Il 2009

Ho aggiornato la pagina dei miei post preferiti aggiungendo la lista del 2009:

Il 2009 è stato un anno intenso, e questo vuol dire che ha vibrato nei mesi successivi, che, confondendosi, sono diventati anni.
E’ stato un anno meraviglioso. E difficile.
Io quell’anno ho incontrato per davvero un Lupo, lì fra le neve, vicino ad Hadiko. Mi ha guardato e poi ho deciso. Da lì, tutto il resto.
Quel Lupo lo ringrazierei, ma mi direbbe di lasciar stare, era suo dovere essere lì.
Il 2009 è uno di quegli anni che fa lo sbruffone con gli altri anni, gli chiede “e tu?”.
Il 2010 se n’è andato. E mica giù tutto d’un colpo.
Il 2011 è scivolato fino a Luglio.
Certe forme, certi colori diventano leggende, fiabe trasfigurate. Mi dispiace. Perché a sentimenti ed esperienze io porto rispetto. E i ricordi sempre qui, stretti.
E ora?
Annuso l’aria, non sento nulla, continuo a camminare.

Non l’ho fatto

Non ho raccontato del Portogallo e di Barcellona. Avere un blog e non usarlo per quel che serve. Assurdo, sarebbe come avere l’esistenza e l’universo mondo a disposizione e non spenderne ogni goccia e angolo nell’affannata ricerca di ciò che sentiamo di dover essere, fare, annusare. Follia, vero? Ne ho piene le tasche e i cassetti, e non é poi così male. Condita della giusta ingenuità, del tempo al tavolo di un pub e di buoni libri, certo.

E’ così non ho detto. Non ho raccontato. Innanzitutto attaccato al cuore c’ho il loro poster. Di Marcello, Diogo, Andrada, Daniel, Paula.

Ci sono spazi strani che si formano.

Si l’Erasmus è finito e la vecchia storia del come. Bene, ma poi nascono nuovi rapporti, le figure si ricombinano e i legami trovano modi di riemergere. Certe chiacchere mentre Diogo sfreccia a velocità folle fra le curve dell’autostrada Portoghese. Lisbona-Porto: divorata nella notte.

Poi Andrea e quel post sui risvegli e un buon bicchiere di birra. Io, che sono buon amico, la sera stessa svengo ad una cena di famiglia. E’ che ero distratto e ho dimenticato di fare pranzo. Ma aspettavo Diogo, media dopo media, di Super Bock, sia chiaro, che lì ci tengono. Poi Diogo arriva e mi porta al belvedere, a provare vari tipi di Porto. Poi siamo nella sua casa al mare, una birra sola-soletta in frigo. E’ per me. Scalda il cuore. Poi da suo padre. La Caipirinha di Diogo… poveri voi a non averla provata, mi si stringe questo mio maltrattato cuore all’idea di quanto cupa e grigia sia la vostra vita. Poi a cena si inizia con un bicchierone di Spumante (si, come antipasto, mica ho protestato). Ecco, poi faceva caldo. Sudavo. Sono andato in bagno. E poi ero per terra, ma credo di esserci rimasto un attimo, un attimo solo. Mi sono alzato, sono andato di là. Non ho più mangiato. E’ stata una bella serata. Ero stanco, si, quasi alla fine di quegli 11 giorni in Portogallo.

Poi sono atterrato a Malpensa. La grandine, le macchine ferme in autostrada. Domenica notte, casa.

Giovedì notte poi è passata Sara, verso le 22. Ha guidato fino a Ulzio, poi ho preso il volante, fino a Francia inoltrata, e poi cambi e caffè e biscotti. Che luna grande che c’era. Siamo arrivati verso le 8 in un parcheggio di un autogrill, abbiamo provato a dormire. Guidare tutta notte, il mal di testa, la nausea. Erano le 10 quando siamo entrati in albergo? O le 11? E poi Barcellona e quel locale, l’Ovella nera. La compagnia, il concerto.

E poi domenica siamo ripartiti. C’era traffico, il traffico francese, che c’è la coda e tutti sono fermi, poi riparte così, senza un motivo, senza una baguette di spiegazione. Così: non un casello, un incidente, un restringimento di carreggiata. Solo macchine ferme, conducenti in contemplazione del proprio francesismo. Guido 11 ore, poi ci pensa Sara a portarci a destinazione guidando le successive 2 ore. Arrivo a casa. Un week-end da queste parti. Poi si parte per Timisoara.

