Verbi

Ieri sera abbiamo parlato fin quasi alle sei.

Parlato, mi piace parlare.

E mi piace fare il vin brulè. Una volta ogni inverno, e siamo al terzo inverno.
Certe tradizioni nascono così.

Come la tradizione di trovarsi con gli amici la notte della vigilia.

Ricordo due anno fa a parlare al vecchio Clancy’s con Giulia. Avevo la febbre ma parlammo fino alle cinque.

A volte bisogna sentirsi una sorta di dio e costruire il futuro in cui si abiterà.

Costruire. Ognuno ha il suo verbo, questo è il mio.

Costruire e Difendere.

Ora torno a vedere la fine di “Alta fedeltà”. Un film maschile, come dice Valeria.

Violenza

Come praticamente ogni organizzazione il Politecnico aveva organizzato in questi giorni una piccola “festicciola” prima delle festività: due parole del Rettore, quattro panettoni, addirittura un brindisi. Una piccola celebrazione per ogni dipendente: dai bidelli, agli amministrativi, ai dottorandi, ai professori. Ogni componente di quella complessa macchina che è il Politecnico.
Una quindici di persone sono venute, insultando, ad impedire che questa celebrazione ci fosse.
Hanno avuto il microfono, spiegato le “loro ragioni”. Poi il Rettore ha provato a spiegare la sua posizione, interrotto qua e là dagli insulti di due o tre di questi studenti.
Fra le altre cose hanno detto che la gente là dentro “stava a rimpinzarsi fino a scoppiare”. Dottorandi che prendono mille euro al mese, bidelli, gente degli uffici tecnici paragonati a ricchi crepuloni che gozzovigliano. Bene. Ho provato a parlarci. Il tono di quei quattro-cinque che mi hanno risposto è stato denigratorio. Provavo a spiegargli che non era giusto venissero a insultare chi lavora qua dentro, ad ogni livello, comprese le ultime ruote del carro, come me. Che era una piccola festicciola aziendale dopo un anno di lavoro “Ma vuoi due cazzo di euro così ti compri un panino?” o “Sei un pezzente” oppure “Ma chiamali i tuoi colleghi e ti prendi una pizza, no?”. Hanno detto che la roba l’avrebbero portata via e donata al Sermig. Io personalmente li ho visti ficcarsi la roba in tasca.
Questa è la gente che è venuta a mancare di rispetto all’università e soprattutto a chi ci lavora. Pochissime persone che hanno deciso che i migliaia di dipendenti del Politecnico non avevano diritto a questi sfarzosissimi e luculliani festeggiamenti. E hanno condito il tutto con i loro insulti.
A questo punto fosse anche una legge che mi dimezza lo stipendio desidero ARDENTEMENTE che venga approvata.

 

Per fortuna nel pomeriggio c’è stata la Lectio Magistralis del Prof. Meo. Su cui voglio riflettere.

Per dire

Non che chi ha la colpa di avere un genitore Professore debba ritrovarsi preclusa questa possibilità. Però certe cose mi sembrano curiose:

Alla Sapienza, Giacomo, 36 anni, figlio del rettore Luigi Frati, sta passando in questi giorni dal ruolo di professore associato a quello di ordinario. Le procedure formali sono andate in porto il 19 novembre e ha battuto 25 concorrenti (di cui 24 più anziani di lui). Appena in tempo per schivare l’approvazione del ddl. Giacomo Frati, dunque, sarà ordinario a Medicina, la stessa facoltà dove fino a poco tempo fa insegnava la madre e dove insegna anche la sorella Paola, ordinario, laureata in Giurisprudenza. Stessa facoltà di cui il padre è stato preside per anni. Stessa facoltà dove fino a poco tempo fa, prima di andare in pensione, insegnava Storia della medicina la madre di Giacomo e Paola. Cioè Luciana Rita Angeletti, professoressa ordinaria, moglie del Magnifico. Proprio lei che prima di approdare nell’università del marito per occuparsi di Storia della medicina, insegnava Lettere al liceo. Quindi ci fu un momento in cui Luigi, Rita, Giacomo e Paola lavoravano allo stesso indirizzo. Anzi festeggiavano il matrimonio di quest’ultima nell’aula Grande di Patologia Generale. Oggi tutta la famiglia Frati può fregiarsi dello straordinario titolo di ordinario.

