Giugno, sei tu?

I prossimi cinque week-end li passerò lontano da Torino.

A Zurigo.

In viaggio per Forlì.

A Bertinoro.

A Cesana.

In compagnia di Mr. Gonzo Nelson, Iddio sa dove.

Che andrò cercando in questi week-end? Un autogrill in cui mangiare, il binario giusto, un modo per non affogare, un modo per non farsi arrestare. Cercherò, specie insieme a Golzo Nelson, prima un perché e poi, una volta tornato, un modo. Qui comincia un viaggio di preparazione a quel viaggio e alle sue pieghe impreviste. Tutto inizierà quando sbarcherò dall’aereo, di ritorno da Amsterdam. Lì ci sarà un cartello e due soggetti che non mi riesce da evitare da metà della mia esistenza.

La catarsi, cerco la catarsi. Cerco di estraniarmi da questo guscio e le sue distrazioni. Cerco un luogo dove pensare. Dove gli occhi sono azzurri di un azzurro glaciale, come quelli di quel Lupo. Dove i giorni bastano a percorrere migliaia di chilometri e le notti a riconquistare quanto perduto. Dove un’ora basta a scolpire un rimpianto grosso come una casa. Dove due bastano a disfarsene. Cerco quel mondo lì, dove io sono tanto forte che ogni mio singolo gesto sbaraglia un universo di inesattezze e imprecisioni. Dove il Vuoto lo puoi sconfiggere. Cerco la chiave di quel mondo. Un mondo dove i nani spariscono sotto le gonne di una donna calva lesbica.

E cazzo, vorrai mica che non lo trovi?

 

Ah, trent’anni vuol dire camicie con le iniziali.

Citazioni

Se ti fidassi di me io ti porterebbi in tanti bellissimi posti. Luoghi da favola.

Io ti porterebbi nei posti dove la birra costa poco.
Io ti porterebbi nei bar dove gli scrittori, da scrittori, bevono senza la paura di ubriacarsi.
Io ti porterebbi dove la felicità altrui mette tristezza.
Io ti porterebbi nei posti tristi, dove la gente non sorride da un pezzo, non per moda, ma perché, a ben pensarci, non c’è molto da ridere in giro.
Io ti porterebbi dove i concerti sono punk e i giovani si picchiano per divertimento.
Io ti porterebbi a casa mia, nelle Marche, dove c’è un pericolo che si chiama Varnelli.
Io ti porterebbi in braccio, in groppa e a cavalcioni.
Io ti porterebbi ebbra a casa di sconosciuti. Per poi dormire nudi con in mano le chiavi di casa di terzi.
Io ti porterebbi dove c’è ancora speranza, dove il mare è all’orizzonte e oltre all’orizzonte c’è ancora altro orizzonte.
Io ti porterebbi su quella collinetta laggiù in fondo, tra le cagate di mucche e le mucche stesse, che sono forse la cosa più rappresentativa di questa verde Irlanda malata di Guinness.

Io ti porterebbi comunque, se solo tu ti fidassi di me.

http://danielemassaccesi.blogspot.it/2012/05/con-te-partiro-con-te-patiro.html

Biella e la confusione

L’estate provava a farsi largo fra una primavera confusa, allo sbando, un inverno che tornava a cercare le chiavi e un autunno che credeva fosse già il suo turno. La ricacciavano indietro e quella, ostinata, sporgeva di nuovo la testa. Fu una storiaccia lunga, di corsi e ricorsi, di incursioni e ritirate.

 

Non so quale fu l’evento risolutivo, se quegli altri si scocciarono o cos’altro. So solo che all’improvviso fu estate, per davvero. L’equazione risolta, i finestrini abbassati, le strade di Biella a decorare i prati, i giardini delle villette, le fabbrichette illuminate da un sole mica tanto timido, poco piemontese.

 

L’estate sembrava aver trovato il suo modo di essere, senza la briga di darsi un senso o uno scopo. Semplicemente essere, di caldo e ventilatori, di mangiar fuori, di voglia di vacanze.

