Capita

Capita che la malinconia bussi. E dopo aver letto tanto quest’oggi mi creo un piccolo spazio, scrivendolo. Mi nascondo lì, sotto la neve.

La neve si accumula e, con lavoro lento, sovrappensiero, imbianca la strada. Inutile lo si direbbe, presto verrà pulita. Eppure la neve non se ne cura; non se n’è curata la scorsa volta, non se ne curerà la prossima. Quello che mi fa pensare è quanto grande sia l’estensione di questo manto che dapprima leggero si fa tanto greve da incurvare i rami del pino che troneggia su quel certo parco. La neve copre paziente ogni singola panchina. E con essa ogni singolo ricordo, ogni sigaretta chiesta a prestito, ogni sogno sgusciato via da pomeriggi annoiati, ogni discussione sugli improbabili modi per affrontare un determinato problema. I baci. E poi via via continua a cadere e, complice il buio indifferente, nasconde i sensi di colpa, i dolori cronici sedimentati in fondo al cuore. E’ forse questo crescere: accettare dolori per avvenimenti su cui non avevi il controllo, il dolore che si è dato quando si sarebbe voluto dare solo gioia e non si riusciva. E’ accettare che tutto questo potrà accadere ancora domani, come una nevicata notturna che a febbraio arriva di soppiatto, mentre la gente non ci fa caso, rintanata in casa. Potrà arrivare altro dolore, eppure, come ogni nevicata, bisognerà saperla affrontare ed affrontare ciò che la neve rivelerà, quando stanca delle vicissitudini umane, se ne tornerà da dove è venuta, per tornare a cadere al primo accenno di nostalgia.

Grazie

Ieri ho radunato balordi di varia estrazione per festeggiare. Più che altro era una scusa per radunare quelle strane facce. Bello. E’ stato bello. S’è bevuto. E’ pericoloso quando quel genere di persone si mette in testa di volerti offrire da bere. Molto pericoloso. Ma io l’ho scampata. Io d’altra parte sono sopravvissuto al poli.

Grazie a tutti di essere venuti. E citando un certo soggetto:

con degli amici così, i nemici a cosa ti servono?

Riflessi

Torni a casa. La macchina, il ghiaccio, il cielo.

Il cielo di un blu che non è nero ed in fondo neanche blu. Con le luci fuse assieme, un lavoro ben fatto. Lo guardi, come sempre, come un bambino sognante, come un amante con un groppo in gola. E’ sempre lì. Un sussurro appena percepibile, ad avere tempo e spazio in abbondanza, ti ricorda che quel cielo che ami ti ritrovi sempre a guardarlo così da sotto. Ma tanto sotto. E’ un aggrapparti estremo a luci così distanti ed irraggiungibili. E sopraffatto da questo, nel desiderio di mantenere un contatto, ti aggrappi a poche stelle, che un cielo intero non puoi reggerlo. Ti aggrappi a quelle e ci metti dentro sogni, amori, desideri. Come le stelle fossero cassetti. E ci costruisci vite attorno ad uno di quei punti. Un amore, un lavoro. E perdi il senso, perdi te. E quindi ciò che desideravi per te. E allora a volte penso che dovrei guardarlo in cielo, sorridergli. E un giorno sorprendere lui a sbirciare a me, mentre sono così felice, così pieno di fiducia nei sogni che mi porto in tasca e non riposti in cassetti cosmici. Così felice da fare invidiare al suo manto freddo.

Ebbene

Oggi il calendario mi ricordava di recarmi al Politecnico per la proclamazione. Cosa che ho fatto.

Ieri sera ho fatto due chiacchiere con Giorgì al Queen Victoria ed incontrato un compagno di liceo. Mi piace chiacchierare con Giorgì.

Oggi dunquo sono andato.

E poi sono stato sottoposto ad una speciale via crucis a sfondo ovviamente alcolico. Ogni quadro ripercorreva il percorso che mi ha portato da un lontano pomeriggio a quest’oggi.

E sabato si festeggia al Mister Gipson.

La vita prosegue, nell’attesa di renderla Vita. Un’attesa impegnata. Per ora mi godo gli amici che ho attorno.

E’ stata una bella giornata e nevica tanto.