Stazione

Mi trovavo in stazione e una sorta di pudore mi spingeva ad evitare il lato sinistro dell’atrio, quei primi binari così distanti. Come se volessi lasciare lo spazio della discrezione a quei fantasmi che erano ancora fermi a una sera sotto Natale, ad aspettare quel treno che tardava a partire per poi perdersi nella foresta nera. Erano ignari ma comunque confusi da quello che li aspettava, da eventi netti per cui non erano attrezzati, intrappolati in comportamenti imprecisi. Così ero lì a camminare, a scivolare via da una visita a Milano, a preparare una chiamata a tarda sera con l’editore, a preparare le prossime presentazioni, i prossimi treni ed alberghi. Così, come a scivolarsi via, senza neanche il tempo di un ricordo agrodolce, di una preoccupazione. Rimanevo lì ad osservare i miei gusti e comportamenti mutare. I posti in cui ero a mio agio, il modo di confrontarmi con clienti e fornitori. Come a stemperarsi, perdere definizione da un lato e acquisirne dall’altro. Scomparire e riapparire in un mondo e una forma diversi. Quali sacrifici richiede sopravvivere? Quante stagioni bisogna affrontare, quanti cambi d’anima e pelle bisogna portarsi appresso? Le domande si infilano in quegli interstizi sottili, quella pace apparente, fra la linea di febbre e i quarti d’ora attesa. Lo spazio che bastava a formulare un quesito ma non ad abbozzare alcuna risposta.
E il treno già partiva, con la sua agenda, a riportarmi ad orizzonti intensi, sì, ma in modo diverso. Viaggiando sempre verso dove non fossi preparato, e arrivando mutato al mio arrivo.


Pressione

Pressione.

La pressione di banche, enti pubblici, clienti, relazioni, aspettative, richieste, doveri, impegni. Potessi quantificare, organizzare le sorgenti di questi tipi diversi e multi colore di pressione.

Guardo. Ma con quel modo di fare un poco spento, un poco disinteressato. In fondo, non e’ questo o quel contratto, questa o quella scadenza che mi fa accendere una luce piena di Vita, un barlume del cuore, un battio accelerato.

In fondo, non sono che cose che dovrei fare, cose che qualcuno vorrebbe che io faccia, cose che avrei gia’ dovuto fare.

Sono cose che possono solo andare storte, buttare altra pressione, chiedere, chiedere ancora.

Pero’, dov’e’ l’emozione positiva? Il premio per quando mantiene la barca dritta, per la distanza che raggiungi dalla costa?

Io continuo ad andare. La pressione la avverto in qualche modo strano. Da un lato mi rendo conto che non possa ne spezzarmi ne piagarmi. Non puo’ avere un effetto reale. Puo’ solo avvelenarmi la vita, ma senza rallentare il passo. C’e’ ma non c’e’. C’e’ ma se non ci fosse sarebbe tutto sommato uguale, i bilanci si chiuderebbero con gli stessi numeri. Forse perche’ io non risulto a bilancio, non compaio nell’equazione.

A volte mi chiedo se scompaio dietro a un brand, un impegno, un’immagine che si ha di me.

Be’, intanto ora chiamo. Commercialista, notaio, banca, cliente. Gira. Tutto gira. Ma sarebbe peggio tutto stesse fermo, no? Non ho il mal di mare, e’ solo che non riesco a fissare un punto.


Firme, bolli, e sogni

Dopo qualche pratica, firma, bollettini ancore da pagare e una mezz’ora chiuso in una stanza con un notaio mi ritrovo fondatore, socio, amministratore si una società.
 
Non che cambi molto. Lo scopo è sempre quello: capire come il software possa fornire strumenti ad altri professionisti per renderli più efficienti nel loro lavoro.
 
E in effetti la società si chiama proprio così: Strumenta.
 
Vediamo cosa sarà di questa avventura.