Oggi

Oggi l’è murt Delfino Borroni, nato nel 1898, ultimo Italiano ad aver partecipato alla grande guerra. Mi commuovo quando quest’uomo di 110 anni parla della sua mamma. Un uomo cui la vita gli è scorta, che è rimasto del suo mondo? Ecco. Eppure mentre tornavo da Friburgo avrei piantato le unghie sul finestrino per fermare il treno e correre in uno di quei paesini senza volto, senza luoghi. Ad inventarmi il tempo, a perdermi. Ed invece sono tornato da quella gitarella di sedici Erasmus, da quel pranzo in pizzeria, dalla meraviglia di quella cattedrale, dalle stradine e dalle ore. Dalle sciarpe, dalle nazioni. Da quel salire la collina e guardare dabbasso. Dallo spiegarsi a vicenda come sia meglio il tramonto sul mare che quello in montagna ed invece no, sei tu che ti sbagli, ascoltami. A chi manca il Michigan, a chi un morso alla pizza e davvero torneresti di corsa in Italia. E così sono tornato a queste lezioni, a questo azzardare cinque parole in fila e quasi tutte in tedesco. A ficcarci dentro qualche termine inglese per dare sostanza. A fare a gare di parolacce con Diogo: i litigi italo-portoghesi colpiscono l’impressionabile platea. Un bambino si unisce al nostro 1-2-3-Stella improvvisato in stazione mentre aspettiamo il treno in ritardo (come SEMPRE qui in Germania!!!).

Scivolo sopra al treno. I racconti e le storie mi scivolano dalle mani, non sono mai abbastanza. Vorrei sollevare tutta la sabbia del mondo con queste mie mani bucate. Vorrei studiare la bellezza infinita di un granello con questi miei occhi miopi. Lascio che la brezza lavori sulla mia pelle e pregusto i dieci gradi di meno che piomberanno da qui a due giorni sulle nostre fragili vite di un fine ottobre tedesco.


Sangue

La cosa meravigliosa del sangue è che è caldo.

Killing in the name of.

Si ero nervoso e allora che fare? Mi sono rasato i capelli.

Killing in the name of.

Lavorare come uno stronzo, eh ma io sto crucco non è che lo mastico poi tanto.

Andare per gli uffici a dire "eh ma questo in Italia non succederebbe, certo che qui in Germania siete proprio disorganizzati" non ha prezzo. Il problema è che vero. Più di un mese per ottenere il mio bancomat (il materiale per l’online-banking lo sto ancora aspettando). Fai un versamento e ti sbagliano il conto su cui accreditano il denaro, per cui dovrebbero accorgersene dal diverso intestatario e restituire il maltolto ma no… ci vorrà qualche settimana. La tessera dell’università l’aspetto da un mese, non me la danno perchè non hanno ricevuto i soldi ma pur avendomi chiesto i contatti e pur avendo ormai 3 e-mail istituzionali presso di loro non è che mi avvisino… costosissimi IC/ICE in ritardo… il livello dell’insegnamento (di primo acchito, per carità) non mi sembra paragonabile a quello del Poli (e parliamo della migliore università della Germania per l’informatica e la seconda per ingegneria meccanica!). Alla fine a volte ti chiedi se i luoghi comuni siano da invertire… è solo che qui sono onesti. Ecco, da noi manca la morale. Poi magari la loro è solo ottusità, non lo so. Però qui non hai la sensazione che qualcuno cerchi sempre di fregarti (ma anche vero che mi pare che quel passettino in più, quell’idea, quella soluzione fantasiosa proprio non ce l’abbiano).


Concordo

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200810articoli/37543girata.asp

«Il "popolo" che esercita il potere non coincide sempre con coloro sui
quali quest’ultimo viene esercitato. La volontà del popolo significa,
in termini pratici, la volontà della parte di popolo più numerosa e
attiva – la maggioranza, o coloro che riescono a farsi accettare come
tale; di conseguenza, il popolo può desiderare di opprimere una propria
parte, e le precauzioni contro ciò sono altrettanto necessarie quanto
quelle contro ogni altro abuso di potere».

"la finzione di un’opinione pubblica che si definisce civile quando i
suoi sentimenti e convinzioni sono quelli gradevoli per la parte
dominante della società."


fra poco vado a vedere se l’asciugatrice ha finito

E così è un po’ di tutto. E’ fare una colazione rumena alle tre del pomeriggio, è passeggiare per Baden-Baden o è il Lupo che fa un salto per una birra.

Sai com’è, è che c’è troppo cielo in cui specchiarsi e a volte non ce la faccio a finirlo tutto. Così non ci guardo. Che poi va anche bene così, ti confondi nelle sfumature delle voglie, le guardi scricchiolare attorno alle loro venature.

