Cambiamenti lavorativi

D’ora in poi niente accenti. Sorry about that, tastiera irlandese.

Dunque, mercoledi’ ho iniziato a lavorare in TripAdvisor. Tre giorni nell’ufficio di Dublino, il sabato su un aereo e da lunedi’ lavoro nel quartier generale di Newton, vicino Boston. A circa 7 metri da Stephen Kaufer.

Nel mio precedente lavoro ero circondato da persone sia estremamente intelligenti che persone con cui era piacevole avere a che fare. A questo si aggiungeva la liberta’ di poter esplorare problemi di proprio interesse e le sfide intellettuali. Saro’ sempre grato a chi mi ha dato questa possibilita’.

Anche il nuovo lavoro mi da la possibilita’ di avere a che fare con persone intelligenti e gentili. I problemi che trattiamo sono diversi, io poi essendo all’inizio mi occupo di piccole cose. Che pero’ impattano milioni di utenti.

La vera differenza pero’ la fa il sistema: quello che sta attorno al mio lavoro diretto. Qui sono inserito in un sistema che ti vezzeggia, ti sostiene e ti premia in una maniera che da un lato mi stupisce in maniera clamorosa, dall’altro mi fa rabbia, pensando al fatto che l’ambiente in cui lavoravo prima, non per colpa di chi ci lavora (non di chi fa ricerca almeno), sembra costruito all’opposto, per danneggiarti ad ogni tuo passo.

Al di la’ dello stipendio, dei benefit di ogni tipo (palestra, pensione integrativa, azioni, massaggi, assicurazione viaggio, assicurazione medica, ecc, ecc, ecc) da un lato l’ambiente di lavoro e’ costruito per essere piacevolissimo: dalle pareti coperte da scaffali di snack, alle bevande, al caffe’ offerti dall’aziende, alle iniziative (BBQ all you can eat, eventi di beneficenza, riunioni aziendali in belle sale conferenze, ecc) c’e’ una grande organizzazione e disponibilita di tutti: schiocchi e le dita e il tuo mac e’ contornato da 2 monitor da oltre 20 pollici, magic pad, tastiera esterna. Anche se stai qui due settimane devi venire messo nelle condizioni di lavorare al meglio. Qui basta chiedere, e a volte non serve nemmeno. E’ assurdo, inspiegabile a chi abbia lavorato in Italia. Qui ti devi preoccupare di fare il tuo lavoro, essere rilassato e chiedere: avrai qualsiasi cosa ti serva senza uno sforzo. Quando sono entrato mi aspettava gia un macbook pro ultimo modello. Il capo ha scoperto che ho solo 8Gb di Ram e ha gia’ organizzato perche’ al mio ritorno venga subito upgradato a 16 Gb. Mio sforzo in tutto cio’? Zero.

Andare in missione poi e’ un po’ diverso: non vengo insultato per avere usato un modulo sbagliato (che nessuno si guarda bene dal rimuovere dal sito), non devo anticipare le spese. Ricevo un’email riepilogativa con i dati del volo, dell’albergo, della macchina che mi verra’ a prendere all’aeroporto per andare in albergo. Al mio collega non piace molto l’albero perche’ un po fuori mano? Nessun problema, basta chiedere e veniamo trasferiti allo Sheraton.

Ecco, penso che sarebbe bello avere questo incredibile apparato che supporti chiunque si impegni nel suo lavoro. Un sistema che ti fa sentire sempre apprezzato e importante. Non ci credo, non me ne capacito e a loro pare normale. Mi chiedo se altri sistemi siano costruiti apposta per frustrare la gente, per impedirle di lavorare. Provo amarezza a ripensarci. Non e’ giusto.

Per il resto sono partito lasciando Camille nella casa in cui eravamo appena entrati. Da inizio mese ho dormito in Italia, Irlanda, Inghilterra, Stati Uniti. In questi giorni cammino nella provincia americana, domenica scorsa ho visitato Boston, con il mio collega e una ragazza indiana incontrata in stazione. ‘Sti americani hanno un’ottimismo e una rilassatezza che ti fa passare ogni preoccupazione. Caspita, che mondo strano quello in cui sono finito.

E un po’ mi manca l’Irlanda, anche se al mio ritorno saro’ stato piu’ in USA che in Irlanda. Comunque, come dicono qui, this is pretty awesome.

