni ansia come una sfida da vincere, una possibilita’ di migliorarsi. E provo. E raschio. Oppure potrei prendere in mano la mia vita e semplicemente dire no. Rinunciare a possibilita’ e clienti. Ho provato, ho scremato, ho filtrato, ho ceduto in fondo.

Pero’ se e’ giusto spingersi al proprio limite, e insistere ancora un poco, bisogna anche riconoscerlo il proprio limite e vivere bene, disegnare la vita di conseguenza, non lasciare che accada. Perche’, di per se’, non accade.

In fondo anche facendomi violenza, e continuando a spingere, ho raggiunto dei traguardi interessanti e fatto piu’ cose di molti altri. Forse bisogna saper coniugare questo col vivere felici.


Torino

Torino e’ una danza.

E’ una bellezza infinita.

E’ un gol a tempo scaduto, e’ un bacio che non meritavi, e’ una resurrezione di spirito, cuore e mente.

Torino e’ dove non c’e’ bisogno di una speranza, mentre cammini fra le vie e la sera cola giu’ dal cielo.

E cosi’ sono tornato.

Tornare e’ una tastiera senza gli accenti.

In realta’ sono tornato perche’ ordini superiori hanno decretato cosi’. Ubi maior, minor cessat.

Ma nella mia iconografia sono tornato perche’ vuol dire ricominciare ancora: trovare casa, sciogliere lacci e lacciuoli da un lato per riannodarli dall’altro. E’ una cosa in cui comincio ad avere una certa pratica, in fondo ho lasciato Torino per Karlsruhe, Karlsruhe per Torino, Torino per Monaco, Monaco per Torino, Torino per Dublino, Dublino per Lione, per cui quando si e’ trattato di lasciare Lione per Torino avevo gia’ una mole di appunti, di ricette da seguire. La fredda determinazione del ragioniere e’ una delle caratteristiche che tornano piu’ utili.

E cosi’ sono nel quarto quartiere di Torino: dopo Crocetta, Santa Rita e Quadrilatero sono in San Donato. Quasi Cit Turin but not really. Peccato.

Periodo impegnativo. Io odio viaggiare. Io sono pigro e pauroso. E pero’ trascino il mio bagaglio di ansie da un paese all’altro, da un aereo, a un treno, a un taxi. E cosi’ dopo Pordenone partiro’ per Berlino, due giorni dopo per Atlanta, per tornare, stare meno di una settimana e volare a San Francisco. Ma quando tornero’ mi siedero’, mi barrichero’ in casa con casse di Moretti e San Simone. Non mi tirerete piu’ fuori.

Mi piace pensare cosi’, concedermi l’illusione che questo pungolarmi mi permettera’ un giorno di smettere di farlo.

Perche’ io alla fine ho un modo insano di vivere le cose: valuto e bilancio tutti gli scenari peggiori, come potessi vedere tre mosse avanti al karma. Cosi’ finisce che la cena me la avveleno da solo. Che spendo settimane in brodo di preoccupazioni che non si realizzano.

A volte sono deluso da me stesso, dalla mia incapacita’ di vivere lo slancio del momento. Era una ricetta che avevo da giovane. A volte scattava, una molla, una scintilla, di irriverenza di fronte a destino e possibili conseguenze. Avete presente quel film in cui Bud Spencer ridendo mentre guida un aeroplano spiega alla torre di controllo che Io quando bevo divento immortale. Ecco, cosi’.

Pero’ ora quell’irriverenza e’ scivolata via, scacciata dalla stempiatura, forse.

E quindi mi ritrovo a inveire contro me stesso, a combattere con la logica quelle paure ataviche. Non serve a molto.

Ad essere onesti devo pero’ pur dire che, si, io comunque avro’ camminato tutto questo tempo con lo zaino stracolmo di inquietudini. Pero’ ho continuato ad andare, e ancora, senza arrestarmi a ogni bivacco. Forse quasi tutti vivono la vita piu’ serenamente, ma spesso lo fanno dentro un cerchio piu’ stretto, piu’ familiare, piu’ noto. Si muovono da ras del quartiere, fra piazza castello e Pinerolo, senza sapere cosa ci sia piu’ in la’. Si coricano fra il lavoro posticciolo fisso, e la relazione con la vecchia palla al piede. Hanno il mutuo a tasso agevolato, che si sa, il mattone non delude mai.

Si, io forse ho la vita smangiucchiata da paure di ogni tipo. Pero’ ho abbandonato posti fissi e luoghi in cui sono stato felice. Sono andato un po’ piu’ in la’ quando ce n’era la possibilita’. E continuo.

Per cui vediamo cosa porteranno le prospettive che si aprono, chissa’ se cosa succedera’ nel 2018, con la nuova societa’.

Vedremo.


Se c’è una logica

Sono una persona ansiosa.

Forse lo sono sempre, forse lo sono particolarmente quando sono stanco. Forse lo sono particolarmente per cose per cui non dovrei esserlo. Forse lo sono in alcune situazioni, anche stupide se vogliamo, e non in altre, quando avrebbe maggior senso.

Ecco, non so se ci sia una logica in quest’ansia. O una radice emotiva antica. O lo specchiarsi di un sovraccarico di emozioni e fatiche. Non lo so.