Non c’entra che domani sono due mesi da quel mattino alla stazione di Avigliana, la grande valigia rossa che mi morde uno stinco.

E’ che poi parti e dopo una settimana sei qui, come a saltare in un altro capitolo, come se poi anche questa fosse una casa. Non è più un viaggio, è che ci vivo qui. E ti immagini che sia tutto fermo ad aspettarti e non ci vuoi far caso che puoi quel tuo mondo consunto può andare avanti senza te e, non so quale delle due sia peggio, anche a te capita di sopravviverci lontano. E’ il bisogno il padre di ogni relazione e senza bisogno siamo un po’ come isole: tanto spazio attorno e non sapere cosa farci. E’ che servono sigarette, pomeriggi ampi, birre da amare gelosamente, confidarsi col vento. Quel genere di puttanate che si fanno fra una canzone e l’altra, cercando di capire da che lato attaccarlo ‘sto cielo esagerato.

Oggi inizio le lezioni…

Ricordate che per tutti vale sempre il detto: mi pavimento es tu casa. Magari in casi eccezionali vediamo se si trova anche un divano…


…no, è che proprio hai sbgliato

Ho appena letto un articolo sulla disabilità

«Il sogno del mondo è quello di sconfiggere la disabilità – ha detto –
e in questo senso, la tecnologia può rendere il corpo umano molto più
forte»

Ecco, secondo me è un po’ triste.
Il sogno dell’uomo dovrebbe essere quello di vivere bene a prescindere da ogni disabilità.
Ecco, questo vorrebbe dire elevarsi.


Anche i vecchi piemontesi c’hanno internet (no, non parlo di me)

Fonte: http://manliocollino.blog.com/4026136/

Oggi voglio
salvare e riportare due riflessioni tratte da quel fresco e frizzante
calice di buonsenso anticomunista che continua ad essere la webzine "La
mosca cocchiera" di Italo Lovrecich (chi vuole leggerla tutta glie la
richieda all’indirizzo
trecanguri@alice.it).

Primo pensiero: "Mi
hanno sempre fatto schifo quei papà e quelle mamme che portavano i
bimbi piccoli a manifestare in piazza vestiti da piccoli comunisti, con
la bandiera rossa o arcobaleno in mano; e più che altro ho provato
pietà per i piccoli potenziali coglioncelli, obbligati a diventare tali
da cotanti coglionissimi genitori. Ora la realtà ha superato la
fantasia. Le maestre, non appagate di poter fare girotondi
stracciatutto, indottrinano i bimbi nei corridoi delle scuole a
manifestare contro il governo, per la salvaguardia della loro cadrega
dorata, e poi li portano in strada. Coi bimbi degli altri. Puttane!

Secondo
pensiero: L’esortazione del mese a recarsi a defecare sulla urtica
dioica (è un simpatico "premio mensile all’incontrario" che Lovrecich
assegna ogni volta agli autori delle frasi o delle azioni più idiote e
carognesche testimoniate dai media, e che ricorda l’intercalare
piemontese "va a caghé ans j’ortìe") va al giornale comunista
"L’Unità". E a chi lo legge.

Con la seguente
motivazione: pubblica in prima pagina la lettera di un tale che scrive
di aver guardato le foto dell’incidente mortale occorso a Heider "con
un sentimento che non è di soddisfazione ma onestamente le somiglia”.
Bastardi.

Perché
arrabbiarsi, Italo? Perché disonorare antichissime categorie di oneste
lavoratrici come le puttane o di incolpevoli persone nate fuori dal
matrimonio come i bastardi, applicandone il nome a quella feccia umana
per la quale non vale la pena lambiccarsi il cervello alla ricerca di
epiteti ingiuriosi, basta pronunciarne il nome e tutti subito
capiscono, e a tutti gli onestuomini sentendolo viene il vomito?
Comunisti. Basta dire comunisti.