Meriterebbero poi un capitolo a parte i taxisti pazzi che ci portavano dal vecchio albergo a lavoro. Uno mi ha fatto davvero impressione: raccontava della sua mustang conservata in garage, del fatto che non fa vacanze da 4 anni e che non puo permettersi l’assicurazione sanitaria (cosa per cui lo multano, peraltro), di un viaggio fatto in Irlanda da ragazzo. Sembrava un’icona americana, con quella sua bandana.


Inizi (una settimana in Irlanda)

La prima volta che sono partito per vivere all’estero è stato per l’Erasmus: la mia destinazione era Karlsruhe.

La seconda volta sono partito per un periodo come ricercatore in visita, diretto a Monaco di Baviera.

La terza volta (questa) ho accettato un posto come software engineer a TripAdvisor, presso la loro sede di Dublino.

Per Karlsruhe ero partito ad Agosto 2008, per imparare il tedesco, per iniziare la nuova vita e per sistemarmi. I primi giorni in ostello erano stati strani, come una bolla. All’ostello mi trovavo male, con la gente che mi svegliava di primissimo mattino, così diversa dalla gente che avevo incontrato in altre occasioni in ostello. Camminavo fino a ferirmi i piedi, la sera andavo in un pub vicino all’ostello. Poi entrai ad HaDiKo e cambiò tutto.

A Monaco di Baviera sono atterrato il primo agosto del 2012. Appena sceso dall’aereo mi sono diretto a Marienplatz, dove ho immediatamente acquistato una scheda del telefono. Poi sono arrivato davanti al mio appartamento. L’agente non rispondeva ed era in ritardo. Mi chiedevo se mi avessero fregato, tutti quei soldi inviati prima di partire. Poi la gente arrivò e quelle prime settimane a Monaco di Baviera ero felice in maniera estatica.

A Dublino sono arrivato una settimana fa. Domani dovremmo avere le chiavi dell’appartamento. A meno che un amabile vecchietto irlandese ci abbia fregato e si sia intascato un paio di migliaia di Euro. La sera parto per Londra e torno il giorno seguente. Pronto a continuare questo inizio. Il terzo.

Forse un giorno sarò vecchio e solo un po’ più attempato e avrò delle belle storie da raccontare di quando vivevo lì o là. Forse continuerò a vivere a Dublino o mi muoverò da un’altra parte (Londra? Lione? USA?).

Chissà. Vi voglio bene, ecco, questo lo so.


Scivolando dentro vite irlandesi

Dunque lasci che le cose accadano, le impasti e le guardi prendere forma.

C’è meno il gusto della sorpresa, è più una ricetta.

Cerchi casa, conosci il sito giusto dove farlo e prendi appuntamenti. Arrivi presto e suoni il campanello sbagliato. No, io ci vivo qui. No, non affitto. No, ci voglio rimanere. E’ che in Irlanda gli indirizzi sono strani, assurdi. Non ci sono codici postali, se non nelle città maggiori. Le vie sono brevi e cambiano nome Upper Sheriff Street diventa Lower Sheriff Street. Quello che è peggio è che la maggior parte degli indirizzi non specificano il nome della via ma il nome di un edificio, tipo Windmill Lane Apartments. Quindi devi sapere dove si trova quel preciso edificio. I numeri civici quasi non ci sono, e a volte i dispari sono da un lato, i pari dall’altro, altre i numeri sono a ferro di cavallo: salgono da un lato e scendono dall’altro. E’ un casino.

Comunque il primo giorno di ricerca di una casa incontriamo questo signore. C. parla con lui della Normandia, dove il figlio ha una casa. Dopo un po’ ce ne andiamo. Nel pomeriggio vediamo un altro appartamento insieme a un’altra decina di persone. Il posto è minuscolo, diviso su due piani. Al primo ci sta a malapena un letto, al pian terreno un piccolissimo divano, un tavolino da bar. 1300 Euro al mese e la coda per prenderlo.

La sera ci richiama il proprietario del primo che abbiamo visto. Se vogliamo la casa è nostra, corriamo a portargli 150 Euro e gli facciamo un bonifico per deposito e primo mese. Speruma di avere le chiavi lunedì; c’erano dei lavori da fare altrimenti qui le chiavi te le danno subito.