 

Io, di mio, ero rimasto ancora frastornato, indeciso fra il cappotto e la polo, ad armeggiare come un dannato sulla manopola del climatizzatore: un momento ero lì a pregare il riscaldamento di darci dentro, un altro stavo già armeggiando col condizionatore, a chiedergli un grado di meno, due se riusciva. Mi sembrava di aver perso di vista la strada, la cartina, il navigatore (da aggiornare, che l’uscita per Santhià si è spostata), i prati, il senso generale delle cose.

 

Facevo, e non sapevo perché. Andavo e c’era un venticello leggero, piacevole, ma non sapevo da che parte venisse, che storie raccontasse.

 

Fu a Biella che mi ricordai di almeno uno degli elementi. Un indizio sottile, fai due. Fra le torri di Biella, fra quelle da cui avevo deciso di buttarmi, senza poi farlo davvero. Forse non sempre il senso e lo scopo della vita si scoprono nei suoi momenti più avvincenti e drammatici [1].

 

L’estate si scompose d’improvviso, come le avessero levato la chiave di volta. Cadde giù in frantumi. Io rimasi lì sotto, travolto, distratto dalle mie domande. L’estate s’era squagliata, e io? Sarei emerso con una risposta? Sarei rimasto infilzato da mille domande? Avrei decifrato i codici che esprimono il senso della Vita? O avrei imparato, almeno, a riconoscerne il sapore, a cercarlo fra le pieghe delle mie giornate?

 

[1] Jonathan Zap.

Rientri

Festeggiano San Isidro: le bambine e i veli azzurri, le donne e i fiori rossi. Festeggiano San Isidro, per i prati, i ragazzi seduti per terra, riforniti da orde di venditori di birra. Durante il concerto l’aria si riempie d’improvviso dell’odore forte di hashish, intenso e breve. La folla lo reinghiotte per rigurgitarlo poco più là. Lampi sfuggenti durante il concerto, si muove come un unica massa, come una grande anima che non si da pace. Una anima e mille volti. I contain multitudes.

 

Madrid è il risveglio, l’aria sottile. È Callao, i suoi tre cambi, gli atrii grandi dell’aeroporto, il personale che parla ovunque e comunque solo spagnolo.

 

A me Madrid non interessa. Madrid è solo una scusa, una scatola in cui vivono anime belle. In cui incontrare amici, esperienze. Madrid è fatta dei riflessi di Carmignano di Brenta, di Macerata, dell’Aquila, di Teramo. È questa la sua parte migliore. Il palazzo reale? Solo scenografia.

Buscando Estrella

En Madrid

Ho pensato che ho briciole di cuore cadute qua e là: lungo le sponde del Manzanarre, nei pressi dei 25 anni, sui resti di un concerto. È strano ritrovarne e pensare alla strada fatta nel frattempo. Ancora più strano è pensare alla strada che rimane ancora da fare, a quanto manchi al mio traguardo.

 

Madrid non mi ha fatto più impressione. È solo che ci sono gli angoli, che conosci prima di svoltarli, le piccole cose che ti hanno colpito, un tempo, e che ora tintinnano di piccoli ricordi, di pomeriggi, sorrisi. Ho le spiegazioni di Giovanna che mi sono rimaste impigliate dietro le orecchie, come piccoli sonagli.

 

Madrid, vuol dire oggi per me meno fantasmi. È più il modo di inclinare la testa di Giovanna, nelle foto. È il suo sorriso, l’accento veneto con aggressioni marchigiane. È il concerto di Dorian Bregovic, è la Cerveza mini (che è un litro), è la Cana, è la ricerca di un’Estrella, le discussioni con un buttafuori, lo spagnolo inventato, contrattato a parole mozzicate, a spunti ingiuriosi. È il boccadilllo di calamari. Oggi è soprattutto Malasanha, ma è anche Lavapies. È meno Gran Via, è il parco del Retiro, ma in modo diverso: da utente che si prende due ore di riposo.

 

Ci sono pensioni che hanno il riscaldamento, unico vanto. E lo accendono con 38° gradi Celsius: li puoi contare goccia per goccia di sudore. Tic tac. È rumore nel mattino caldo, è frittura, sono bambini che gridano, ospiti che sbagliano camera, docce occupate.

