Di Bar, compleanni, derby e altri avvenimenti

Sono successe diverse cose.

Questa mattina mi sono alzato e uscendo dalla mia stanza ho visto questo:

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E mi sono chiesto, quand’è, esattamente, che la situazione mi è sfuggita di mano?

La sera prima c’era stata una festa. Una festa per il mio compleanno, diciamo però che più che altro si trattava della festa per l’inaugurazione del bar. A un certo punto vedo ri-entrare dal ballatoio due persone che non conosco, chiedo delucidazioni al mio coinquilino. Non ha la più pallida idea di chi siano. Bene.

A un certo punto ricordo di essermi avvicinato al bancone. Al bancone che c’è in casa mia (ottima idea, nevvero?). Dietro c’erano quattro persone che frantumavano ghiaccio, pestavano lime, versavano cocktail, ammansivano un branco di ubriaconi. Ho chiesto un Long Island.

Voglio dire: è una bella cosa, no?

Ricordo quando mi sono andato a presentare a un tizio che era dietro il bancone di casa mia, visto che non sapevo chi cacchio fosse.

La mia barista preferita però è stata la buona Alf. Che tempra la fanciulla.

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Ho un po’ di foto sulla macchina fotografica, ma essendo orfano di cavetto quelle immagini rimangono imprigionate nello schermo da pochi pollici della macchina stessa.

Per fortuna c’è chi mi ha portato il Vov. Prevedo molti risvegli da campione.

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A un certo punto ho preso delle precauzioni, ritenendo di rendere edotto il popolo bove sulla mia condizione. Che capissero, e valutassero, alla luce di quel mio temporaneo stato il modo di interpretare i miei gesti.

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Una personcina leggermente ubriaca è stata spostata qua e là a forza dal buon Andrea, tranne riprendere ad addormentarsi in vari punti della casa. Ha lasciato la mia abitazione di primo mattino chiedendo dove fosse la sua giacca; le ho suggerito di provare a vedere sull’attaccapanni. Era lì. Mi sono accorto ore dopo che andandosene non si era chiusa la porta dietro. Le si vuole bene.

Poi è arrivata la domenica e ho pensato che la Vita a volte è come un Derby. Decidi di andare a vederlo anche se la tradizione non ti è, ahimé, favorevole, se le possibilità di vittoria sono scarse.

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Per questo? Perché è vero che la Vita inizia ai margini del conosciuto, dove ti mette alla prova? O perché è la natura umana che ti porta a cercare il brivido del volo, e non le si può sfuggire? Non lo so.

Io sono affascinato. Dalle persone e dalle amicizie.

Ci sono amicizie belle, che neanche alcuni miei discorsi, onesti forse, probabilmente inopportuni, riescono a rovinare. Ci sono belle amicizie e persone che sei contento di avere nella tua esistenza, nelle tue domeniche pomeriggio.

In queste settimane ho chiarito diverse situazioni. Sciolto nodi. E ho pensato che ogni dubbio ti ormeggia a un porto. Lo scafo arrugginisce col tempo, incapace di sfuggire le onde, scansare l’azione dell’acqua salmastra.
Non so, non ho idee sul futuro. Non ho mete da inseguire. Cerco spunti e per ora non li trovo, li indago e capisco non siano la mia soluzione. Ma è in porto che il mal di vivere si fa ruggine, al largo si fa propulsione, disperazione di andare. E prima o poi, dopo mare e mare e altro mare, si trovano coste e città e civiltà. A volte ti cacciano con pietre e bastoni, altre ti bombardano da lontano ma io esploro. E vedo cosa mi riserva. Se le cose vanno male ho comunque rum gran riserva, San Simone e Vov: per i risvegli più difficili.

Storie di viandanti

C’è un fatto che si ripete, di locanda in locanda, indipendentemente dal paese che ti trovi a percorrere. Quando la sera i piedi riescono a portarti sulla soglia di uno di questi ostelli che sorgono lungo la via e, spazzatoti dai vestiti il grosso della polvere, entri, capita più spesso che non altrimenti di scorgere uno o più viandanti. Dopo esserti schiarito la gola con una o due birre immancabilmente ci si ritrova a discutere di ciò che ci accomuna: la strada.

Ognuno, con i modi del proprio carattere, descrive il percorso fatto, svuota il suo sacco di storie, non sapendo quando avrà ancora modo di parlare. Gli altri ascoltano, raccogliendo informazioni che potrebbero tornare loro utili e aspettando il momento in cui potranno fare altrettanto.

