Viaggiando

Così sono partito con una mitfahrgelegenheit. Parlavano tedesco e io ho detto solo brevi frasi, ascoltavo, dormivo. Mi hanno chiesto dove andavo e ho detto che non lo sapevo di preciso. Loro mi avrebbero lasciato a Innsbruck Westbahnhof; ho detto che andava bene, che avrei capito poi come proseguire. Sono sceso, ho dato i miei dieci euro e ho salutato. La S-Bahn mi ha portato a Ötztal. Sono sceso e ho chiesto di un bus. Quando è arrivato il pullman delle poste austriache sono salito e ho comprato un biglietto. Ho detto che dovevo scendere a Langenfeld edelweiss. L’autista ha riconosciuto il nome. Qualche stazione prima ho cominciato a fare caso ai nomi dei paesi, mentre sbocconcellavo il pane che avevo con me e leggevo il giornale che distribuiscono gratuitamente nel Tirolo. “Edelweiss” mi ha confermato l’autista: quando sono sceso non c’era nessuno ad aspettarmi. Ho aspettato solo pochi minuti, poi mi sono voltato e mi sono sorpreso. Abbiamo camminato fino alla casa dove saremmo stati.

Tante persone e diverse lingue. Un bel calore nel cantare la sera, nel giocare a carte, nell’andare in pizzeria.

Al solito, mi sono fermato un giorno in più.

Al ritorno mi avete accompagnato fino a Rosenhaim, abbiamo trovato la stazione nonostante mancassero le indicazioni. Sono sceso e voi avete proseguito. Un ragazzo recuperava gente per dividersi un Bayern Ticket (un biglietto valido da 2 a 5 persone). Mi sono aggregato. Ho passato München Ostbahnhof e sono sceso ad Hauptbahnhof. Poi il solito giro di S-Bahn, di U6, di camminare. A Monaco piove perché a Monaco piove sempre.

Io faccio i bonifici, in ritardo, sento gente per una birra questa sera. Penso agli occhi e a che cosa esprimano, ai loro colori e alle situazioni che sottolineano una sfumatura, alla giusta luce che fa vibrare di più una traccia che altrimenti rimane sommersa. Ora disfo la valigia e poi quasi vuota me la trascinerò verso l’Italia. Non ho voglia di tornare. Di vedere alcune persone, sì, ma ho voglia di Monaco.


Viaggi e debolezze

Inizio a credere che la solitudine, a trent’anni, sia una forma di debolezza. In parte deriva dalla mia storia, in parte l’ho usata come una piccola decorazione nel tentativo di sentirmi un po’ speciale. Credo che questo valga per molti dei miei problemi: scorciatoie per darmi uno spessore quando non sapevo trovare un altro modo, o sarebbe stato troppo faticoso provarci.

 

Ricordo la mia insicurezza, quel sapore fra l’incerto e la vertigine d’una avventura che provavo, seduto fuori dall’ostello di Karlsruhe, quando ero arrivato lì senza casa. Tornato dal pub leggevo un libro di viaggi sotto la luce di un lampione fino a che ero troppo stanco per fare altro che salire a dormire nella camerata.

 

Oggi cerco nuovi libri di viaggio, li metto nel mio e-reader e mi preparo a partire al mattino con una mitfahrgelegenheit (car-sharing) da Monaco a Innsbruck. Arrivato lì prenderò un treno locale per un’oretta e poi un bus, fino a che arriverò a una casa di montagna che ospita tre famiglie. Perché certi viaggi nascono così: un sorriso, un mal-di testa, una notte con la porta-finestra spalancata mentre fuori piove. Ora ho la coperta, ora non ce l’ho più. Dormi?

 

Poi arriva il mattino, e sì, vengo, no, non oggi, domani.

 

Chissà poi che mi riesca di trovare una quadra fra tutto e andare anche a vendemmiare un week-end in Slovenia. Non sarebbe meraviglioso?

P.S.

Ecco una buona, ottima lista di libri di viaggio:

http://www.nobordersmagazine.org/2010/08/100-libri-di-viaggio-che-dovresti-leggere/


Vienna

Finalmente ho visto Vienna, per la prima volta, credo, salvo ci sia passato in qualche viaggio e ne abbia perso memoria.