Però vorrei riuscire a liberarmi, a vivere le cose in maniera diversa.

Per lo più le cose le faccio comunque. Credo di aver affrontato il mio numero di sfide, di non essermi rintanato nel comune e nel conosciuto, di aver continuato a procedere, semplicemente lasciando all’ansia e alla paura il cuore ma non le gambe. Le gambe hanno continuato ad eseguire ordini, senza pietà alcuna. Avanti. Ancora.

Ecco, la logica delle mie ansie mi sfugge. Talvolta è un segnale di cose che semplicemente non voglio fare. Altre volte riguarda situazioni sociali che non voglio vivere. Raramente riguarda cose in grado di portarmi un danno reale, praticamente mai riguarda la possibilità di un danno irreversibile. Ho una paura smisurata di certi piccoli disagi, di cose pratiche, di contrattempi.

Invece le sfide professionali, anche ad alti livelli, non mi spaventano per niente. Non mi spaventa presentare alla conferenza più importante di un certo settore, mi consuma la possibilità di un contrattempo all’aeroporto o all’immigrazione.

Ha senso? Probabilmente no, ma è la realtà che ho vissuto, che vivo e che vivrò fino a che saprò cambiarla. È parte di me, dei mio modo determinato ma insalubre di vivere la vita. In qualche modo credo di poter accettare il malessere che mi causa, ma di non poter accettare che mi causi rinunce significative. Per cui soffro e continuo. Senza ascoltarmi.

E allora non so, se abbia senso, il mio modo di vivere l’ansia, il mio modo di gestirla e le mie strategie. Forse no, sono da rivisitare, da migliorare, da affinare.


Domande

Anyway, what you gonna do about it?


Juliet, the dice was loaded from the start

E così mi chiedo se cadrò su Torino come un fulmine che squarcia il tempo.
Se mi ritroverò nel momento esatto in cui una clio aggredisce le curve, il pilota ride di un sorriso acerbo. E allora sia quel che sia, io nel dubbio prendo un sorso e ascolto l’aria fresca che mi canta in faccia.

Oppure mi infilerò fra gli eventi, i titoli di giornale, L’ossessiva stupidità dei falliti che insozzano la mia città.

Ci sono domande a cui non so rispondere, ma corro comunque in faccia alla domanda.


Un secondo

Un secondo, un secondo di pausa.

Ti chiama il commercialista, ti comunica i numeri del bilancio dell’anno scorso.

Poi aggiunge qualche commento, che sia stupito, ecco, che qualcuno possa arrivare, senza conoscere nessuno iniziare a fare quei numeri. Mi avvisa che, la conseguenza, sara’ un salasso a livello di tasse, contributi, balzelli vari. Numeri. Decine di migliaia per quella tassa, un po’ di piu’ di quell’altra. Non c’e’ problema, in fondo non ho speso quasi nulla. Non ho avuto tempo. Allora ho fatto una pausa, guardato fuori dalla finestra, sorriso.

E poi sono tornato al lavoro, perche’ e’ questo quello che faccio in questa fase della vita. Sono compulsivo. Non riesco a pensare ad altro.

Eppure questo week-end prendero’ una sera di pausa. Viaggiero’, con il mio bel biglietto di prima classe e il computer, per sfruttare quelle ore. Ma poi lo spegnero’ il computer e per 24 ore pensero’ a bere, a parlare.

Poi tornero’ a spremere ogni minuto, a cercare un miglioramento, una spinta piu’ forte. Insistero’. Fino a quando raggiungero’ un traguardo che oggi mi sembri impossibile.

Poi prendero’ un altro secondo di pausa e cerchero’ la prossima ossessione.


Mi chiederete

Un giorno tornero’.

Ci si chiederà’ dove fossi stato, se fossi poi davvero partito e perché.

Non saprete più riconoscere i giorni della mia assenza, capire l’assenza. Come fosse possibile tessere un filo sensato, quando io non fossi li a districare la matassa, a darle un senso pieno di buona fede.

Appenderò le foto di tutti i posti che ho saputo abbandonare, di tutti i momenti che mi rimpiangono, per il modo in cui ho saputo viverli e poi lasciarli andare. Per l’eleganza con cui ho stretto le strade, i luoghi e le persone per poi restituirli, in un soffio generoso. Per il modo in cui sono arrivato, e ripartito, con la stessa immutabile fiducia.


Ci saranno Karlsruhe, Monaco, Dublino e Lione su un muro, a litigarsi scampoli di memoria. A battibeccare su dove io sia stato più felice o dove abbia seminato più ricordi da venire un giorno a raccogliere.

Questa domanda, nell’aria, di come io abbia potuto partire, e poi tornare e poi partire, e poi ancora tornare e ripartire. Del perché’ io l’abbia fatto, di che cosa abbia trovato. Tutte domande un poco superficiali.

Chissà’ se mi chiederai che cosa mi servisse.

La risposta e’ che sono andato per capire come costruire i porti.

Ho calcolato il modo di allineare le pietre.

Ho coltivato la determinazione.

Per tornare, un giorno, completo, ancora più grandioso che nella memoria di chi mi ha visto partire.