Non è che voglio dire proprio qualcosa

E’ che magari torni e non c’è niente sul fuoco, come dire, nessuna minestra che venga ad aprirti la porta. Come essere un numero primo e quel che ne consegue; ti moltiplichi un po’ con me? Ma è più complesso di così, you know. I colori ti danzano attorno e se proprio glielo chiedi ti stringono le mani, a volte poi ti giri ed il pavimento s’è tenuto un pezzo della tua ombra, ma che ci vuoi fare? Ci sono momenti, ma più che momenti sono schegge di momenti in cui ti sembra che poi per vivere basti chiudere gli occhi ed ascoltare la musica. Solo che poi li riapri e ti accorgi che la vita sta parlando con quello a fianco a te, capisci che ci vuole un minimo di collaborazione da parte tua. Come saper governare sapientemente le correnti, non dico lottarci. Poi si, si cena tutti insieme nel piano di fronte, il G5, e devo andare a recuperare dei piatti da casa mia, l’H5 perché non bastano. Ma condividi, scambi nuove teorie. Chi di voi, onestamente, sapeva che il Portogallo è stato scoperto da dei ragazzi brasiliani pochi anni fa? E chi fra voi sapeva che questi ultimi hanno impiegato tanto tempo a raggiungerlo solo perché hanno voluto aspettare una buona offerta da Ryanair? Poi giù al bar del K4. Lo capisci proprio che non ti vogliono se organizzano una serata con cinque happy hour consecutivi. Birra a sessanta centesimi, vodka lemon ad un euro… e tutto va come deve andare, australiani riportati a braccia in camera. Belghe diverse fra loro che fanno le schegge ognuna a modo suo. Mojca a volte fa davvero crepare dal ridere… eh eh eh. Daeniel va lì e si prende sei sangrie e balla così… che ci vuoi fare, è che tutto ruota, che ti bussano i sensi a destra e a manca. Eppure tutto è semplicità, d’altra parte tutto tace.

Non lo so, forse è davvero possibile sopravvivere per un inverno senza caldarroste, senza neanche il loro profumo nelle strade.


Perchè l’alcolismo è una cosa meravigliosa

Stuttgart Volksfest 2008

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E ricordate che i vostri etilometri non placheranno la nostra sete


Schluss machen

"non so dire da quanto sono qui ma mi rendo conto solo ora che si tratti della mia stanza… i minuti passano ancora e mi rendo conto di essere da solo. Grazie a Dio ho un lavandino in camera…"

recupero la possibilità di usufruire della posizione eretta per più di cinque minuti consecutivi solo verso le sei del pomeriggio del venerdì. Il corso di tedesco, inizio alle 9 del mattino, sfortunatamente ricade in quel periodo di oblio, quel solco di tempo fra la morte e la vita, quel periodo di riflessione necessario a scegliere di continuare ad esistere sotto forma, per quanto poco credibile, di essere umano, spogliarsi delle apparenze di larva.

Il Sabato si è lì, erasmus a secchiate e comitive da Darmstadt ed oltre. Sotto i tendoni della Volksfest di Stuttgart, seconda solo all’Oktoberfest. Quel suo clima più familiare, più di paese, probabilmente più tedesco. La gente in piedi sui tavoli, le birre travasate per consolare un bicchiere che tintinna sempre più vuoto ad ogni brindisi. Le birre semplicemente fregate. Leggere al portafoglio e all’anima.

Di porte poi ne chiudi tante. E un po’ non sai neanche perchè, chiamiamola paura di fare corrente. Rinunciare e spogliarsi. E’ un po’ questo che significa andarsene. E’ davvero un po’ morire, lasciarsi morire anche nel ricordo degli altri, sentirsi un poco trasparente alla vita, come se la luce potesse attraversarmi e benedirmi del tutto. Ma è sopratutto nei propri confronti. La metafora di questo spogliarsi è proprio quel periodo di incoscienza che passi nel letto dopo l’ennesima sbornia (ma è legale che mi facciano i cocktail ad 1.50 euro nei bar interni dello studentato? Mi vogliono morto!) cercando di concentrarti su poche cose essenziali. Come respirare. Come trattenere qualcosa dentro, chessò, un bicchier d’acqua.
Recuperare l’essenziale. Così essenziale da fare paura a volte.

Mmmm non mi metterò a parlare adesso dei pericoli del voler svuotare troppo le cose, del voler trovare il senso solo in sè, solo di per sè. Però ricordo bene quel momento, sulla panchina delle fronde in cui realizzai… il futuro esiste anche perchè io possa tediarvi con tali argomenti la prossima volta…