Ho conosciuto tanta gente, sono stato sul balcone di Irina e di Dea. Ho parlato con chi si è rotto una gamba, con chi lavora in Delphi, con chi nuota. Ho camminato tanto, tantissimo. Sono andato in bicicletta, quanto bastasse per sudare. Ho bevuto una cosa che non è Palinka (ma praticamente sì) fino alle sei del mattino. Soprattutto ho continuato una chiacchierata che era iniziata lungo un altro fiume e che é proseguito sulle sponde del Danubio.

Sono partito senza un’idea del ritorno, sono poi tornato più tardi di quanto avessi programmato. Sono tornato con le domande che ho saputo non pormi e con altre.

Sono tornato a Monaco, a sentirmi a casa. Ho preso la U2 e poi era chiaro che ci fosse il 140 ad aspettarmi. Io però ho preferito camminare, nonostante dovessi fare in fretta, per andare allo Stammtisch.

Alterno vita e nostalgia, come fossero logiche conseguenze.

Di sicuro ho imparato. Ad esempio ad ascoltare Hurt di Johnny Cash.

Che poi tu il mio libro l’hai letto. Sei una persona fantastica.


Flussi e riflussi

Appena arrivato a Monaco ho svolto immediatamente le pratiche più urgenti. Nei primi due giorni mi sono procurato una scheda telefonica tedesca, le chiavi di casa, un collegamento a internet. Poi ci sono stati giorni più rilassati da pseudo-villeggiante/semi-lavoratore. Giornate a programmare, guardare la TV in tedesco, fare spesa, il bucato. Uscire la sera con Giulia che passa a chiamarmi, con Riccardo che mi invita per mangiarci delle lasagne surgelate, con Marcella che mi porta a mangiare giapponese.

Mi piacciono le domeniche pomeriggio all’Englisher Garten. I tavoli attorno alla Chinesischer Turm sono pieni di famiglie tedesche, di inglesi casinisti. Le famiglie si portano da mangiare da casa e ordinano qualche Weiß, gli inglesi contano i bicchieri a dozzine. Poi ci si sdraia su un prato. Lungo l’Isar scendono i tedeschi sui gommoni, sulle sponde si accumulano le biciclette e i vecchi nudi. Troppo nudi per i miei gusti.

Approfittando del fatto che abitiamo nell’unico Land che considera il 15 di Agosto una festività, la sera prima io e Ricky siamo andati al Kultfabrik. Immaginate un’area post-industriale dove sono raccolti una trentina di club. Le luci, le stradine, i cocktail a 3 euro, spostarsi da un locale all’altro. Verso le 4 o le 5 vagavamo per Monaco no, ma casa mia è vicina all’Hauptbahnhof. L’acqua, bisogna bere tanta acqua prima di dormire in questi casi. Ah, c’è un pub irlandese, il Temple Bar, al Kultfabrik.

Il giorno dopo c’è il rituale della grigliata lungo l’Isar ma a Sud, con vista tangenziale e ciminiere. Ci sono i ragazzi del gruppo di couch-surfing di Monaco.

E poi arriva posta, c’è da riprendere a combattere con la burocrazia, con le piccole difficoltà di essere all’estero, quando anche stampare un foglio diventa più complicato. Dove alcuni negozi fanno le fotocopie ma non puoi stampare da penna USB, dove il giornalaio vende le buste da lettera ma per i francobolli devi andare in un negozio che duplica le chiavi… e vende francobolli. Devi parlare in tedesco ma per salutare devi dire Grüß Gott o Servus.

Alla quiete seguono naturalmente delle accelerazioni. Se questo pensiero si applica alle piccole o grandi incombenze in realtà mi sovviene quando ricevo una lettera da Mainz, dove vive un amico conosciuto in Erasmus. Una lettera che mi annuncia la nascita dei suoi figli, gemelli.