Qualche settimana fa stavo pensando che viaggio poco. Poi, fra una cosa è l’altra quest’anno sono stato in Inghilterra, Olanda, Portogallo, Spagna e ho la Romania già a portata di biglietto (si ma l’albergo è da prenotare. Ricordatemelo).

E quindi, poi ti chiedi dove sbricioli via l’esistenza, fra un check-in e il fissare lo schermo. Non che non sia un periodo produttivo, anzi. Cose che si muovono, cose che faccio, cose che si avviano, cose che finiscono, cose che accelerano, cose che si scrivono, cose che non segano brutalmente.

Però il filo, quel filo che collega gli attimi, ricompone le briciole e viene fuori un quadro che non l’avresti detto mai. Ecco, quel filo non ce l’ho ancora. Però faccio, muovo, smuovo, m’affanno. Mi siedo, apro una birra, e, quando capita, svengo.

Buona Estate.

Che poi

Che poi c’hai ragione anche tu. Tu che Anima fragile non ti chiamerei manco per sbaglio.

Checché io ti dica, hai ragione. E’ proprio la deriva, è che le persone vanno e…

Massi ascoltiamo Anima fragile, massi, pensiamo quanti chilometri si possono fare in un week-end.

Taglio

Sono tornato a casa, in questo luglio che è più un taglio. Cinque week-end, ne passerò uno in Italia. Voglio passarlo bene.

Penso ancora alle mezze verità, mi chiedo perché invischino tanto. Penso sia perché sono scuse per smettersi di darsi pena, accontentarsi invece di capire, di andare avanti e scoprire, cancellando finalmente tutti i “se” di cui ci copriamo, come foglie di fico. Il problema è che le pensiamo possibilità quando sono ferite aperte alla realtà. Tagli profondi sulla faccia.

Meno mezze verità, meno se, meno scuse.

Luglio. Sei un mese strano.

A luglio 2007 iniziavo, così d’improvviso, a lavorare in Divitech.

A luglio 2008 mi preparavo per la Germania.

A luglio 2009, in mezzo a quella vita là, trovavo solo il tempo per scrive E si addormenta.

A luglio 2010 sentivo un Fruscio e mi riempivano di “apprezzamenti“.

Luglio.

 

Ci sono

Ci sono mezze verità e boschi in cui provare a perderle. Ci sono ritorni che non sai fare, e partenze che mai davvero, mai capace di viaggiare libero. Che del vento ne parli, ci parli, e non gli fai mai compagnia accanto per strada. Eppure passa ancora a trovarmi di tanto in tanto, ricordarmi di quando soffiava nelle strade dai nomi impronunciabili, o magari di quando si faceva largo fra le aperture di quel castello, il suo baciare imperfetto la montagna.

Eppure, che ci creda o no, sono ancora qui da qualche parte. E lontano, più lontano di quel che io possa capire dall’aver bisogno di tutto questo. Non legato a quello che ho fatto, costruito, rimpianto, invecchiato ma indissolubilmente a quanto sono e so essere. Da lì poi a quanto so fare, Vivere, plasmare. Che se la Vita viene qui e se la gioca a dadi o d’astuzia, io ci sono. Ho un sorriso sghembo da qualche parte e lo tirerò fuori. Devo solo cercarlo, negli altri pantaloni o in qualche armadio.

Ho occhi scuri in cui riposa il mio destino. Ma è importante ricordarsi che accanto a quello dorme il destino di ciò che mi sta a cuore e quello di ciò che credo di avere il dovere di essere. Un’esplosione di luce e Vita come non lo capiresti mai, in onore degli antenati e di quanto ricevuto. Che ti sembra sempre di averlo perso e invece lo ritroverai in tasca quando serve.

Ci sono, da qualche parte.

Attesa

Uggioso mattino portoghese, in attesa che cominci l’ultima sessione di questa lunga conferenza. Falperra, una collina che regna pacifica e distaccata su Braga, popolata da nerd da primato.

Attendo, che inizi la lezione, che poi finisca e di rivedere Diogo.