Quando capita che due viaggiatori provengano dalla stessa direzione è assai difficile che i loro racconti coincidano. Chi ti parlerà di una sequenza di valli lunghe e strette, chi di cime che si snodano oltre i villaggi, chi infine di cento e più ore di cammino fra boschi di faggi altissimi. Eppure tutti, dallo stesso medesimo punto di partenza hanno raggiunto quella locanda, nella stessa stagione, tutti a piedi. E se ti capita di reincontrare lo stesso viaggiatore in un’altra locanda, in un altro paese dai costumi diversi, non lo riconoscerai dai vestiti, logori allo stesso modo di mille altri, ma dai racconti. Chi raccontava di valli strette ha continuato a incontrarne. Chi si lamentava del percorso interminabile lungo i boschi te ne descriverà dieci nuove varietà, che ha attraversato negli ultimi mesi.

Un viaggiatore inesperto quando nota questo fatto si pone la domanda più semplice: perché? Cos’è che porta l’uno ad attraversare i boschi che l’altro non trova sul suo cammino?

È la natura del viaggiatore che lo porta a ripercorrere lo stesso tipo di percorso, i suoi piedi a guidarlo su strade che già conoscono, prima ancora di averle calpestate. Così l’uno darà peso maggiore al contadino che lo consiglia di attraversare i picchi, di prendere il sentiero scosceso che costeggia il dirupo. L’altro non si fiderà del pastore che gli garantisce che il bosco non sia abitato da briganti, il viaggiatore spilungone invece seguirà invariabilmente le luci della valle. Così ognuno continua ad essere attratto su nuove strade, che ricalcano quelle percorse in precedenza.

Questa è la condanna del viaggiatore: dover raccontare sempre storie simili fra loro, doversi sedere e sentire dire di mirabolanti villaggi dai sentieri d’oro, che sorgevano poco più in là e non essere destinati a trovarli.

Io di mio colleziono storie di strade di montagne, soffro il fatto che di lassù mi capiti di rado di incontrare altri uomini. Così a poco a poco ho seminato le parole lungo la strada, le ho smarrite. Quelle poche che porto in bisaccia si sono scolorite.

Eppure, se le ritrovassi, racconterei questa storia: di come pochi giorni addietro abbia leggermente deviato dal mio percorso e sia sceso di quota, per cercare una fonte. Non la trovai ma mentre riposavo su una pietra scorsi un lupo. E, con mia meraviglia, mi accorsi che smarrite le parole avevo guadagnato la capacità di comprendere quell’animale. Ci guardammo a lungo, ci studiammo, noi, appartenenti a due mondi che credevamo senza punti di contatto. Non so quanto tempo passò, so solo che poi prese a piovere, sempre più forte e quel lupo sembrava luccicare. Mi spiegò, col suo modo di gesti e pensieri lentissimi, cosa sia la pioggia per un lupo. Non ci sono parole per riportarvelo, ma il suo sguardo era quello di chi ama qualcosa di ineluttabile, e comprende come sia parte di un ciclo perfetto, anche quando lui non può comprenderlo. Un lupo pare avere una fiducia infinita, e dove non arriva la fiducia arriva il senso del dovere. Gli chiesi dove fosse il suo branco. Mi disse di essere l’ultimo rimasto. Sembra triste, ma di una tristezza che fa parte dell’ordine delle cose, come la pioggia. Una tristezza per cui non c’era un riparo. Ci si sedeva, sapendo che avrebbe continuato a piovere, e poi avrebbe smesso, e poi avrebbe ripreso. E avrebbe continuato ad avere fiducia nella pioggia e in quel branco di cui era rimasto l’ultimo. Perché portava i colori di suo padre e aveva l’andatura snella di un capobranco che aveva comandato più di centro lune prima. E certe eredità si ha il dovere di portarle in giro con orgoglio, qualsiasi cosa capiti o non capiti, chiunque si incontri o non si incontri, si perda e non si ritrovi. Ci sono giorni in cui piove e giorni in cui non piove, ma non ci sono giorni in cui si possa non essere un Lupo o dimenticare l’origine del proprio manto. Allo stesso modo come per un viandante, un vero viandante, non ci siano giorni buoni per non camminare, fossero anche pochi passi.

Perciò io mi perdo e poi ricomincio, ancora. Perché sono fatto a questo modo e perché questo è il mio dovere.

