Migrazione effettuata

Sono state ore difficili per internet. Per ore infatti l’Eremo del viandante non è stato raggiungibile, causa tempo di propagazione dei DNS. Ma ora rieccolo online.

Non so, casomai qualcuno avesse provato ad accedere in queste ore…

Io credo

Credere è uno specchio. È una superficie lucida e tagliente che ti costringe a ispezionarti.

Ecco perché credere fa paura, e spesso si preferisce vestirsi al buio, o voltarsi dall’altra parte.

E il mio credere cozza con il credere di altri. Raccoglie spigoli, contraddizioni. Ne ho cassetti pieni.

Fra le cose che credo, su cui sto riflettendo, è che ognuno di noi abbia un ruolo da rivestire nei confronti di un’altra persona.

A volte, per qualche ragione che ancora mi sfugge, abbiamo la possibilità di giocare un certo ruolo per una persona. Puoi essere la spalla su cui piangere, puoi essere l’unico in grado di dare un sorriso in quella particolare situazione, sei la chiamata che ferma un cattivo pensiero, sei uno scorcio su una possibilità diversa da quello che l’avviluppato vittimismo porta a disegnare. O puoi essere la persona che, in quel momento e in quello spazio, precisi (ricorda, non puoi barattarli!) può far deragliare una vita da cattivi sentieri o spedircela. E questo non é tanto un nostro potere quanto l’unione di chi siamo, di quando e dove. Chiamalo destino, io lo chiamo Gino. Conserva l’umiltà, perché non sei tu, imprimitelo bene questo concetto. E in quel momento scegli o non scegli, vivi o non vivi, sbagli o meno. Ma poi quel momento passa, a volte. E allora devi capire qual’è il tuo nuovo ruolo. A volte il ruolo che vorresti non è quello che puoi avere, non é quello il modo in cui puoi dare qualcosa. Sai accettarlo? Sai giocare dove serve? Puoi un giorno essere parte di una soluzione, un altro parte del problema. In certe vite puoi fare solo un breve cammeo, in altre l’unica cosa è rimanere sullo sfondo.

Questa, secondo me, è la maturità. Ascolta i segni, conosci i tuoi desideri e vedi se collimano. Se no, ricorda che ci sono cose più importanti di te.

E, se e quando hai la possibilità di giocare un ruolo importante, o il dovere se credi, ricordati che è una combinazione strana e delicata che ti è toccata in sorte. Abbine cura. Ama ogni tuo ruolo, a volte serve anche uno sfondo.

Dov’è

Se scorro in questa corrente di vie di città, di luci, di statali e capannoni, mi s’insinua una domanda fra il canino e l’incisivo, mi scombina la camicia e, in definitiva, mi punge distratta.

Dov’è mai questo amore?

Cammino e vedo baveri alzati, gli sguardi che con timore sfiorano le passanti, il tempo di dimenticarne il volto, ricordarsene se va bene il culo, lo stringersi dei jeans. E parlando c’è l’insicurezza che rotola nelle vite più belle e pure, ad abitare paesaggi lunari.

E mi chiedo senza alzare la voce: dov’è mai questo amore?

Dove? Nelle serate in cui mangi cene fredde o apri il cartone di una pizza su un tavolo assediato da sedie vuote. Dove, se combatti la solitudine a colpi di telefilm e sentimenti di carta, fra le pagine di un romanzo mediocre, nella sceneggiatura di una storia già girata.

Dov’è questo amore in un mondo di ragazzi dalle mani callose, un mondo in cui anche le ragazze di buona famiglia cercano l’intimità sfiorata fra le piastrelle bianche e azzurre.

Me lo chiedo, sai, negli sguardi che vanno in pezzi, nelle parole a mozziconi, nelle confusioni che scivolano via. Chi è che la raccoglie questa sensibilità? Chi è che la fa vivere? Dove è che va a finire tutto questo agitarsi o farsi depredare da attese o ancora inciampare noncuranti nei sentimenti altrui. Dove?

Le risposte che trovo sono poche. Fra le parole di un’amica che si sposa fra meno di un anno, e il suo sguardo lucido alle cose. Fra lettere che ora sanno di polvere, e di pot-pourri che prova a non invecchiare. Fra le risposte urlate: “dance to the tension of a world on edge”. Fra gli sguardi, sia propri che altrui, che spuntano da vecchie foto e che non vuoi deludere.

La domanda scivola via, sotto pelle. Quel genere di domanda per cui devi coltivare una risposta.

Caro Lucio

…avresti dovuto spiegarmelo prima.

ma non ti accorgi che è solo la paura che inquina e uccide i sentimenti

perché ho l’aria di uno sveglio, scusa?

Federico

 

Indulgenza

È che ti sente più indulgente con una parte di te quando ti rendi conto che è venuto il momento di abbandonarla. Chi non guarda con affetto la pelle che ora gli va stretta, la felpa stinta, rigorosamente nera e con quei disegni celtici. Io, in parte, avrò sempre vent’anni. E non perché sono stato un Goliarda, ma perché sono stato una solenne testa di cazzo. E lo sono stato sui tavoli del ‘Keller ballando in mutande, lo sono stato coi capelli rasati e tinti di blu per le vie di Amsterdam. Lo sono stato litigando con questo e con l’altro, lo sono stato sfasciando bottiglie contro il muro (rigorosamente vuote, tranquilli) e perdendo pezzi di cuore e pomeriggi interminabili dietro a lunghi capelli e poche parole mozzicate.

