Cosa vuoi che sappia

Cosa vuoi che sappia io, da quaggiù.

Sai, mica ho girato il Sudamerica, io.

Mica lo ricordo più com’è lo zaino grande, verde, sulle spalle. L’impressione che fa caricarlo (e l’apriscatole mi raccomando, e tante magliette di ricambio) e sentirlo lì, a raschiarti le ossa, le cinghie ora troppo strette e troppo larghe.

Cosa vuoi che sappia io, che un giorno poi ho lo stress. Si. Ma poi passo, credo.

Cosa vuoi che ne sappia io, che poi alla fine ho preso un Mac. Eh, quel giorno il server era giù e non sapevo che fare.

Cosa vuoi che ne sappia io, che devo decidermi a cambiare le scarpe.

Cosa vuoi che ne sappia io, che la sera prendo un gelato e poi mangio grissini.

Cosa vuoi che ne sappia io di come facevo quando lavoravo in quell’altra azienda e le trasferte e tutto a far tardi la sera. Che ora quando esco ho sonno presto, troppo presto. Ma anche Camille, mica solo io.

Cosa vuoi che ne sappia io di un sacco di cose. Della vita in genere, dell’ombra degli alberi di Karlsruhe, dietro la chiesetta, lì. Che un giorno c’era la neve e poi era già estate. La stanza vuota, il poster dimenticato, lo pfand da ritirare. Una cassa, una cassa di pfand.

Cosa vuoi che ne sappia io della gente sparsa per l’Europa e di che fine abbia foto Diogo o di quando si laureerà Mojca.

Cosa vuoi che ne sappia io di cosa ne é stato. Di quelle altre persone là.

Cosa vuoi che ne sappia io di cosa fare, che non sia a portata di naso, di desideri immediati, di intenti. Cosa vuoi ne sappia io di un disegno un poco più grande.

Io alcune cose però le so.

Ad esempio le regole minute, quelle le so. Cosa io non voglio fare, alcune cose che non voglio essere. Allora, perlomeno, cammini lungo i bordi. Che è un inizio, ma non la fine, di questa navigazione in questo mare che non si sa bene cos’è, che si cerca la riva solo per approdare e guardare con malinconia al mare. Eppure c’è questo gioco a far l’elastico fra mare e terra, fra malinconia e desiderio.

Io però non ho birra in casa. Questo è male. Questo non è sapere o non sapere. Questo è essere coglioni e basta.

 

Oggi ho imparato che

– Nelle presentazioni vado forte quando si tratta di “fuffa”, quando si arriva al sodo “cripto” alla grande

– Assomiglio a Dijkstra (secondo il Prof.)

L’immagine è lo sfondo del Desktop di lavoro

Zen: prerequisito per avere Vodafone Casa

Il mio proposito di essere schifosamente felice incontra le prime sfide.

Bene.

Alzarsi presto al mattino, essere in azienda alle 8:20 e ricevere in quel momento una e-mail: appuntamento saltato.

Bene.

Uscire dal Poli, fare spesa, tornare a casa alle 19:50 con l’intento di provare almeno una volta la presentazione di domani. Vodafone Casa però, tanto per cambiare, non funziona.

Bene.

Chiamare il servizio clienti. Ma non puoi richiedere assistenza sull’ADSL chiamando dal numero associato all’ADSL. No, devi farlo da un altro telefono. Pagando.

Bene.

Poi parli con un operatore che rimette in discussione alcuni concetti basilari del funzionamento delle reti (delle quali ammetto di non essere un grande esperto, certo. Però se sono cose che ho verificato di persone, mi sembra un elemento in più a favore del fatto che avessero ragione i professori del Politecnico che me le hanno spiegate e non la fantasiosa signorina.

Bene.

Sono ancora di buon umore.

Quali sfide attendono domani il mio buon umore? Una risata le seppellirà.

E io ricomincio

E io domani ricomincio ancora.
Anche se ho ricominciato oggi, ho ricominciato ieri.
Anche se ho ricominciato tante volte, io sorrido e ricomincio anche domani.

Di nuovo. Vesto un sorriso. La decisione dei giorni migliori.

Domani mi alzo e prendo a pedate questo mondo, se non si muove. Lo sconfiggo a risate. E, nel mentre, mi godo qualche buon birrozzo.

Perché si, ho dei doveri. Che comportano un determinato comportamento. Ma ho anche il piacere di essere chi sono. E Vivere a quel modo. Ricordando che è quello il primo dovere.

E chi m’ammazza a me?

Stasera

Oggi un negozio di vestiti usati anni ’70. Non mettevo occhiali da sole da anni, allora li usavo quando friggevo a fiamma troppo alta e gli schizzi d’olio mi minacciavano.

Gli anni successivi imparai a regolare la fiamma e misi via gli occhiali.

Stasera torno a casa di mia madre. Che ha regalato un cattivo libro a mio fratello.

Stasera torno e dovrei mollare qui i pensieri. Cancellare. Sorridere, come non ci fosse un motivo diverso che sorridere.

E fare finta non faccia male, che, si sa, sono un duro.

Gli iraniani scrivono cose strane, interessanti.

E ci sono canzoni, che sono particolari.

Canzoni particolari

Critical thinking

Non sapendo come spendere il tempo che non ho, ho iniziato a leggere un nuovo libro (quanti ne ho iniziati? 10?), si chiama Critical thinking. Nella prefazione ho trovato una frase che direi a chiunque altro e mi dimentico di dire a me stesso. O la dico o non mi ascolto:

For most people, most of their thinking is subconscious, that is, never explicitly put into words. For example, most people who think negatively would not say of themselves, “I have chosen to think about myself and my experience in largely negative terms. I prefer to be as unhappy as I can be. “

 

Bordi

Ogni sera, passando davanti al supermercato chiuso vedo un ombrello dimenticato lì. O una borsa. Una volta fu io a lasciarci uno zaino. Oggetti e storie ai margini dei pensieri dei loro proprietari, dimenticati lì, fan capolino al bordo del giorno.

Ci sono un sacco di frammenti di storie, che prendi in mano e rigiri, e non combaciano.

Forse è quello il bello di un bacio, è che le labbra combaciano, si adattano. Riescono a smussare le differenze, non come noi, tutti angoli e spigoli e incapacità di girarsi.

A volte mi sembra di essere in una partita a scacchi, aspetto sia il mio turno e intanto sono imprigionato nell’immobilità mentre si fa sera.