Tratto da http://www.corriere.it/cronache/10_dicembre_21/studenti-sapienza-manifestazione_f3d983ec-0ce7-11e0-a1b6-00144f02aabc.shtml

Chissà

Le passioni a volte sembrano così leggere, fatta di un misto di zucchero filato e aria, tanta aria. Tanto leggere da galleggiare e poi salire, salire su, fino al soffitto, e poi condensarsi lì, contro quella superficie così concreta. Arenarsi, rimanere lì, a farci venire la muffa sul soffitto. Chissà com’è che si sgretolano i sogni, che rumore fanno quando spariscono. Che ne è di quello che ci abbiamo messo dentro? Cos’è, cos’è che succede ai sogni di grandezza? A quelle che chiamavi le tue passioni, le ragioni che ti venivano a chiamare al mattino, ti alzano e ti porgevano una tazza di caffè. Perché un giorno ti svegli e ti accorgi di aver dimenticato le passioni negli altri pantaloni? Perché un mattino di Settembre ti chiedi dove siano finite le cose che hanno animato la tua gioventù, che ti hanno conquistato l’ammirazione di tua moglie. Quelle cose che i tuoi figli ora non vedono in te. Non che guardino all’uomo che si nasconde dietro la calvizie incalzante e la paghetta che gli consegna ogni sabato mattina.

E Misia

E Misia in quel libro. E le parole, e i pensieri. Quel dialogo fra me e me, a cavallo fra notte e risveglio, e ancora notte e svegliati. Quel riassumere la vita, sottolineare i punti critici, i punti di contatto fra me e una realtà che mi gratta via. E fatti forza, e fatti furbo, e resisti, e insisti. E quella continua a grattare. Che dopo un po’ viene il senso di ridicolo, forte, a riderti in faccia indicandoti mentre ti fai grattare via dalla vita. E che fai? Ridi anche se fa male, per non sentirti sciocco, cosí almeno diranno che hai autoironia, che sei un compagnone. Ti daranno gran pacche sulle spalle. E mica puoi sempre stare a lamentarti o parlare delle ferite che si imputridiscoo, della cancrena e di tutte le infezioni che senti aggredirti i tagli, come fossero brecce oramai indifendibili. Svuota le cantine se quelli sono già dentro, che non trovino nulla se non gli occupanti ubriachi. E non è una sconfitta, è un provare a sopravvivere con le unghie e con i denti. O forse si, lo è una sconfitta. Ma alla fine l’aria è satura di questa idea eroica e immolatrice del resistere, continuare a credere, sperare. Il machismo dell’anima, dello Spirito non è più di moda, stona nelle serate fra amici, fra conoscenti, nelle chiacchiere da bar, senza neanche più veli di sigarette in cui avvolgere pensieri, proiettare immagini. I dettagli poi, ben inseriti in un quadro generale, in quel riassunto ad uso e consumo dell’auto-analisi. Sono ancora qui, che sia un bene, che sia un male. Davanti a me lo stesso percorso, un altro giro. E spingi, e spingi,l’idea di base è che qualcosa alla fine ceda, si apra improvviso un passaggio per un percorso in cui gli stessi atti che qui non portano nulla là siano invece la soluzione geniale, la cosa giusta. Perchè io credo che gli atti siano giusti, o non saprei immaginarne di più giusti. È il risultato che è sbagliato.  Il dramma della cosa giusta è che è giusta a prescindere dal risultato che comporta. Questo lo trovo seccante. Vorrei riscrivere la funzione che correla atti a risultati, scelte a sensazioni. E nel frattempo, non so, leggi che c’è da leggere. Torna al lavoro, che c’è da fare. Scrivi, impara almeno.

Vorrei

Vorrei riappropiarmi della lentezza dei gesti, trovare gli spazi dove seminare e lasciare crescere le cose. Vivere con pazienza un lungo inverno, dove la fretta sia bandita. Ascoltare il rumore lieve, immaginato, di qualcosa che cresce e cambia forma, scegliendo i tempi, concedendosi pause, sguardi a ritroso, indecisioni. Poter aspettare che le cose accadano e non accadono. E accadono poi. Quando ho già spento la luce e sto dormendo.

Vorrei vivere questo mondo, vorrei viverlo a questo modo. Come una vecchia roccia che sorride delle cose per cui i ragazzi si affannano. Spogliarmi di orologi, e ritrovare i battiti sotto le scarpe o nei cassetti che non apro. Raccoglierli uno ad uno senza contarli. Senza farne una collezione.

E vorrei parlare piano e parlare poco. Ma dire parole lente e persistenti, che vadano a fondo nell’anima.

E vorrei sentire parole così, in un dialogo che vada avanti anni, un dialogo di poche battute. Tutte ben spese.

Vorrei ci fosse qualcuno a portare avanti questo dialogo, senza intenzione e senza pigrizia, solo il lento, naturale cadere delle sillabe, in forma che percorrono sentieri naturali, di quel genere che percorsi appaiono ovvi.

E nel mentre mi allenerò, parlando con un sasso e cercando di carpirne i ricordi e la pazienza.

E ora vado e chissà, forse un giorno saprò tornare.