E allora ho fatto bene, sai. Specie a sbagliare. A riaccompagnarle a casa e non baciarle, o baciarle e non salire, o salire e non. E ho fatto bene quando alla fine ho detto fanculo e ho buttato giù ancora un sorso. Quando ho aperto il bagagliaio e c’era una cassa di Hell Bier. Quando sono passato a prendere un amico e non sapevo guidare mica tanto bene. E la protezione civile aveva una bella forza a dire di stare a casa, ma se era il primo sabato che avevo la macchina, beh, che vuoi farci.

E allora sì, sono indulgente. Come non lo sono stato con me stesso, come non lo sono stato con le persone che ho avuto intorno, come non lo è stato con me quel filo che si srotolava e non capivo bene, non capivo perché, non capivo come, non ne prevedevo le mosse, non sapevo interpretarne le bizze. Mi sembrava sempre così lento, il Tempo, e si smarcava all’ultimo. Rimanevo indietro; io, capisci? Io che sono nato vecchio, le mani dietro alla schiena.

E se sono andato, se sono stato. Se sono partito a mai tornato, l’occhio ancora perso per le stradine di Friburgo o di Augsburg, le piazze grandi di Monaco e The tent. La mente infinitamente, irrimediabilmente sbrandellata qua e là (sì, lo so che sbrandellata non é un termine che esista). Beh, mi manca forse tutto, eppure non saprei dire cosa non abbia avuto.

E il tempo sembra concedermi un armistizio. Claudio viene a bussarmi, adesso che vive a poche centinaia di metri da qui. Sara mi regala un libro, così, d’amblé.

E allora, beh stasera riguardo ammirato la recita d’una vita srotolatasi dietro a me. Che guardavo avanti e non m’accorgevo di quanto mi mettevo alle spalle. A volte ricordavo così forte da distrarmi, da sperdermi in semi sottili i veri pensieri, le vere emozioni.

 

Strade larghe

Se voglio fare lo scrittore famoso devo esercitarmi un poco. Che dite? 

 

Mi chiedo dove sei.

 

Sei nella strada deserta, nel vento che l’accarezza. Hai mai provato a consolare il vuoto?

 

Sei nell’estate di una foto che si arriccia ai bordi, in un’altra che hai perso.

 

Sei un sorriso che è sparito, nella deriva della ragione, della sicurezza e del piano cucina scintillante.

 

Sei fra la bolletta dell’Enel e quella del gas, sotto al letto a far l’amore con i mostri.

 

Sei esplosa in mille pezzi, frammenti che non ritrovi neanche tu. Te ne volevi disfare? Che fosse più semplice vivere senza essere il culmine del sole di Maggio, senza l’assoluto potere di un sorriso che si scompone, senza il dolore lancinante di chi prova a disegnarti un cuore a sua immagine e somiglianza.

 

La memoria rimane con noi, anche quando la rinneghiamo. Starà bene quel tuo vestito marrone con le cravatte che indosserò fra dieci anni? Stonerà la felicità reale dell’uno con quella costruita dell’altro? Si rifletteranno a distanza le nostre ricerche separate? Immagineremo giochi di rimandi dove, poi, c’è una strada deserta e un metro in più giorno a giorno. Chi cambia casa, chi macchina, chi cappotto, chi amici, chi giochi, chi desideri, chi maturerà e non ci sei, chi si dispererà e non lo sai.

 

Torino ha strade troppo larghe, certi giorni. Ti rimbombano nel cuore.

Morso

Un morso.

Ci sono minuti in cui il freddo se ne infischia del cappotto e dell’attenta sollecitudine con cui muovi i passi uno in fila all’altro. Se ne frega proprio: della sciarpa e di quanto ti sia vestito. Ti morde il cuore come fossi nudo. Freddo, freddo al cuore.

Come ne gelasse un pezzo. Un pezzo vitale. Ti aggrappi a quel che rimane, al nocciolo, e stringi forte. Lo trattieni. Non cedi. Non sai cedere. Col cuore gelato, col cuore martoriato rimani lì, un qualunque Rasputin di provincia che avvelenato, raggiunto da diversi colpi di pistola, percosso con bastoni viene gettato in acqua ed è ancora vivo.

Reagisci, oh se reagisci. Fai, esci, ti muovi, compri, incontri, appunti, programmi, scrivi, progetti. Troppo vivo per morire, troppo vivo per non sentire l’odore di morte. Sperimenta la Vita e imparerai a riconoscere la morte tutt’attorno. Negli interstizi delle giornate spese male, nella superficialità dei rapporti, nel comune dimenticarsi dell’importanza delle proprie priorità.

Eppure, a parte i morsi di freddo, ho voglia di essere cosciente, sai. Non rinnego quanto detto, quanto provato. Rinnego solo il rancore. Conservo il desiderio di costruire, di non abbandonarsi più ai moti violenti del cuore se non quando hanno una direzione, quando inseguono occhi e non quando li fuggono, quando progettano soluzioni e non quando inseguono tormenti.

Io, sono solo un Rasputin di provincia. Uno di quelli che forse alla fine ce la faranno a farlo fuori, Baby. Ma avrà richiesto un certo sforzo.