Giovedì sera andiamo alla serata degli expat. E’ come l’Erasmus solo che siamo vecchi e nerd: tutti lavorano per Amazon, Google, Facebook. Per lo più in ruoli non tecnici o comunque non di sviluppo. Parliamo con diverse persone fra cui una coppia: lui bulgaro, lei estone. Si sono conosciuti in repubblica ceca e sono arrivati a Dublino pochi giorni prima di noi. Oggi li chiamiamo e li coinvolgiamo in una gita a Howth, un paesino lungo la costa che si può raggiungere in treno (con la  DART).

Piove, ma non devi lasciarti influenzare dal tempo. Mangiamo fish & chips, camminiamo e ci perdiamo, andiamo in un pub dove la gente ti chiama my friend. L’irish coffee lo fanno mettendo un misurino di Whiskey e poi aggiungendone ancora un po’, per sicurezza.

Per ora tutto bene. Mi piacciono i negozi aperti fino a tardi. Mi piace che l’altra stanza sia vuota al momento (un letto sfitto, l’occupante dell’altro, Pablo, è a Londra per il week-end). Il letto qui è scomodo, la stanza da su una strada lungo la quale passano ambulanze di continuo. Quando apri l’acqua del bagno (anche quella fredda) si attiva una pompa che fa un casino tremendo. Una finestra non si chiude. Dublino è così, alla buona e amabile. Da condividere.

Ah, la casa, di cui speriamo di avere le chiavi, è a fianco degli studios storici e ora abbandonati degli U2. Quei graffiti che ci sono sopra non sono segno di incuria ma una specie di memoria. E’ Dublino che ci accoglie e ci canta qualcosa.

Scritto così, alla cazzo.


First Irish steps

Ok, I suppose I should be writing in English from time to time: please help me improving by correcting me. I am counting on you!

We left Turin on a Sunday Morning. There was sun as we woke up, we ate the pastries which Andrea and Giulia brought home. Then we took a look at what we left in the house and they brought us to the train station.

We spent the day on the train between Turin and Milan, on the bus from Milan Central Station to Bergamo Airport and flying to Dublin. I realized from the plane that it is an island: it is surrounded of water in all directions. We are, a few millions, insulated from the rest of the world, the sea between us and the civilization which flew from Rome, from Paris and the cafè, from the Spanish movida, from the serious calm which spreads from Germany and Switzerland.

Still, we are not alone. A bunch of kind and helpful people seem to populate the isle. We have met them since we jumped on a taxi to reach our hotel, conveniently located above a famous disco (ear plugs available in the rooms). We ate something, drank a Weiss bier somewhere.

The day after I have some reminiscence of the first time in Karlsruhe, when I knew no one and walked along the streets. I remember as I found the first place where I could take picture, drink a nice coffee, surf on the internet. I remembered the internet cafè where I spent many evenings. Then I left that part of the city as I moved in HaDiKo. It still remains my own private memory, before the Erasmus period.

And we moved to this temporary house, which we share with Pablo, a Spanish guy from Medina.

We got an Irish SIM (one each), we started the procedure to get a PPS number (the Irish for a social security number or a “codice fiscale”), we visited some apartments, we visited a bank to ask about opening a bank account.

So we are moving, shaping a life. It is strange because I have this “ghost job” planned for the future, which I will start in ten days or so (something less), but I do not know nothing (excluding the French one). All my life is “shapeless” here. The people I care are on the other side of the sea. Here I am an unknown face.

And still, the way the Irish speak to you make you feel like everyone is your friend, there to help and care about you.


Vigilia dedicata a te, Italia

Non voglio pensare a chi mi ricorda che io emigro come i miei nonni e miei bisnonni prima di me.
Non voglio andarmene con un senso di asprezza, voglio pensare invece che, grazie a loro, io emigro da questa Italia non per fame, ma per andare a vivere ancora meglio. Mi posso permettere di inseguire di più, e posso andarci con tutte le armi che questo paese mi ha donato.

Mi prendo una pausa di riflessione. E cari Italiani, sarebbe un sogno, che temo io non vedrò realizzato, quelli di trovarci capaci di ragionare sui nostri problemi, pensare e coltivare soluzioni anche difficili, con dignità, pazienza e fiducia. Allora sarà grandioso vivere qui, io credo.