Natura e strade

Mi ritrovo a fare i conti con la mia natura. Ci sono cose che vorrei essere; in particolare vorrei, con umiltà, imparare a essere felice.
In tutta onestà ritengo di avere da un lato la voglia di spendere impegno nelle cose, le poche che mi interessano, e d’altra la capacità di far scattare, sebbene non a comando, quella scintilla che rende vere le cose.
Mi rendo conto però che a fronte di buone intenzioni e capacità latenti mi ritrovo spesso a procedere a tentoni, come accecato. A cadere nuovamente in buche d’umore. A fare somme e ricontrollarle solo per concludere che i conti non tornano, che c’è un difetto nel registratore di cassa.
Non posso cambiare quello che sono, perché un certo modo d’essere l’ho respirato dall’infanzia, e ciò che respiri mentre cresci ti rimarrà per sempre nei polmoni.
Credo si possa però imparare il mestiere meticoloso di crescere attorno ai propri difetti, dato che non si può vincerli. Imparare a conviverci. Trovare il modo di imbrigliarli, renderli se non una decorazione, un tocco di colore, almeno un borbottio di sottofondo.
Così la domenica mattina, o quel che rimane quando mi sveglio, è persa, giocata male ai dadi. Però poi basta una scusa qualsiasi, un intruglio che contiene Guaranà e ripenso a Luca che un giorno mi raccontava di aver iniziato ad assumerlo per riuscire a svegliarsi. Pensi a Luca e non puoi più essere triste.
Mi rendo conto che ci sono pezzi bellissimi, rari, incastonati qua e là. Riserve di felicità che si trovano voltando una pagina, aprendo la dispensa, svoltando un angolo.
Certo, mi sento un mendicante di felicità talvolta, e non mi sembra giusto, non mi sembra di meritarmelo.
Ho una visione generosa di ciò che io meriti e più e più volte mi sembra che, a un certo punto, qualcosa sia andato storto, abbia imboccato un percorso che non è quello proprio, corretto.
Sono meschino e mi impicco a confronti di persone che, senza gesti, impegni, senza una ricerca faticosa della “cosa giusta da fare”, passano di felicità in felicità, senza soluzione di continuità. Io rimango invece costretto a terra, a calcolare quale sia il prossimo movimento da fare, il prossimo progetto di felicità. Fino a quando mi viene voglia di rovesciare il tavolo, di prendere l’altro percorso, quello di accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più invece di continuare a esigere da me attenzione e apprendimento continui, proseguire questa ricerca sfinente di chi e cosa in mezzo all’inferno non sia inferno, e trovargli spazio e farlo durare1. È un lavoro avvilente e sfinente. Io ho voglia di riposo, di un posto dove io possa riposare.
Sembra che non ci sia.

Francamente, sono stufo. Sotto diversi aspetti vedo che i miei sforzi, forse solo le mie tensioni inconcludenti, non mi portano in nessun posto fra quelli in cui vorrei essere. È un puzzle: mi mancano i pezzi per finirlo.

[1] Vedi la fine de Le città invisibili.

Abbraccio

Come un abbraccio.

La notte cala così, o forse sono i miei pensieri che rallentano e si adagiano leggeri sulle cose.

Così cammino fino a via Po. Qualche ragazzo grida per strada, grida sguaiate di chi vorrebbe ancora un po’ di notte, una birra, un’emozione, tornare a casa con una ragazza o perlomeno un numero di telefono. Invece è sorretto dagli amici, mentre barcolla.

Il milite sardo, dono dei milanesi veglia su piazza Castello. Ti sembra che i Goliardi possano apparire da un momento all’altro e riprendere la città. Lì dove la luce e le facciate dei palazzi fanno scomparire il confine fra i secoli. Un mantello nero, un cappello a punta. Venite a riprendervi la città, a farla ancora nostra, a donarle un attimo in più di romanticismo.

Cammino, lungo via Dora Grossa. Le biciclette procedono a zig-zag, una curva larga, un tombino evitato all’ultimo. Le calze strappate e lo sguardo vacuo. Arrivare a casa sembra un miraggio a pedali.

Lungo il tragitto mi accorgo di avere le gambe appena appena più molli. Diverse le possibili ragioni. Forse il limoncello.

Scrivere, sciogliere un nodo che mi porto appresso da diverso tempo, oramai. È un’opzione. Invece il nodo rimane ancora lì.

È strano, fanciullesco, come io dia un significato a gesti minimi che non ne hanno. Come interpretazioni di dettagli, di elementi casuali determinino il mio umore, la mia visione delle cose. Una sera sono più ottimista: in quel caso bastano un modo di salutarsi, un quarto di sguardo in una intera serata e credo di… un’altra volta basta un appuntamento che salta, un vederti arrivare tardi o non arrivare affatto e traggo conclusioni, prendo impegni con me stesso, che smentisco la settimana seguente.

E chi lo sa se anche tu mi vuoi bene

a volte credo di esserne certo

a volte invece sembra tutto uno scherzo

fuggono gli occhi come falene

amica mia sorella speranza

quello che vuoi io non ti dirò

quello che voglio non sentirò

quello che c’è dietro l’indifferenza

 

e tutto è morto e tutto è ancor vivo

e solamente tutto è cambiato

quello che provo l’ho sempre provato

e credo ancora in ciò in cui credevo

e il fiocco nero è l’unica cosa

che mi è rimasta con la malinconia

ma insieme a questa stanca anarchia

vorrei anche te, amica mia

 

ma dimmi tu non è meglio così?

immaginare ed illudersi sempre

qui ad aspettare qualcosa o niente

qui ad aspettare un no o un sì

che in ogni caso sarebbero fine

di tutto questo che almeno è un ricordo

così studiato giorno per giorno

fatto di tanti cristalli di brina.