 

Chi l’avrebbe detto mentre ci sbronzavo a Karlsruhe o quando ci siamo  rivisti l’ultima volta, a Torino? O magari quella volta che tu e il Lupone mi avete chiamato alle due di notte per cantarmi Tomassetti, tomassetti ohi ohi ohi? Forse nessuno, ma nessuno ne avrebbe neanche negato la possibilità. È che c’è tanto spazio per sorprenderti e la Vita lo sfrutta, specie quando ha a che fare con persone piene di energie.

Ecco, a volte mi sembra di essere rimasto un po’ indietro: chi compra casa, chi trova l’amore vero, chi ha un figlio. Però è una sensazione che ho già vissuto e oggi la guardo in modo diverso, pensando, appunto, che la Vita ha accelerazioni improvvise e dove ora sembra sonnecchiare, domani potrebbe travolgerti. Quando lo fa sta a te reagire secondo la maturità che hai raggiunto, il tuo spirito, la tua capacità di reazione. Non è che si possa fare molto fra un’accelerazione e l’altra, solo accumulare esperienza, carattere, forza di volontà: in breve allenarsi a vivere. È come se non scegliessimo noi la musica, ma dovessimo solo ballare, come ci viene, con le energie che abbiamo, con le mosse che impariamo per strada.

Tanti auguri, caro omonimo.


say goodnight … not goodbye

Questo post l’ha pubblicato Giorgì il primo marzo del 2008 sul suo blog. Credo stesse per partire per la Russia. Ne è passato di tempo da allora; nel mentre lei ha cancellato quel blog, ma grazie alle meraviglie di Google Reader ne conservo ancora la memoria. Ne approfitto quindi per rubarle questo post da migrante e per farlo mio. Credo sia il senso perfetto di un blog, servire la memoria e permettere la condivisione. Io allora coltivo la memoria di un’amicizia che, senza accorgersene, conta già i suoi anni essendo iniziata proprio tramite una reincarnazione precedente di questo blog il 14 Febbraio del 2007 alle 11 e 49. 
E condivido perché mi ricordo com’è salutare Giorgì che parte e perché so com’è partire.
E fra poco più di un mese vado al suo matrimonio.
La Vita se la guardi con la prospettiva del giusto numero di anni, capisci quanto sia meravigliosa.

Buona notte ai pensieri
alla noia e il magone
che li si è “buttati tutti quanti stamani
tutti dentro a un bidone
E fuoco col kerosene”

Buona notte ai doveri e ai piaceri
che visto che non ho mai capito quale fosse il migliore ordine con cui viverli
ho fatto che impastarli sempre tutti insieme

Buona notte all’Italia
che come si sente cantare adesso “si fa o si muore
o si passa la notte a volersela fare”

Buona notte alla mia stupenda Torino
che in questi giorni ho ammirato all’imbrunire
con il suo cielo scuro che cuciva addosso a sè la linea delle colline,
con le piccole luci che vi si accendevano piano piano come candele,
imbevute fino al petto di una luce trasparente,
di una promessa di pace e tranquillità.
Buona notte a quelli che mi mancheranno
e che, poveri loro, tormenterò anche da laggiù
“perchè un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro,
quando si parte. Si sa mai.”
e loro di sicuro come pretesto sono perfetti…

Buona notte anche a quelli che sono contenta di non rivedere più
che a volte farsi aiutare dai fusi orari e dai km a dire adieu fa anche un po’ bene
“Buona notte …
questa notte
è per me!”

Ritardi

Ho capito perché ti ho perso, sai, intendo dire perché non ti ho mai trovata, perché ti ho mancata a ogni appuntamento. È perché ti ho aspettata, ti ho aspettata dove non eri, e quando sono venuto a cercarti perdevo me per strada, arrivavo dove forse tu… e a quel punto mancavo io. Mi ero piano piano dimenticato pezzi di me per strada, m’ero ridotto a un fantasma, a quel punto non sapevo più vederti, tu non sapevo riconoscermi.

