Vagheggiamenti, profezie, guide d’onda

E’ stato un periodo emozional-autarchico. Nel senso che mi sono chiuso in me a  ricercare, ravanare. Rotto il cellulare, limitato internet, fuggito nella mia dacia. Mi sono rimesso quel tondino di ferro di quella fuga, di quel momento in cui io sono  tornato mentre una parte dello Spirito ha proseguito: ci si rincontra a volte in rimpianti sul fondo di botti di rovere, fra la polvere di libri rosicchiati, in pensieri mangiucchiati agli angoli. E mi piace pensare che mi ascolti, che dia retta alle mie ragioni. E se gli spiego che non è vero, come egli so sostenere, che non è la fuga ad esser fuga ma il vile restare a guardia di rovine, di fumo venduto a peso d’oro. Vorrei che non avesse ragione, o che fossi in grado di ignorare, che come gli altri mi circondo di falsi dei e riesco a lasciare che venga dato un prezzo a cose che non ne dovrebbero avere.

E così devi sempre controllare gli strumenti, verificare la rotta. Chiederti costantamente qual’è il tuo scopo. Non lasciarti poco a poco deviare per non ritrovarti ad inseguire banalità senza importanza.

E così intanto vado per parchi di Re e tetti guardati a vista da cicogne e poi la sera, tornato alla mia bella città tendo ogni parte di me a cogliere le lezioni  importanti, quelle che trovi spremendo gli angoli degli avvenimenti. Trai ispirazione dalle vittorie che gli amici intorno sanno prendersi. Da Nico che, dopo aver restituito alla terra i suoi frutti (accuratamente fermentati e resi utili dalla presenza massiccia di alcol) solleva il capo e sicuro sa cosa rispondere agli accadimenti: "passatemi una birra". E’ come se l’elettricità nell’aria si fosse dispersa o meglio ancora se l’avessimo catturata e fatta nostra, convertita in energia. In quel momento quell’uomo ha scelto di non piegarsi, di non lasciare una vittoria sul campo ma di strapparla e portarsela a casa. E ha trascinato noi con lui.

Ed è di questo ed altro che, palmo a palmo, si erigono imperi di attimi vissuti, pile intere di vita che san seppellire i cumuli di sciocchezze che, ammettiamolo, in molti ed anch’io erigiamo.

Rimango ancora qui, fiero, a resistere.


Poggiare

Mi è caduto lo sguardo su un angolo della camera, qui a casa di mia madre. Anni fa stava un topolino, uno di quegli orridi pupazzetti di pochi centimetri che, davvero, non so perchè piacciano alle fanciulle. Diamine, sono davvero orribili. Fatto sta che mi era capitato in sorte di riceverne uno e di poggiarlo lì, di vedetta sui tempi che correvano, che io ero di fretta e andavo. Oggi mi sono ricordato di lui e mi sono accorto che s’è perso, ha abbandonato il suo posto, considerata conclusa la sua missione. Non sta più di guardia a quei tempi che mi stanno a cuore per contratto, che albergavano in quel mio cuore contratto. E mi sono imbattuto ancora i binari, in visita come ad una vecchia zia, a perdermi in quei tempi morti di camminate fino agli estremi, alle panchine arrugginite, ai confini che si scontornano nella campagna intorno, linee gialle che si interrompono, banchine che muoiono fra la ghiaia e l’erba tutt’attorno. Tempi vissuti fra mattini che cercano di risvegliarsi, anticipi grandi da riempire lungo i binari di pensieri ed i soliti sogni. E notti ad aspettare treni e giorni a fuggirli e di stazione in stazione, di giorno in giorno, scomposto, stanco e pur sempre col mio bagaglio di pensieri appresso. C’era una vita lungo i binari e lì l’ho lasciata, in questo oltre che mi vede distante dai ricordi. Come liberato. Il topolino l’aveva capito ed è andato, ha preso il suo di treno. Forse torna a casa, a quella stazione dove lei ed un vestito azzurro me l’avevano affidato, a quel giorno davanti alla commissione d’esame. Io a dire il vero non avevo granchè attenzione o tempo per la commissione; un po’ guardavo lei ed un po’ pensavo alla bottiglia di Tequila che mi aspettavo nel bagagliaio della mia punto granata. E credo fosse quello essere maturi; saper fingere che quelle due prospettive fossero importanti e a me care.


Incontri

Non sapevo come iniziare, come riprendere il discorso; non trovavo le parole e quindi
dapprima tacqui. Mi sedetti sulla panchina a fianco della tua, un paio di metri a

separarle. Mi rifuggiaia in quelle prime norme d’educazione che m’avevi donato e

trovai di conseguenza le prime parole che furono: "Come stai?". "Bene" risposi, "e tu? Ti trovo invecchiato".
Non me l’aspettavo, lo ammetto per cui mi ci volle un poco per controbattere "senti un

po’… sono passati vent’anni e lo sai che il tempo sa fare un lavoro paziente,

continuo. Ti mordicchia con pazienza, chi può farci nulla. E comunque anche tu sai,

non mi sembri un fiore". Ma tu avevi la risposta pronta "considerata la mia situazione

credo di stare molto bene, tu invece hai la faccia di uno che si è alzato male". Il

dialogo iniziava a scorrere e questa pausa fu meno lunga delle precedenti "è ovvio, il

mattino mi da sempre una brutta sensazione; è un tempo cieco, incerto. Non si muove e

l’aria pesante ti pesa sulle spalle". "E tu ti rifugi in ore che ti fissano meno negli

occhi, in notti che si disinteressano di te, che non ti interrogano come il mattino

per sapere che cosa vuoi farne del nuovo giorno. Rifletti.". La mia replica si fece

serrata: "Ho concentrato anche troppe riflessioni, ho visto a lungo il mio viso ed il

