Beh, si, le notti

A volte le notti sono un po’ complicate. No domani non credo verrò ad Heidelberg, si oggi ho scritto la mia relazione sul ruolo della cultura romana nello sviluppo di una identità romana. Domani ci sono per aiutarti con quel lavoro sulla retorica socratica. Poi c’è chi mi guarda negli occhi e ci legge ad un certo livello una tristezza nascosta dietro ad un sorriso e vorrebbe piangere. C’è la ragazza e le sue storie del Brasile, il suo Natale che sarà lontano da casa, il suo cantare Sweet child o’mine, c’è chi mi parla in rumeno ed io non capisco tutto ma ci provo, ci sono i miei coinquilini che ci vengono poi alla festa del Diogo brasiliano anche se Barschar non beve birra, però l’ha provata dice. Alex ride, e mi offra la paella e la sua versione alternativa. E’ un po’ tutto. E’ normale che poi alcune notti siano difficili da leggere, ma sono felice così. La complessità mi offre spunti, le sensazioni si dividono su più livelli.

Amo un po’ tutto questo. Soprattutto andare in bici in angoli che mi mancavano, il bisogno di essere straniero. Mangio un cioccolatino e vado a dormire. Vi amo un po’ tutti ed un po’ nessuno ed un po’ me stesso.

Per quel che vale

Per quel che vale proviamo a prenderlo da Locomitive Breath il senso.

The train won’t stop going
No way to slow down

Non è che io sappia o che comunque voglia dire più di tanto. E’ solo che se c’è questo dolore che è continuo, che ti mangia l’anima a bocconi piccoli e ben masticati. Ecco poi magari fuori c’è la neve, guardi, che comunque è sempre una buona risposta. Guardi e se il respiro ti si blocca, fisicamente, pensi. Provi a recuperare. Pensi al dolore che non potrai togliere dalle spalle degli altri, che rimarrà lì, muto ed immobile compagno. E, ingenuamente, penseresti il tuo inutile, incapace di evitare quello degli altri. Poi ti va di capire che in fondo quel dolore sei tu. Ed è qualcosa che non troverai mai l’intimità di condividere (rammarico forse?), è la parte più profonda di te; se si guarda alla specchio vede la tua faccia.

Poi si, si gioca a palle di neve in tedesco, due parole nell’ascensore. Berlino, la visita di Ciube (troppo breve), quella di Andrea, un poco più lunga. Un lupo che dal muro mi fissa. Lo guardo, risponde al mio sguardo. Si insomma, parliamo d’altro.

He hears the silence howling
Catches angels as they fall

Si fa quel che si può, si risponde colpo su colpo.

No way to slow down

Vedi cara

Cara, rimani qui ed ascolta. Ti voglio, ti devo narrare di cosa avvenne quando, ricorderai, sparii in maggio e tu, tremula e bianca, tornasti ad esser nebbia. C’era questa collina al limitare del nostro paese, poco oltre le ultime case, vicino alla macchia di cipressi. Io ero andato lì, il cuore gonfio, a raccogliere margherite e bocche di leone, per farne un fascio e lasciartele sul davanzale, che avessi un sorriso a svegliarti. Io camminavo lungo il sentiero che sale lento, senza che tu te ne possa accorgere, e mentre il frinire dei grilli saliva forte le ultime case si facevano distanti. Io guardavo ai bordi del sentiero, speravo di trovare delle campanule, per te, cara. L’odore di ginepro era forte, avvolgente. Camminando arrivai alla cresta e, non so perché, non badai al sole che lento iniziava a dubitare di sé stesso, a cercare dove coricarsi; continuai a camminare. Fu dopo pochi metri soltanto che vidi un capriolo, lì, pronto a saltare nuovamente nel bosco e sparire, tornarsene nelle mie fantasie. E che potevo fare se non restarmene lì su un sasso a fissarlo, accarezzarne l’esistere. La tua corriera partì da lì a poco e non ero lì a salutarti, le rughe apparivano piano piano ed io ad inseguire boschi e caprioli che non sono mai esistiti. Non credo si tratti del caso che ci trascina sopra a colline dal lato sbagliato, dal versante opposto a casa tua, si tratta di leggi più complesse, di forze che permettono ai caprioli di essere osservati, quasi di convincerli che esistano. Ma poi rimaniamo lì, prigionieri di desideri già passati, detriti dopo la piena. Incapaci di sfuggire il frinire dei grilli. Un giorno mi alzerò da questa pietra e scenderò giù, lentamente, privo di quell’energia che avevo quando salii e giunto ai margini del paese andrò a deporre questo mio mazzolino sulla soglia della casa dove vivevi… e poi cercherò un altro sentiero, lontano dalle case. Le case che non so abitare e che continuo a sognare, seduto su una pietra in un bosco di ginepri.

Problemi

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Io adoro questo racconto di Cla, è così vero,
mi riporta esattamente le sensazioni di certe serate… certo quelle con gli amici giusti…

Stanotte si parte per Berlino, lunedì arrivano il Ciubazza ed il Bestia…

Torino

Io sono così orgoglioso di essere venuto al mondo e di aver respirato questa città meravigliosa.

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Non so bene a chi dirlo, ma grazie.