 

Ci sono i kilt e le giacche dubbie, raccolti per strada. Ci sono i tamburi, i bottelon, i cinesi di Cerveza-Cerveza al posto dei cingalesi e delle loro rose. Che tanto gli spagnoli, il romanticismo non l’hanno capito. Sulla metro di Madrid non si cede il posto alle signorine, sono danze di sopracciglia, sono dubbi, incomprensioni. Poi incontri Stefania, incontri Romina. Due volte. C’è Marina che vive qui da sei anni, Claudio (un altro Claudio) che ha l’aereo presto, molto presto.

 

Alla fine, Antonio mi è sembrato contento, e di molto.

 

Madrid è strana, arrivi che non sai che vai buscando, torni e comunque sono state ore buone. No?

 

Niente, davvero niente per cui essere indegnados.

 

Poi parto da Atocha. Prendo un treno in Spagna, dodici anni dopo l’estate del 2000 e i tempi della maledetta reserva, delle attese di giorni, a Valencia, ma la Valencia vecchia, altro che gran premi, altro che coppa America. E ci sono i controlli ora, dopo le bombe sui sedili di chi tornava a casa, con un treno regionale. C’è una stanza nella stazione di Atocha: è una stanza del silenzio, in ricordi di quel goffo fragore, a farsi largo fra la vita di centinaia di persone che mica lo sapevano. Mi piace pensare che tutti i discorsi di chi tornava a casa quel giorno si siano rifugiati in quella stanza, per continuare indisturbati. Riprendere quel filo.

 

E allora continuerò a bere Estrella, a correre in questo deserto, dove non c’è abbastanza Algave e i suoi fiori alti. Proverò a sopravvivere a Ciudad Real, sebbene senza Tequila e Mezcal a parte (se capite cosa intendo).

 

Perché poi ho rientri. Buoni rientri.

 

E Claudio, che ti avventuri nel mio club di uomini più vintage che bambini, ventenni in modo diverso. Ecco, mi farà bene un po’ di compagna.

Ritorni

Sono tornato stanco da Firenze, sarà che partire il giovedì sera, dopo lavoro. Sarà il letto scomodo, in un hotel a una stella. Sarà piazza della signoria, saranno tutti quei turisti. Tutti spersi a naso in su e nessuna che sappia contare i metri fino a casa sua, che sappia ricucire la distanza. A meno di attraversare il ponte e trovare uno di quei quartieri in cui i bambini giocano a pallone contro il muro della chiesa.

La conferenza di per sé è stata un’ottima esperienza, ma per quella c’è il blog di quell’altro, di quello serio. Io invece bevevo un bicchiere dopo l’altro, guardavo Firenze che si appiccicava alla vetrata. E poi tornavo, quando iniziava a piovere e la città s’affannava in un sabato mattina che mi dicono, peraltro, non esistere.

Poi sono tornato, diciamolo pure, rincoglionito, da un sabato sera a zonzo e poi in quella casa dalle stanze enormi. Ho pensato poi, c’ho questo pensiero che mi infastidisce la testa. Ho pensato che le forme diverse in cui cerchiamo siano gabbie.

 

Ho pensato ai pezzi che cerchiamo per comporre una vita in cui, poi, essere felici.

 

Ho pensato ai codici che cerchiamo di recuperare, capire, interpretare per poter liberare la soluzione della felicità.

 

Ho pensato ai sacrifici che cerchiamo di offrire per poter essere degni della felicità. Alle ferite che dobbiamo infliggerci per purificarci da questo corpo e dai suoi legacci, da questa mente e dai suoi limiti. Alle scuse che sappiamo interporre sempre, in un gioco a domino che ricominciamo, ancora. Agli ostacoli che troviamo dietro ogni pietra rimossa. Mi sono chiesto se il tempo di essere felici fosse ora.

 

Sarebbe meraviglioso, vero?

 

E se magari la solitudine fosse apparenza. Se ogni mancanza, un nostro semplice guardare nella direzione sbagliata.

 

Ma sono troppo sobrio per capire queste cose, ora. Ci penserò poi.