Fast richtig

Oggi dopo tre settimane di strani fenomeni alla gamba mi sono deciso ad andarmene all’ospedale. Rifuggita la tentazione di rivolgermi ad un medico che parli italiano (ce n’è uno a Karlsruhe) ho trovato qualcuno che sapesse dove fosse l’ospedale (non è banale quando frequenti principalmente altri stranieri [che poi è facile diventare stranieri, basta spostarsi e tac, sei tu lo straniero, quello per cui le cose sono diverse {che questa chissà chi se l’è pensata}]).
Comunque dopo un lungo pedalare entro. Il centro informazioni è chiuso, anzi peggio, è geschlossen. Quindi mi avventuro in questa specie di parco, fra questi grandi palazzi. Entro in uno di questi, corridoi deserti. Vago. Comprendo la sensazione di ritrovarsi l’unico sopravvissuto ad un olocausto atomico, qui alla fine della civiltà fra lunghi corridoi e stanze ed ancora corridoi e nessuna voce, nessun camice, nessuna apprensione umana a fare da corolla. Come la visione claustrofobica di un pazzo. Dopo alcuni minuti di vagare mi imbatto in quello che credo sia un infermiere (o un tecnico che verifica la riuscita dell’esperimento di cui sono cavia…) mi porta ad uno sportello, mi rimandano ad un altro. Ecco l’accettazione dello ZNA (ovviamente dovevo andare allo ZNA! Come potevo essere tanto sciocco da ignorarlo!). No, qui non parlano inglese. Biascico tedesco come una lumaca che cerca di sbaveggiare fino in cima all’Everest. Pare che capisco ciò che intendo. Qualche decina di minuti dopo inizia la mia gimcana fra dottori che non capiscono che diavolo abbia, prelievi ripetuti perchè hanno rotto le boccette coi miei campioni (no perchè tanto il mio sangue cresce sugli alberi, no? :D ). Mi porta via il pomeriggio, è vero. Ma alla fine è che cerco proprio occasioni in cui cavarsela a stento, sudare un poco, spingere concetti nelle menti altrui a furia di gesti di discorsi a parole miste, di sguardi. Che poi fai sfuggire che sei figlio di un medico al momento giusto e quell’esame che ti avevano già detto di andarti a fare privatamente te lo fanno… questa Germania non è quella che pensate. Qui i treni sono più in ritardo che da noi (anche i costosissimi IC/ICE), si perdono le pratiche, rompono le boccette. Ti seppelliscono di scartoffie che nessuno sa a cosa servano. La differenza è che nei salotti non passano il tempo a dirsi "ma sai, siamo in Germania, qui non funziona nulla". Per il resto è uguale. Però HaDiKo è magia. Specie quando a due porte dalla tua camera c’è uno sgabuzzino con le birre dove ti puoi servire e che qualcun altro provvede a riempire ed occuparsi dei vuoti (sapete, la storia malefica del pfand, una cauzione su ogni bottiglia che comprate al supermercato…).

Alla fine vi voglio bene, dai.

Ed io mi sono perso il matrimonio di Laura…


Ricarico pile, lascio un attimo andare le briglie. Aspetto che la gamba si riprenda. Nel frattempo casco all’Oktoberfest, i bicchieri cascano a loro volta nello zaino. Nelle tende si entra a tarda sera seguenda la via latina. Va tutto bene. Metto a stendere le aspettative e nel frattempo ascolto Tiromancino e la loro Angoli di cielo

Qualcosa c’è

che ti fa paura


e rende incerto il tuo volo.


Sarà l’idea


che il tempo si consuma

E poi c’è sempre La descrizione di un attimo a catalizzare ricordi e tempi via via troppo vicini allo sfondo, con le loro ombre distanti da qui, echi che non giungono a Karlsruhe.

Ma dove cavolo sono gli ospedali a Karlsruhe?


devo dormire

ma il tempo ogni tanto gocciola, hai presente no?
Sveglia poco dopo le 4… macchina, strade. E’ che non so se vado a riprendere passaggi alternativi che avevo smarrito o corro ancora un poco. Ciao Cla, a volte ho la sensazione di averti in tasca, qui con me intendo.
E’ che c’è sempre troppo spazio.

Plin plin

E’ che non saprò mai bene che farmene di questa vita, è che ho bisogno di correre.


Un mese

Ne è passato di tempo da quel mattino ad Avigliana. 21 Agosto e mi ritrovo solo sui binari con la mia grande valigia rossa che da lì a poco mi azzannerà una gamba mentre la carico sul treno. Mi ritrovo a più di un mese di distanza a disfarla quella valigia e sistemarmi nella mia nuova camera. Questo dopo aver inseguito per giorni l’Hausmeister ed averci discusso alle 7:30 del mattino in tedesco. La mia nuova stanza e la sedia rotta, un libro in arabo lasciatoci da chissà chi e finalmente internet (dopo un paio di chiamate a vuoto e qualche corsa). Guardo la valigia e ripenso a quel giorno che sembra così lontano, come sono io da quelle montagne che hanno sempre ornato i miei paesaggi, da quel profumo bagnato delle terre in cui sono nato… l’autunno non è bello in nessun posto come in Piemonte. Mi sembra davvero che lì la terra mi sappia ascoltare e allo stesso tempo lasciarmi spazio, quei posti mi sanno cullare, rispettare la mia malinconia e non posso che continuare ad amarli a distanza, qui, ad un Erasmus di distanza.

Salutozzamente,

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La mia stanza (le valigie chiuse che vedete non sono mie ma di un amico)