Ich wohne

Io vivo in un posto strano che si chiama HaDiKo.

Ogni corridoio è indipendente ed infarcito di visioni psichedeliche che si manifestano nei modi più disparati. Ti può capitare di camminare e trovare un neon della Dresdner Bank (funzionante!) appeso al soffitto. I murales non si contano. Ogni cucina, ogni stanza comune è diversa. Le camere opere d’arte intagliate di oggetti proveniente da tutto il mondo. Nella mia nuova camera appenderà uno strano intreccio di fili rossi che arriva dalla Cina (non che sappia che significato abbia). Poi esci e qualcuno ti grida dal tetto che stasera c’è un party al bar interno del K5. Gli dici che verrai dopo che avrai arrabattato una cena a metà fra Italia, Slovenia e Portogallo.

E comunque il Mafia Party di ieri non era male e la gente piano piano è arrivata. Io ho anche contribuito invitando una delle mie tandem.

E la vita prosegue, qua in HaDiKo.


Gino Rules

C’è che a volte mi nasce dentro e cattura la mia attenzione, questo silenzio che mi dorme in petto. Chiudo gli occhi e lascio che si faccia largo nelle mie vene quella sensazione. Mi capita così, senza un motivo dietro a cui nascondersi. Ieri allo Straba Party (un party sopra ad un tram) a volte mi sembrava ci fosse troppa vita, troppi colori, troppi sguardi, troppi desideri in uno spazio, in un momento singolo. Così tanto da immobilizzarmi, costringermi ad esistere più lentamente. Altre volte non c’è vita apparente e devo fermarmi a respirare più profondamente, facendo attenzione a non risvegliare la corda su cui mi mantengo in equilibrio, il mio binario personale fra un’esperienza e la prossima. E così a volte chiudo gli occhi e mi percepisco invecchiare, avanzando su questo tram invaso di luci e suoni, e salti e sudori. E malizie e desideri senza sfogo.


Differenze

Dopo il pub tour tornare da solo per il bosco con starway to heaven nelle orecchie è uno di qui piaceri che ti fanno rendere conto di esistere. Lontano da ogni discoteca o club dove si stiano dirigendo gli altri, tempo e spazi ampi. Qualcosa in cui celebrare la mia solitudine, il mio essere me.


Piccole sensazioni

Mi piace scendere coi sandali ed una maglietta ed andare al piano interrato a caricare la lavatrice. Mi piace l’ascensore che a volte finisce ad un altro piano e tu apri la porta a chi deve entrare. Un cenno di saluto a Sabine che riceve i questuanti per un posto in Hadiko, una birra con Julian. Quando torni morente dall’Erasmus Welcome Party incontri Julia che prepara una torta. E lei che c’è stata un anno in America si stupisce del tuo inglese, le spiego che è solo che sono ubriaco. Sono poliglotta da ubriaco; a volte mi cambia anche l’inflessione. Due ore dopo sono ancora lì a chiacchierare, quando perfino il timido sole tedesco si fa largo nella grande cucina. Vado a letto, che resterei ancora ma mi aspetta un’altra giornata molto piena.
L’Erasmus è cominciato…


K4

Faccio un salto al K4-Bar (il bar interno dell’edificio 4 di questo studentato) e mi ritrovo lì, dove tutti parlano crucco. E mi piace questa cosa di essere in un paese dove sono straniero, avulso. Per una serie di eventi mi ritrovo solo questa sera, a pensare. A guardare gli sconosciuti e vederci  somiglianze con attori del mio passato. La mente corre a tutti i desideri futili accumulati negli anni. O che tali ora sembrano. A tutti i si che ho immaginato di sentire da ragazze cui non ho posto mai alcuna domanda. Agli oggetti che volevo per me, agli obbiettivi che mi ponevo. Non penso allora immaginassi di raggiungere la calma di oggi. Un pensiero si fa strada, il richiamo della fame. Mi sembra tutto stabilizzato qui e adesso. Vorrei nuova incertezza. Rimpiango le serate allo Scruffy’s in cui entravo senza conoscere nessuno e "Keine Anhung" sul che farmene della serata e dopo un paio di Kilkenny mi ritrovavo a parlare con qualcuno o a sfuggire da qualcuna. Un lungo viaggio da solo. Ecco un altro piccolo sogno che potrò un giorno considerare futile. Credo che se lo realizzassi però sarei sopraffatto dall’inutilità del tempo sprecato. Mah… è complesso… e la mia mente volge sempre più al semplice, rifugendo i pensieri barocchi dentro ai quali sono cresciuto.