Cerco

Tempo. Cerco tempo e non ce ne sta’.
Faceva così questa canzone.
Si tratta di tanti chilometri fa, i cortili di una scuola inondata di sole; certe primavera non basta mica una cancellata a contenerle.
Cerco ancora tempo, ma mica solo quello. Qualsiasi cosa che poi non c’è. Inseguo confini, bracco orizzonti. Ti avvicini, ti ci giochi il fiato e poi… l’orizzonte è ancora là, lontano uguale. Provo ad afferrare idee con le mane, inesorabili mi sfuggono. Che ci posso fare? Fortunatamente ci sono state tribute band dei guns a portata di auto (un raggio molto ampio), ci sono racconti di Claudio.
Ecco, come a dire che mi ci ritrovo in quel racconto, parla di spazi che mi appartengono.
Ecco, alcuni spazi sono riuscito a farli miei, ci sguazzo. Dammi una chester gold nella mano e vedrai se non mi trovo a casa. Dammi le chiavi della tua macchina e straccia la cartina; vedrai chi si sente a suo agio.
Straccia anche tutto il resto; rimane la tranquillità di giorni semplici. I riti di una tribù multiculturale. La semplicità innocua, la lontananza dai giorni veri.
Se poi sono tanti chilometri fa, pensa che sarai a tanti chilometri anche da qui. Si tratta solo di aspettare e farsi una risata.

Comodini notturni

E’ di nuovo notte. Puoi parlare di cicli, se ti va. Ritorni e fughe in avanti; ai cicli devi rispondere sorprendendoti ancora, di ogni nuovo ripetersi, accogliere i deja-vù con indifferenza. In questo modo li disorienti ed allora puoi colpirli. Oceani di gomma, quando ti ho visto eri una goccia… eppure sei ancora notte, tutt’intorno ai confini, giù dalla finestra perfino e chissà quand’è che ti stufi di correre, sono certo che non ti fermi nel Wald di là sotto. Continui, mica hai bisogno di fiato tu. Sarà per questo che mi trovo bene con te, cara notte, a te non serve l’aria, a me non servono i motivi. Come fossimo i padri delle disillusioni della logica (ok, dimmela in tedesco questa…). E’ strano che a te basti essere scura e senza parole e riesca a farti capire, altro che il mio struggle, per te non ci sono ultime curve in cui Glock si fa passare. Sei di una semplicità così grande, è un po’ come se la tua natura mi abbracciasse enorme, senza il bisogno di essere capita. Ecco, in questo senso più generosa. Di me, magari. Il gioco del tenersi i propri misteri, la propria natura, di parlarne di nascosto con un albero a volte non copre tutto lo spazio, a volte rimangono angoli vuoti in cui comunicheresti, ma per davvero. E sei lì ad esigere che qualcuno comprenda la tua natura: la sua semplicità poco gratificante o l’esagerazione di gesti annebbiati. Ecco, tutto d’un fiato. Come a non fermarsi sugli occhi ma scendere sotto. Come se poi ci fosse qualcosa. E così cara notte te ne stai lì senza un senso e senza guardare nei miei, senza chiedermi se li ho dimenticati negli altri pantaloni. Spero di no che sono nella lavatrice e sensi umidi se ne starebbero lì a ridere della mia dabbennaggine, a gridarla in giro. Non che qualcuno potrebbe capire nei paraggi. Alla fine alla destra e alla sinistra c’ho due cinesi. Uno di questi (una lei pare), in più di un mese, non l’ho mai vista. Una volta ho sentito dei suoni, ma forse era solo il cervello che bussava, chiuso fuori, le chiavi dimenticate sul comodino. Ad avercene, di comodini! Sposti la scrivania e vedi meglio dalla finestra, chiamala una difesa se vuoi. Scorri foto, specie quelle che non hai; a metà diciamo, alcune vere, altre ricordate, altre sognate; a spartirsimi come una mela, un morso la realtà, un altro qualcos’altro che non so cos’è. So che mi viene a trovare, a riempire un cielo che, vuoto com’è, sembra sempre un palcoscenico in cerca di qualcosa. Affamato. E cerco sempre qualcosa da lanciarti e se non ce l’ho me l’invento. Al di là dei colori delle magliette che ogni bella fanciulla abbia mai portato, dai miei sedici anni ad i tuoi venti, come fosse un periodo e non un elastico di giorni che si mangiano l’un l’altro. Ecco, che non importa se quel giorno c’era una birra in più, una in meno però avrebbe fatto di sicuro la differenza. Se non ci fossero panchine su cui ciondolare, quanto grande sarebbe la differenza nella vita di un uomo? Riesci a vederla l’importanza di gesti futili, di impressioni scambiate con il muschio? Riesci davvero a fiutare che è lì che si annida una parte dell’esistenza? Che forse non puoi e non dovresti cavare troppi sensi da vuoti e solo da quelli ma contornarli di fatti, di tangibilità. Ti riesce facile perdonarti questo difetto, al di là di come abbiano mai portato i capelli, di come li abbiano mossi nel darti le spalle ed allontanarsi. Come non avesse importanza il modo esatto del loro sfumarsi, o l’impegno dissimulato dello spingerle ai confini… ai tuoi confini. Come se potessi aprire il cassetto del comodino e trovarci la notte, come se potessi riporci problemi e chiuderlo. Come se poi ce l’avessi un comodino.