tuo nello specchiarsi mio e di nuvole rosate in laghi dal fondale verde o su

specchiere di stazioni abbandonate. Ho riflettuto troppo e corrotto gli oggetti

intorno a me costringendoli a farlo. Ho accompagnato gesti con mazzi di pensieri e

tutto ne è stato rallentato, e se tu credi che non sapessi trovare un obiettivo ad

ogni nuovo giorno tu allora, sono certo, stai rinunciando di proposito a vedere ciò

che non puoi ignorare, che fosse di ogni risveglio e confermato di minuto in minuto il

proposito di giungere al qui ed ora, a queste panchine. Il precipitarmi determinato a

questo incontro. Ma ho voluto fare il giro lungo e non so perchè". "Perchè, in fondo,

anche se non saprai perdonartelo mai, hai voluto vivere prima di venire da questo

vecchio. Sei un giovane stanco che ha voluto trascinarsi per quelle vie, come il

ragazzo che si fa mandare a prendere il latte e passa prima dal parco a trovare gli

amici e con strazio li fissa sapendo di potersi concedere un saluto veloce, passa e va.
E’ inevitabile quel tuo volere" "Odio le cose inevitabili" dissi mentre lacrime bussavano ai

miei occhi, pensando forse di trovare aperti quei cancelli che erano serrati. Sapesti

tacere per quell’attimo che mi serviva prima di chiedermi "e la zia? La vai a

trovare?" "Si" risposi sperando di essere sincero, d’infondere realtà nelle mie

menzogne "ci sono stato l’altro giorno. La rivista era sullo scrittoio, aperta dove

aveva interrotto la lettura ma lei dormiva. Credo stesse sognando, era rivolta alla

finestra e credo sia la prima cosa che avrà visto al suo risveglio. Ho lasciato i

cioccolatini alla signora che la guarda e ho scritto un biglietto". "Che fra l’altro

era penoso" mi interrompetti con gentilezza. "Mi sento tanto in colpa, così fallibile"

confessai. "Desideri senza saperlo fare, ti arrabatti con ciò che hai. Pensieri

confusi, sensi di colpa ereditati, cattive interpretazioni di consuetudini desuete.

Stai facendo un gran casino, seppellendo la semplicità di scelte facili, chiare e

luminose sotto a cumuli di pensieri e soprattutto di paure. Se lasci che riemergano

vedrai che tutto sarà d’improvviso lampante. Basta capire, vedere, ciò che conta" e

ripresi subito "come oggi. Tu desideri ancora quelle vie e ti servirà ancora tempo per

capire che farne; tu va, impara, sappi cercare". "E tu mi aspetterai qui?" chiesi

tentennante. "No" fu la risposta, decisa ma non cattiva. "Io lo sapevo ma volevo

chiedertelo". "Non ti preoccupare, ti voglio bene. Ora va". "Ci provo", furono le mie

ultime parole prima di alzarmi da quella stupida panchina.


Strano profumo

Tu si che sei speciale, ti invidio sempre un po’ Vasco in cassetta, noi ubriachi in macchina. La punto rossa ha quello strano odore che nessuno sa spiegare. Ciao Laso, che fine hai fatto? Ci si ribecca ancora? L’ultima volta ubriaco al ristorante che in mutande mi tiravi una scarpa… tutto è uguale. Lo faremo mai quel coast-to-coast? Io darei un braccio per farlo, magari non uno dei miei ma diamine, ci sto. Ditemi quando e me ne fotto di tutto. Sono poche le cose che contano e se mi venite a chiamare ci sono. Sempre. Ora è il signor Kronenbourg che chiama, forse solo la maschera di uno di quei momenti in cui hai riso tu di me.

Dimentico tutto ma non certi momenti. Quelli sono tutto ciò che io sono. Lascia stare che ho qualche anno in più, meno male che c’hai ragione tu, io sto uguale…

Massì lascia stare per davvero che ho qualche anno in più, mi rendete sempre uguale a com’ero. E mi piace.


Parole e vicoli

Il tempo se ne va
ed io non ho fatto niente;
il tempo se ne ritorna,
ed io non faccio niente

Cantavi per le strade, nei vicoli della Bologna medievale. Ed io sono un po’ con te, fratello che m’hai preceduto. Torno ad essere Vagantes. Dal mercoledì che c’è riunione e pronuncio certo le parole "tornerò a casa presto", il giorno dopo devo sbrigare delle pratiche all’ufficio Erasmus. All’uscita, dopo la birra offerta dal gestore, allo scoccare delle cinque le gambe mi cedono sull’uscio. E di nuovo a casa di Carmine, a volte la notte non basta e la si prolunga al mattino. Via verso l’università, Marco che mi offre Marsala a celebrare il risveglio e non ho cuore di rifiutare. E poi festeggiamo a nostro modo, con le nostre Tradizioni di corporazione all’antica. Il giorno dopo via verso Pisa. Venerdì, sabato e domenica scorrono in quella parentesi. Senza voce eppure a discutere. E poi se mi fermo un attimo c’è sempre il buon Carmine ad incoraggiarmi il deretano. Bei giorni ed un rientro solitario di notte e treno e passeggiare per la Torino di notte e poi cadere sul letto con ancora i sogni a boccheggiare, a rifiutare il sonno, a rincorrere quel filo che tu, più secoli fa di quanti mi vada di contarne, stendevi mentre te ne andavi per i vicoli bui, avvinazzato e non ancora sazio. E pratiche per la partenza ed incombenze di questa nostra Corporazione si intrecciano. Imbastisco le trame di giorni verdi ed oro che proseguono e contemporaneamente sciolgo gli ormeggi. Torno al mio passato, al nostro essere Vagantes. Perchè, lo sai, non sapremo mai cambiare.