Binari

C’è questo tale che s’è perso le ossa in giro, s’è come sparpagliato l’anima qua e là, credo che da uno dei treni che ha preso quella non sia scesa, se ne sia rimasta pigra sul sedile. Lui lo vedi che cammina, tentando di insinuarsi nelle ferite dei luoghi, ci si infila per un’ora o poco più di vagare puro e semplice. Lontano da quei luoghi che ha per primi coltivato di ricordi, dove ha piantato un primo bacio, un davanzale freddo a reggere una finestra grande. Lontano da panchine di attese. Che la prima ora quella interroga, che quella se ne frega e non c’è scusa che tenga. E così pare questo tizio si tenesse le sue ore lì nel freddo del parco. A me sembra che sgusci, scivoli via da sorrisi. A volte è sorprendente quanto sia profondo un cappuccio. La bici è bianca e sono sicuro possa correre veloce. Come se poi le canzoni fossero spazi, o percorsi. Cerca di perdersi in tante cose, rendere luoghi anche le idee, i tempi, specialmente quelli morti. L’uomo sparpagliato è un po’ così, non è mai solo qui. Tranne che in brevi attimi e sembra esplodere come l’energia tutta insieme fosse troppa e alla fine poi è proprio così; esplode e torna a sparpagliarsi. Tu stavi prendendo una lucky strike dal paccetto e bum, non c’è più. Chissà chi è quello sconosciuto che si allontana, il cappuccio della felpa tirato su.


Non é come una vacanza, ti pensi qui per mesi e vedi le cose in maniera diversa. Ti leggi le vie una ad una. Torni da una gita a Stoccarda e quando vedi la stazione della città in cui vivi ti senti arrivato. Qui mi sono trovato un tetto, ho una bici, un conto in banca, un numero di telefono. Incrocio sui treni gente che conosco. Ho appuntamenti in mensa o allo Schlossgarten. Conosco posti dove penso che il kebab sia migliore e mi segno i supermercati. Durante la fase in ostello ho rallentato i ritmi e pochi impegni mi riempiono la giornata. Oggi quando tornavamo a casa dopo aver recuperato a Stoccarda l’amico portoghese di Diogo e lo stavamo portando in Hadiko, dove viviamo tutti, non l’ho invidiato. Ripenso ai miei giorni da solo, alle piccole sfide di ogni minuto. A quella solitudine dove mi espandavo eppure mi rannicchiavo in me e sono contento del retrogusto che mi è rimasto in bocca. Domani vado a trovare il Capo, altro treno, altra città. Losanna, Karlsruhe, Baden, Stoccarda, Darmstadt. E il Capo passato per caso nella stazione di Karlsruhe si è ricordato che fu una nostra tappa dell’inter-rail. Io me l’ero persa in meandri neuronali, per far posto magari al ricordo di uno sguardo di qualche passante. Come un anticipo del destino.

E per il resto si vedrà, siam qui per questo no?


Considerazioni

A volte ti limiti a gustarti un rilassato esistere. Pacioso. Rallenti, come dire. In effetti ho sempre qualcosa da fare, non è che mi annoi. Dilato i tempi.

Altre volte avresti da fare ma puoi aprire una birra ascoltando "Don’t damn me". Se capiste davvero che intendo, ragazzi. Sono momenti assoluti. Contento di esistere.


der Fortbildung

Dunque.

Come i fedeli lettori sapranno arrivato qui ho scoperto che non ero nelle liste per ottenere una sistemazione tramite l’università. E l’avevo scoperto dopo aver sperimentato quanto infruttuoso fosse provare a contattare chi aveva una stanza libera dichiarandosi da subito uno studente italiano. Cinquanta mail spedite, tre risposte ottenute di cui solo una positiva, nel senso che mi davano almeno la possibilità di visitare la casa. Ovviamente poi ero stato scartato.

Nel frattempo però mi ero convinto che vivere ad HaDiKo: il più grande studentato autogestito della Germania, fosse la soluzione migliore. Sabato ho avuto un’intervista. Dentro o fuori. I rumors (ottenuti direttamente dall’ex-capo della commissione che sceglie chi accettare) dicevano che parlando in inglese avrei avuto misere chance. La concorrenza era comunque molto alta: tanta gente, pochi posti. E ovviamente, in una sede di università tecnica, la precedenza andava alle donne. All’intervista ci si sentiva un po’ come quei cagnolini che al canile cercano di attirare l’attenzione per essere scelti. Divisi in gruppi in una stanza ti fanno domande a raffica, attorno hai i rappresentanti di ogni piano che cercano di accaparrarsi i candidati che gli sembrano più divertenti e ridono della timidezza, delle incertezze nella lingua dei vari miserabili che provano ad arrabbattarsi.

