Quello che faccio

Oggi, nel pomeriggio, ho avuto una Skype call con una persona che considero uno fra i maggiori, se non il maggiore esperto nel mio campo.

Questo è il bello del mio lavoro. Quante volte capita a voi di potervi confrontare con i migliori del vostro settore a livello mondiale?

Non fraintendetemi: ci sono frustrazioni a bizzeffe e i beceri dettagli sono il pane quotidiano. Non si vive certo di sole idee ma di trucchi del mestiere (che io non conosco), di esperienza, di equilibri.

Però sono piccole cose che ti fanno arrivare a casa, preparare la cena e riprendere a lavorare. Magari con uno o due bicchieri di Mateus e un sorriso.


Cambiamenti

Quanti cambiamenti programmiamo?

Quanti cattivi giorni ci nascondiamo dietro la promessa di un cambiamento: a qualcuno, a noi stessi?

Com’è che nasce un cambiamento?

Non lo so. Però ho scrutato a lungo il silenzio con orecchio vigile, ho ordinato mille e una volta ai miei muscoli di muoversi, poi, un taglio nel silenzio: quello scatto infinitesimale e rinizio a muovermi.

Changing of the guards.

Uno dei miei primi post si chiamava così, Cambiamenti. Era il Dicembre 2005.

Era li vedo i cambiamenti a cui sono andato incontro e non mi illudo più di aver raggiunto nessuna riva, ora guardo al viaggio, alla necessità di mutare. Ciò che non muta muore.

Mi scrollo di dosso le briciole d’apatia, sorrido della vecchia pelle. Mi ha tenuto compagnia quando serviva quel modo di proteggersi dalle cose. Ora sollevo la coperta e guardo fuori. Non mi piace tutto quello che vedo ma mi piace l’aria che si muove, che non puoi stringere nella mano.

Happiness is not a state to arrive at, but a manner of traveling.

Maybe.

But to me, that should be a manner of being. Being seems such a good alternative to just stay there, days spent collecting dust. Dust that poisons your beer. That does not sound great.

Buon viaggio, buoni cambiamenti.

 


Camminiamo

Camminerei per ore e ti parlerei per giorni, delle cose più insignificanti, delle cose che mi stanno a cuore, di quelle che sento di voler dirti, a dipingerci un contorno: noi dentro, protetti dalle parole condivise, da quel mescolare di pensieri.

Conoscendoti, scusa, immaginandoti, so che ascolteresti paziente, a darmi la sensazione che le mie parole abbiano trovato un posto dove cadere, lievi, come una carezza gentile che lasci che io ti dia.

Là nel bosco saremmo legati a doppio filo: tu la mia salvezza, io la tua prigione di parole. Ascolta ancora un po’, ti prego. Troppo spesso ho usato la dignità per impiccarmi ai miei silenzi. La senti l’aria fredda? Mi fa venir voglia di vivere oggi, più che domani.

Camminiamo: muovo i passi dove non ci sei e ascolto una foglia che cade, un ramo che si spezza poco più in là. È il respiro del bosco.

Il mio silenzio è più forte.


Se potessi

Io, se potessi, ti chiederei di essere serena, la capacità di sciogliere ogni preoccupazione con un pensare più sottile e soffuso.

Ti chiederei di avere una fiducia senza mire né limiti, la certezza che qualcosa di buono sta sempre per arrivare.

Sai cosa ti chiederei? Di essere felice molto prima che io arrivi, e poi molto dopo.

A quel punto, me ne andrei. A cercare qualcuno che abbia bisogno di me, perché in fondo sono un egoista bastardo e ho bisogno di sentirmi utile.


Fuori dalla finestra

Non si respira, apro la finestra. Ho mal di testa e il sonno manca, chissà perché. Guardo fuori. Non ci sono persone, poche macchine. Dov’è la gente? Mi passa per la mente che nessuno sta guardando le stelle. Alzo lo sguardo: non ci sono stelle, da qui non si vedono. So, o è una credenza, che le stelle ci sono, mi pare di ricordarlo. Devi muoverti e andare fuori, camminare oltre le mura. Ci sono, lo credo ancora ma è più una speranza con cui struggersi, un vizio, che una certezza.

 

Ho buttato due anni della mia vita, sotto molti e diversi profili. Forse sotto tutti i punti di vista.

 

Ci sono le priorità. Le cose a cui non si può rinunciare. Poi ci sono quelle estremamente importanti, e infine tutte le altre.

 

Pensavo stamattina, camminando verso il Politecnico, con il mal di testa, che dovrei ancora volere renderTi orgoglioso.

 

Scusa, ero distratto e non ci ho più pensato. Ho buttato due anni e ti chiedo scusa, non avrei dovuto.

 

Ci provo a fare meglio.


Breaking Bad

Ho consumato lo sguardo a guardare il mare aperto, fissare lo scomparire delle onde.
Irraggiungibili ed eteree.

Stufano.

Allora mi sono voltato verso le rive che desideravano ghernirmi. Gli scogli taglienti e incombenti. Ci sono un sacco di confini, a farci caso, un sacco di potenziali fastidi, problemi.

Ho quindi fatto i miei particolari buoni propositi per il nuovo anno…

I am breaking bad, Baby.


Alla ricerca di Merlino

Mancavano un paio d’ore al 2012 e io mi trovavo in questa casa, in mezza a una foresta bretone dove dicono abbia vissuto Merlino.

Mi sono allontanato per sedermi in veranda perché ho pensato che devi guardar fuori per dare la possibilità a Merlino di apparire. Ho provato a scrutare fra gli alberi scossi dalla pioggia, fino a dove lo sguardo si confondeva nella notte e le possibilità si facevano più sfumate, meno negabili.

Non ho visto Merlino sbucare da un cespuglio, non ho neanche intravisto il suo cappello o il lungo bastone, niente di tutto questo.

Eppure sono convinto che Merlino sia sepolto in ogni radura, mi spii dai rami alti degli alberi, sia a un passo appena, un cespuglio a separarci.

Ci sono mille possibilità già sepolte e mille da… capire.

E milioni di ombre fugaci che non sono Merlino, ma scuse di una menta stanca.

 

Sulla strada del ritorno, lasciata la Gare du Lyon ho intravisto un Leroy Merlin proprio ai margini della ferrovia. Ma non è la stessa cosa.

 

È stato divertente essere scambiato per tedesco, in un bistrò dove mi ero fermato a mangiare. Scambiare qualche battuta in tedesco e uscire.

 

È stata bella quella danza sulle panche.

 

È stato bello vedere quel vecchio film francese seduto sul divano con Camille e Pauline.

 

È stato bello passare a trovare l’altra sorella di Camille: il suo accento inglese fantastico, il suo caffè forte, il suo ragazzo che ha un PhD su Model-driven development (che persona meravigliosa!).

 

È stata bella Caen, il Cidro, le Gallette, il Camambert, la Quiche, l’Embuscade o come diavolo si chiamasse quel cocktail.

 

Ho scoperto anche che il Calvados non viene dal Portogallo (shame on me).

 

Ho visitato Mont Saint-Michel.

 

È stato un buon inizio d’anno.