Attendo di tornare in Italia, dove poi attenderò di ripartire.

Attendo i primi incontri per lanciare un nuovo progetto e gli altri impegni lavorativi.

Attendo la Vita passi a bussare, per ora le dedico reverenti omaggi, e attendo.

 

Nostalgia Caralha

Giovedì mattina noto che sul sito dell’aeroporto non c’è traccia del volo che da lì a qualche ora dovrei prendere. Chiamo Alitalia per avere delucidazioni: mi rassicurano sul fatto che il mio volo è regolare.

In aeroporto però la pensano diversamente: nessun volo. Rimbalzato da uno sportello ad un altro scopro che il mio volo, operato in code-share da TAP, è stato cancellato e io sono stato spostato su un volo alle 7 del mattino. Alitalia però non mi ha avvertito. Il capo scalo di TAP mi spiega che il problema è di Alitalia ma può provare a sistemarmi su un volo che va a Lisbona, solo che sul Lisbona-Porto non c’è posto per cui avrei un biglietto “stand-by”: in pratica sono in lista di attesa. Chiamo al volo un amico che lavora a Lisbona che mi conferma di essere lì e che la sera potremmo incontrarci. Accetto. Mi fanno il biglietto. Per un volo che parte fra 10 minuti. Combattendo la piemontesità riesco a saltare la coda per i controlli di sicurezza e arrivare in tempo per salire sull’aereo, senza ancora idea di dove dormire.

Arrivato a Lisbona scopro che l’idea di TAP é di lasciare me a Lisbona e spedire la mia valigia a Porto. Gli spiego che non mi sembra un’ottima idea e dopo alcune ore riesco a recuperare la valigia. Raggiungo il centro, ripercorrendo l’assurda notte di un anno prima… i messaggi che mando a Diogo non gli arrivano, né a me i suoi. Lo chiamo col poco credito rimasto. Ci incontriamo alle 18.30 in Plaza dos Restauradores. Mi dice che starò in una casa affittata dalla sua compagnia (grazie Pedro, muy obrigado!) ma adesso deve tornare a lavoro. Vado con lui: stanno aggiornando le centraline della rete mobile di Lisbona. Si finisce alle 22.00, il tempo di passare al suo albergo e siamo a cena con dei suoi colleghi. Verso le 2 di notte crollo. Il giorno dopo visito Lisbona mentre lui lavora, di birra in birra le ore passano. Alle 22 finisce di lavorare, alle 22.30 ci incontriamo. Passare al deposito e in ufficio e via verso Porto, a 300 Km di distanza… verso l’1 siamo in città. Quel giorno molti Erasmus partono e la piazza della movida è un lungo addio fatto di Porto (il vino) e ultimi tentativi di abbordare le ragazze. Passano a salutarci Daniel, Marcello e Andrada, che ha di nuovo le treccine come a inizio Erasmus. Da lì a poco ci salutano per via della stanchezza. Io Diogo seguiamo dei suoi amici. Entriamo in un club. Quando spengono la musica ci guardiamo stupiti. E’ un fischiare e gridare “Caralho!”. Poi guardiamo l’ora: sono le 5. Il tempo dei saluti e si arriva a casa. Mi sveglio alle 9.30 e inizia una giornata di Francesinha, di spiaggia: l’oceano e la Caipirinha a poco prezzo. Parliamo tanto in questi giorni di Erasmus: delle cose che ho vissuto e di quelle che ho saltato. Parliamo dei percorsi di ognuno, delle difficoltà che ogni singolo componente di quel magico mondo ho incontrato. Programmiamo incontri. Per ora ho prenotato qualche giorno a Timisoara. Ma si spinge per andare a inizio Settembre in Transilvania. Chissà :) e bisognerà andare a trovare Marcello, e ancora aspetto la festa di laurea di Mojcarella. Ah… che nostalgia, una nostalgia Caralha. La sera saluto Marcello e Andrada che ripartiranno a breve, lui per Copenaghen, lei per Karlsruhe. Diogo, Daniel e Paula li rivedrò sabato prossimo a conferenza finita. Ora in Braga ne aspetto l’inizio. E penso a quei giorni e a come da quei pochi mesi sia scaturita una rete di relazioni e di incroci di nazionalità e storie senza confini.

Che vita, ragazzi.

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