Io ho aspettato tutta la Vita. Principalmente ho aspettato di incontrarti, ma anche di laurearmi, e un figlio, e un libro. Ogni giorno avevo qualcosa da aspettare, e se non ce l’avevo sotto mano trovavo subito qualcosa da interporre fra me e la giornata. Cancellare ogni oggi, sfocarlo in un domani che, manco a dirlo, non è arrivato mai, sempre sostituito da domani ulteriori.

È per questo forse che si fa in vacanza, per ridurre le prospettive, per focalizzarsi perlomeno su domani più vicini, perdersi in un futuro ma a breve termine, invece che sbrodolarsi la parte migliore dell’anima e delle forze lungo un futuro così lontano, così sparpagliato che alla fine non ti rimane nulla. Non abbastanza per vivere degnamente. Non abbastanza forza nella gambe per raggiungerti. Ovunque tu sia.

Ho pensato che dovrei rivedere andata e ritorno o Santa Maradona con Claudio.


Un blog di alcuni anni fa…

Il bello di Google Reader é che conserva i post di blog spariti magari da anni, come quelli di una cara amica che nel 2008 citava questa poesia.

Biglietto lasciato prima di non andar via

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

Giorgio Caproni


Felicità e schegge

Ci sono momenti in cui mi viene da ridere fra me e me per quanto sono felice in Monaco. I pomeriggi al parco con un paio di birre, le sere a parlare italiano, tedesco, inglese. Le giornate a programmare e guardare tanta TV in tedesco.

Ci sono anche qui, come sempre, brevi attimi, schegge di malinconia che mi si incastrano fra i denti. Mi torturo un attimo le gengive e se ne vanno. Si tratta di immagini, sprazzi. Dov’ero quel pomeriggio? Con chi? Cosa pensavo, allora? Le schegge di passato non le cancelli, le puoi annacquare in tanto presente. In nuovi treni, nuovi pomeriggi, aprire un’altra birra, parlare ancora, rincorrere un tram la sera.


Macchescrivoafare

Voglio dire, non c’è molto da scrivere, da dire, per aggiornarvi.

Mi sento a casa: quando mi sveglio bevo caffè tedesco, mangio il muesli e guardo How I met your mother sul canale Pro Sieben. Ho riniziato a programmare, ho della roba da finire ad Agosto, quindi è ora di lavorare.

Mi mancano le persone che frequento a Torino, mi manca anche lavorare in qualche maniera. Però per ora, a parte i primissimi giorni, non mi annoio. Ieri al cinema con Marcella, il cui ombrello mi ha salvato e continua a salvarmi. Oggi a trovare Riccardo e rivedere Alice, ottenendo il mio agognato Jägermeister. Domani prima un pic-nic con Giulia e Giulio e poi… Stammtisch. Ebbene sì, passerò dai mercoledì allo Stammtisch Torino ai mercoledì allo Stammtisch München.

Domani dovrebbe arrivarmi la valigia, fra l’altro.

Organizzo viaggi: ho già una lista. Prima di tutto voglio andare a Vienna. Anche perché è un viaggio che avevo organizzato ed è saltato. La Vita non ti da spesso la possibilità di rimediare, recuperare. Se capita, prendila. Poi devo andare a trovare Flavia che a Ottobre inizierà la specialistica ad Amburgo. E poi devo, devo, devo e voglio andare a trovare Marcello a Copenaghen: che lui sia d’accordo o meno! Poi c’è l’India, certo. E chissà cos’altro salterà fuori. Cosa? Chi ha detto San Patrizio? Prevedo anche per quest’anno una buona dose di biglietti aerei, treni, viaggi in macchina o chissà cos’altro.

Ho trovato un blog che racconta, a dieci anni di distanza, l’Erasmus a Berlino di una ragazza di Torino (e con la rima è tutto ancora più bello).

Che poi Crashdiet rimane una misconosciuta piccola perla.

Drink’n’drive white lightning baby
It’s always on your mind
Push or pull your limits baby, do it one more time
Break it down
Break it down
Somethin”s changin’, somethin”s breakin’

E mi godo quest’avventura pensando che tornerò e che come le avventure, come le persone, sono lune, coi loro lati oscuri e le facce che non lasciano vedere a nessuno*.