Si fa presto

Si fa presto a parlare di Vita, di energie da spendere, di sogni da inseguire e realizzare.

Però ci si scontra con tracce evanescenti, sentieri che svaniscono, senza portare da nessuna parte.

Così rimango qui, di fronte allo schermo, stremato. La birra quasi finita e le idee che mi rimbalzano stanche in tasca.

Non ho la più pallida idea di come raggiungere quello che mi manca.

Mi mancano contorni chiari ai desideri.

Rimango qui a seguire le cose belle che mi passano accanto per caso ma per quella che è la mia natura non è abbastanza. Forse dovrei viverla come una lezione. Potrei usare questa parentesi per migliorarmi, per arricchirmi. Non può essere questa però la mia missione. Io funziono in modo diverso.

Si fa presto a chiedere un cambiamento. Difficile è trovare non tanto il modo di provocarlo, quanto la direzione, lo scopo.

Stralci

Ho stralci di memoria, brandelli di ore, situazioni. Li rigiro, li ricompongo. Un puzzle di cui ho una frazione, minuscola, dei pezzi. Non bastano a cavarne fuori una Vita.

Mi hai dato l’alba, negato lo zenit. Rimango seduto, sfinito, ad amarti perché non ho l’inventiva e la dedizione per fare altro.

Quel tuo modo di apparire il centro del creato, di catturare l’energia della stanza, della giornata, della città, dell’universo mondo, portarti via il tempo.

Quando sei andata via avresti potuto lasciarmela, la mia energia, restituirmela. Appoggiarla vicino alla chiavi, che la trovassi quando avrei brancolato nell’ingresso di una casa vuota, dai muri troppo spessi perché fosse mai, che dico calda, tiepida.

Le cose hanno preso un’altra piega, una storta, mannaggia, e io sono rimasto incastrato in quella piega, come dimentico a me stesso. Quasi non valesse più la pena avere memoria di chi sono. Rimugino qui, a masticare pensieri a metà. Forse l’esposizione alla luce mi ha rovinato, bruciato per sempre. Forse invece era proprio quello il mio Scopo Ultimo. Dopo averlo compiuto posso ora abbandonarmi a un riposo soddisfatto. Qualsiasi cosa per cui non debba continuare a cercare una soluzione, non questa mattina.

Ho i ricordi che ancora mi bruciano per la luce troppo forte, che contrasto, che contrasto pazzesco col mio intravedere ombre più che forme, con i colori stinti che schivo e ignoro. La mia retina non trattiene più nulla, la cornea solitaria aspetta, ancora. Ho una tua foto: basterà a darle un piccolo conforto, a mantenerla in esercizio? In attesa di tempi migliori. Arriveranno. Mi riciclerò,  mi ricicleranno. Troverò, troveremo, io, te e l’universo, ma senza di te, un modo per riciclarmi, per attarmi a uno scopo che non era quello previsto per me ma per cui sarò comunque utile. Starò lì sghembo, mentre mi ripittureranno, mentre cercheranno di pareggiarmi, di allungarmi, di rifarmi a nuovo. Aspetterò senza un lamento, cercando un contributo minimo da offrire. E se facessero di me un porta foto? Una testimonianza che porta a spasso una grandezza passata? Sarei l’arco di trionfo di giorni cancellati, la porta maestosa di Genova che brucia, conscia però d’aver già prevalso su enormi fremiti di guerra.

 

E invece è domenica mattina e uno scopo mi accorgo di averlo perso. Al pub? Negli altri pantaloni?

 

C’è mai stato?

 

Eri tu lo scopo, sono io?

 

Continuo, per carità, il tempo di riprendere fiato e ci riprovo a cercarmi, in fondo ai cassetti, dietro gli armadi. Trovo solo briciole e frammenti e polvere e dissesti e pavimenti storti e soffitti bassi, intonaco che cade se solo lo sfioro.

 

Scivoloni

Vorresti vivere, smuovere le cose e scriverne. Incastonare un’immagine in un ‘opera faticosa per il solo scopo di lanciare un messaggio minuscolo perché ci sono cose che ritieni importanti.

Poi capisci che sbagli.

Ti correggerai, cos’altro fare. In fondo una boccata di realismo a volte è una medicina amara e necessaria.

Per il resto è stato un buon Grigliathon. Tanti sono venuti nonostante minacciasse pioggia. Per gli altri, pazienza. La pioggia poi ha sfiorato la fine del pomeriggio ma é stata una buona giornata e mi sono divertito. Alla prossima.

Quello che non ho è questa prateria 

per correre più forte della malinconia