Dove la notte dimentica l’odore il giorno e rinuncia a cercarlo.

Dove la notte lascia cadere i dettagli e si specchia nel frinire dei grilli.

 

Là, dorme il Senso. Protetto dalla luce soffusa, ammaliato dai silenzi del bosco, dalle mille malizie di ogni cespuglio, dall’incessante canzone dei segreti di larici e abeti.

Là, dovrei cercare, me e il mio tempo, e il vero suono delle mie parole. Questo ronzio invece, è buono solo per questa recita da due soldi, questo passatempo in attesa di un treno che non arriva, in una stazione fuori tempo, fra binari rabberciati e orari dimenticati.

Là, dovrei seppellire la confusione, dove la luna non farebbe la spia, dove una bottiglia di Vodka sigillerebbe la mia memoria.

 

Di che cosa decorerei poi il giorno quando tornasse? Che cosa troverebbe? Me? Me, capace di Vivere?

Limiti

A volte mi scuoto dall’ipnosi che mi affligge, smetto di osservare il modo distratto di cadere dei giorni come non mi riguardasse. In quei momenti cerco la porta, che, mi pare di ricordare, da su un modo di possibilità complesse, di combinazioni infinite e di spunti nascosti nella forma di una foglia, lo snodarsi di una strada, l’agitarsi di una cappotto multi-colore o lo squarcio di una risata argentina in una via monotona.

 

In mezzo a quelle possibilità riscelgo invariabilmente le stesse: comprare un altro libro che non avrò tempo di leggere, e un altro che non avrò voglia di leggere. Come se la libertà la si potesse tirar giù da uno scaffale, pagare, e mettere al sicuro nella libreria di casa per poi tornare, finalmente, a occuparsi di quelle cose che ci proteggono dal non saperla scegliere, la libertà.

 

Io ho bisogno di libertà, mi servirebbe un’ora d’aria da me stesso, dalla capacità che ho di soffocarmi e definire possibilità minime al scopo di nascondermi tutte le altre.

 

Rimango con il senso che non sia importante cosa ci sia là fuori, ma cosa ci sia per me, non quali colori addolciscano le giornate, ma quali colori io sia in grado di distinguere, di far fruttare e trasformare in emozioni, non in malinconie irraggiungibili che scorrono dal finestrino mentre torno alla mia ipnosi.

 

Ci sono limiti, e sono quasi tutti dentro me. Della mia mancanza di libertà non ho un mondo là fuori da condannare.

Stanotte

Stanotte ho sognato, sai.

Mi sono svegliato e avevo ancora le immagini dietro le orecchie. Cartoline ricordo rimescolate senza un ordine. C’era una mensa del Poli che però era all’aperto: le lunghe tavolate di legno, le panche sberciate. C’era una mia compagna del liceo, c’erano amici dell’Erasmus: ce l’avevano con me perché non li avevo salutati.

Ho pensato alle sensazioni vivissime che ti fa provare il ricordo delle persone che non vedi più; la perdita insanabile del non conoscere più la strada per la loro camera, i loro pensieri quotidiani, che cosa li immalinconisca. Credo che ci sia, in quella malinconia, la mancanza di ciò che eravamo e più non siamo, quella parte di noi che abbiamo vissuto e speso in quel tempo splendido, eroico, disperato, matto e soprattutto passato.

Quante splendide cose è stato ognuno di noi? Quante volte ha causato un sorriso d’invidia in una stella troppo vicina? Quante volte siamo riemersi da sbornie di vite colossali per combattere ancora i nostri fantasmi e i mille travestimenti delle nostre paure?

Ho pensato che la vita è come un puzzle: appoggi un pezzo dove credi che lo ritroverai e lui, come ti volti, torna nel suo mondo di frammenti e bordi difficili da ricucire. Non lo ritroverai sai, ma puoi farti incantare da altri pezzi, e costruire immagini molto più belle di quella disegnata sulla scatola.

Ho voglia di meravigliarmi.

Edera

E poi sarà scelto, mi strapperò l’edera che mi cresce lungo le caviglie, che si attacca al ginocchio e mi buca la pelle.

Poi è successo. Non ho più l’edera. I riverberi distanti richiamano pensieri distratti nelle passeggiate lungo al fiume. Ma io in questa vita qua ho pochi, pochissimi pomeriggi troppo vuoti in cui annegare. Non ho lo spazio. Non ne ho. Ho l’assenzio io, che avvelena dolcemente le mie vene.

Ho le vene io, da spendere in avvelenamenti dolci. Non mi fermo mai lungo al fiume, non mi sporgo oltre la balaustra e non lascio la mia impazienza giocare con i riflessi della superficie. Non c’è abbastanza futuro nella stasi. Soprattutto non c’è abbastanza presente. E dove io vivrò, di luce e non di riflessi, sarà dove avrò messo tanta vita a proteggermi dalle mie vigliacche malinconie.