 

* Parafrasi di un concetto espresso da Mark Twain


Primi giorni a München

U-Bahn: per andare in ogni posto. Se l’afa è pesante per strada diventa intollerabile nelle stazioni della metro, da farsi due docce al giorno.

Giovedì sera, io e Marcella abbiamo divorato una Schnitzel decisamente impressionante, adagiata su un tappeto di patatine (e non il contrario, come sembrerebbe più naturale). Poi eccolo: l’uragano, grandine in alcune parti della città. Passo da casa sua, mi presta un ombrello. Ora lo tengo in ostaggio.

Venerdì sera scopriamo una piazza di Monaco che ti fa credere di essere a Madrid, tutti a fare il botellon, sdraiati sul prato di questa grande aiuola al centro di una rotonda. Gärtnerplatz, ci torniamo stasera. Dovrebbe passare a chiamarmi la mia vicina, svizzera, che ci ha fatto scoprire questo posto. Incontreremo la sua amica, compagna di studi, Riccardo, compagno di Erasmus del Bestia.

E poi, e poi… e poi c’é Monaco.


Istruzioni per i prossimi mesi

Prendo decisioni, diverse decisioni. Una in particolare comporta delle rinunce ma credo sia la scelta giusta. In fondo a me piace dormire sereno.

Ripenso a una lettera che qualche amabile IMBECILLE mi ha fatto trovare alla reception di un albergo di Piacenza alle 2 di notte, e capisco che si adatta perfettamente alla situazione, bastano un paio di correzioni minori.

 


Monaco, giorno 1

Le prime parole che ho detto in Germania sono state una mezza bugia. Una signorina bionda e alta proponeva l’acquisto di una carta di Barclay’s. Mi ha chiesto “Leben Sie in Deutschland?” e io le ho risposto di no. D’altra parte non avevo ancora preso le chiavi.

Ho camminato sotto un sole deciso, lo zaino e la piccola valigia. Ho aspettato la signora Bierbrodt, che non arrivava.

Poi eccola la casa, piccola, piccola. Sembra di stare in una stanza di albergo: c’è tutto, dalle lenzuola agli asciugamani. E le posate e i piatti. Ho fatto spesa. Ho dimenticato alcune cose. Ho aperto una birra.

Dalle persone che amiamo, se pure sono lontane, ci viene una gioia, lieve però e caduca: la vista, la presenza, i rapporti diretti danno un vivo piacere, soprattutto se abbiamo davanti, non solo la persona che vogliamo, ma come la vogliamo.

“E come me la caverò?” chiedi. Non puoi sfuggire al destino, puoi solo vincerlo.

Io penso che per quanto si possa essere soli non lo si può mai essere come lo si è da ragazzini, certi pomeriggi. Poi dipende dalla storia di ognuno. La mia, certi giorni, mi stringeva forte il cuore, lo sentivo battere e non potevo liberarlo da quella stretta. Oggi, oggi io ho la birra. Ho tante battaglie vinte alla spalle, che quasi non importa quante ne perderò.

Credo sia umano cercare un confronto fra questa e la mia precedente esperienza teutonica. Allora avevo l’Erasmus e le amicizie che porta in dote. Questa volta avrò un lavoro, da Settembre, che potrà riempire gli spazi che non saprò riempire io. Ma ora c’è questo spazio, vuoto, di quelli che col Vuoto ci devi fare i conti. O dargli da bere. Poi, verrebbe naturale pensare a quanto successo nel mentre, in questi quattro anni che mi han fatto più vecchio. Mi verrebbe da dire che non è successo niente, perché certi eventi li ho consumati a furia di pensarci. Ci ho scritto un (brutto) libro. È abbastanza, no? Dall’altra mi sembra che, sì, il lavoro, il dottorato, ok. Ma per il resto non sia successo niente. Lo so che in qualche modo non è vero, che sono cambiato, e in meglio. Che forse sono pronto a cogliere qualcosa; dove: qui? Quando: adesso? Chissà.

 

Ci sono tante possibilità e porte e sere e ore e birre. A me combinarle nel modo giusto.

Vi voglio bene.