Alla fine il capo commissione mi ha detto che nel mio caso non è stato affatto difficile scegliere e diverse persone mi hanno chiesto di andare nel loro piano. Il mio spettacolino, le mie battute hanno funzionato oltrepassando i limiti dell’inglese. Mi sembra un po’ di essermi prostituito. Non so se ci sia un modo migliore per assegnare le stanze però penso ai ragazzini timidi, al cinese che si limita a dire in un tedesco tentennante che lui è cinese e vuole vivere qui.

Restano da fare le pratiche. Uno dei punti è aprire un conto in Germania. Per farlo però serve un documento che attesti che si ha un domicilio in questo paese. Per ottenere questo documento all’anagrafe ci vuole un contratto di affitto. Per avere il quale però ci vuole un conto.

Bene.

Alla Sparkasse quindi niente da fare.

Mi giunge voce però che alla Deutsch Bank possono evitare di chiederti quel documento e rompere il cerchio di requisiti. Quindi eccomi qua, fiero possessore di un conto tedesco.

Domani un versamento ad HaDiKo e via, dovremmo avercela fatta.

Tutto sommato è una parte del gioco districarsi da solo fra queste trappole di carta, senza l’aiuto dell’università.

Statemi bene.


Così

Così come se la pioggia qui generosa potesse confondere a poco a poco i contorni, renderli meno incontrovertibili. Così cammino a poco a poco in un parco, in una città che credevo di stare imparando a conoscere. Ed invece ci sto cadendo o la sto dipingendo diversa. Fino ad imbattermi nel "Nowhere Pub", il locale dai tavoli massicci e consunti, che il tempo avrà il suo bel da fare a masticarseli. Una kilkenny ed un angolo per me, di quelli da dove osservare bene. Quattro chiacchiere coi fantasmi degli avventori incontrati in questo stesso pub negli angoli d’Europa o della mia mente. Gli stessi personaggi, lo stesso pub, mille porte sul mondo che ti capitano sul grugno quando gli va, com’è nello stile volubile del gestore di questa nostra casa viaggiante che è il "Nowhere pub".


Aggiornamenti

Sto uscendo ma metto qui quello che ho scritto ieri

E così è passato qualche
giorno dal mio ultimo intervento, giorni teutonici. Da quando lascia
la casa amicale in quel di Losanna, cacciate due magliette ed un paio
di calze mi levai fra i vapori alcolici della serata prima (quanti
giri si era offerto io, Dani e l’americano-tedesco?) e nel farsi
largo del mattino mi dileguai. Come a farmi mangiare dalle orme, ad
abbandonarmi. Rugiada al posto della placenta. Da allora tante ore da
giocarsi. Ho dovuto imparare a gestire dei ritmi diversi, le ore
vuote. Trovo fantastico come l’uomo sia in fondo capace di adattarsi.
Le ore nel parco del castello (lo Schlossgarten), le sigarette.
Camminare per giorni interi. Le vesciche ai piedi. Gli episodi
amplificati da quel contorno che non hanno. Ogni giorno piccole cose
da distribuire con sapienza. Gli eventi difficili, le ansie, saperle
assorbire diventa più difficile quando non hai una vita a
distrarti, un castello di inutilità accumulate in anni. Sei
come un po’ nudo ad inventarti ogni giorno delle piccole routine.
Scrivo oggi, primo settembre, nella mia stanza di ostello e spero di
pubblicare domani, due settembre, quando dovrei essere nella stanza
dello studentato Hadiko dove restare per un mese. Tutto in attesa di
quel sei settembre in cui si deciderà se potrò rimanere
o vagolare nell’incerto. In questi momenti mi manca la mia macchina.
L’andarmene. Lo scivolarmene per le strade, indipendente da stupidi
mezzi di trasporto di massa. Crearmi i miei itinerari insensati. Nel
parco, nelle passeggiate, in realtà penso poco, mi calo al
massimo in minuzie quotidiane. In un paio di calze da comprare. Se
penso è ciò che ho dato per scontato, ad esempio
Claudio, e mi critico un po’. A volte mi interrogo sul come e dove
possiamo essere felici. Io qui per certi versi lo sono, il senso di
vacanza, la gente incontrata, anche un po’ il brivido della liberante
incertezza. Io qui però sono in Erasmia, dentro una parentesi
di vita e non c’è niente di vero. Sono una pausa nella quale
posso divertirmi, imparare, cambiare, sfidarmi. E forse capire nei
momenti che avanzano dalle precedenti attività qual’è
la soluzione di un rebus di vite consunte e date per scontate, quel
sapore di quinta fetta di meringata, e il nuovo in cui ogni giorno
inventiamo un’amicizia che si scioglierà nei saluti di fine
serata. Non lo so, ma come dicevo a Brandy credo che ogni soluzione
vada trovata a partire dal ricostruire i rapporti con le persone.
Sono convinto che il fulcro di tutto stia poi semplicemente lì,
lontano da questa galassia di individualità esplose.