Della morte

Domani è il compleanno di una persona a me carissima. Auguri.

Domani è l’anniversario della morte di un ragazzo, Sergio Ramelli. Uno studente delle superiori che ebbe il torto di dire quanto fosse sbagliata la violenza delle BR in un periodo in cui certi ragazzi andavano in giro a bande di venti, trenta gridando che non era reato ammazzare un fascista. Dopo quel giorno cantavano nei loro cortei: "Tutti i fascisti / come Ramelli / con una riga rossa / tra i capelli".

C’era chi era tanto convinto di avere ragione che considerava la violenza un piccolo prezzo da pagare o meglio neanche un prezzo ma un premio. State sempre attenti alla vostra sicurezza, a quel vostro senso di superiorità perchè pochi anni prima che voi, miei coetanei, nasceste, dei ragazzi di neanche vent’anni vennero uccisi per le loro parole.


Io sono bravo. Io lo sospettavo, voi lo sapevate?

Altro che guardarti inciampare in parole di seta, svolgere riccioli già sciolti, cercare quarti di luna in pomeriggi ciechi. E’ che non ce n’è, non ce n’è… il problema è solo trovare i sensi, i profumi. Intensità laddove ritraevi lo sguardo annoiato.

E’ che mio padre si sdraiava sul divano ed ora ci sono io ad annoiarmi guardando macchine che corrono in cerchio.
E’ che per questo Toro non è ancora l’anno buono.

Poi incontro un’altra vicina. Entra dopo di me, l’aspetto per non farle
perdere l’ascensore. Pelliccia nera, pesante, a sfidare questo primo
calore. Frasi mordicchiate e lasciate lì, "ma vive nel palazzo?" –
chiede. "Si", rispondo. Poi più nel dettaglio, a frugarmi la vita: "a
che piano?". "All’ultimo", butto lì la frase distrattamente, senza
darci peso, come fossero solo suoni e non parole e lei, che invece sa
sentire e non solo subire i suoni, mi risponde "bravo".
E diamine, sono contento. Sorride. Anch’io. E capisco che questo nostro
parlare non è privo di senso, di sapore a saperlo cercare, a darci una
leccata. E così scendo felice da quello scatolotto di metallo che va su
e giù a comando. La vecchia nel suo appartamento al primo piano, io,
che sono bravo, al sesto. Diventa anche più facile invecchiare in un
giorno così.

Mi sembra di essere stato in vacanza in questa settimana, a dividere
casa con Ciube per cinque giorni. A girare con lui, a grigliare a casa
del Capo, a farsi tre giornate di Goliardia. In attesa delle
matricolari di Pisa, Bologna e Torino.


Un punto

Così magari capita che l’appello è alle 8.30 e tu passi alle 16.30, pazienza.

Davanti al palazzo incontri quella vicina che, beh, non perde occasioni per rompere i coglioni. Quella che si lamenta per il rumore che fai alle nove ed un quarto di sera. E si mette a parlarti. Di un marito che è lì accanto e non sa più trovare l’ascensore nel palazzo (Alzhaimer), di un figlio morto a vent’anni, di un medico che ti chiede centocinquanta euro ad ogni incontro. Di una vita di sacrifici per arrivare qui, a quest’adesso. Ti guarda.

Ma che cosa puoi dire, che cosa puoi rispondere?

Cerchi di crescere, di continuare e continuare a farlo ma c’è quel punto in cui non hai proprio risposte; ne improvvisi una magari, cerchi un sorriso. Desideri forse, che strano davvero, di avere più tragedie nel tuo curriculum perchè non ti va che ci sia chi così ingiustamente ne ha più di te. Però alla fine accetti che c’è quel punto che non sai affrontare, risposte che non sai dare. Rimani un ragazzino inutile in un ascensore stretto, mentre le frattaglie di tragedie si consumano sotto questo tetto che non sapevi essere così grande.

Bah…


A Torino

Mi è arrivata una proposta via mail che ritengo interessante e dunque condivido:


Lo hanno fatto a Londra, Zurigo, etc. perchè non a Torino??
E non vogliamo essere i primi in Italia a farlo?

BATTAGLIA CON I CUSCINI!!!!

QUANDO: venerdì 9 maggio, h19.00.
DOVE: Piazza Carlo Alberto, di fronte alla Biblioteca Nazionale.

COME: Ognuno porti un cuscino (possibilmente di piume), poi via con le
danze: 10 min in cui ci si darà ‘battaglia’.
Ovviamente si deve ‘combattere’ solo con chi ha un cuscino, i passanti
dovranno essere lasciati in pace.

E POI? Poi dopo si va a prendere da bere da qualche parte.


informate gente, informate


…una risposta arriva

Qui non parlo di politica e oggi che vincesse Veltroni o Berlusconi credo l’Italia non sarebbe precipitata incontro a chissà quale tragedia ma oggi è successo qualcosa di importante, forse, non è certo, non avremo partiti dichiaratamente comunisti in parlamento. L’estremismo di sinistra ridotto ad una minoranza simile nei numeri a quello di destra. La risposta ad una parte politica che non ha mai saputo fare i conti con la propria storia; affrontare i fatti di un’ideologia che nel mondo ha portato centinaia di milioni di morti, che in Italia ha visto partiti sottostare alla volontà di potenze straniere, ha visto bande partigiane comuniste trucidare partigiani di altri orientamenti, un terrorismo che ha martoriato per decenni le nostre strade, ha visto le foibe e soprattutto la loro negazione per sessant’anni. Fino a due anni fa ci sono stati atti di violenza contro chi cercava nelle università di parlare di questi temi e il dichiarato fastidio dei politici che sostenevano questa ideologia. Aldilà delle colpe la cieca negazione, il cieco ritenersi superiore ed ignorare le proprie colpe, il proprio anacronismo è stata la regola. Abbiamo un presidente della Repubblica che ha dichiarato che fosse giusto reprimere la ribellione di Ungheria usando i carri armati sovietici contro la folla. Oggi sono più leggero. Non viene cancellato il male che è stato fatto, che se andate a scavare nei racconti dei vostri nonni o genitori troverete nella storia della vostra famiglia come della mia. Però si può uscire e pensare che oggi il Paese ha fatto finta di guarire da uno dei suoi tanti mali. Per un giorno solo, è abbastanza.

Le persone dapprima dichiarano il loro amore per la Democrazia salvo poi offenderne il frutto e la maggioranza degli elettori.


Minuti, sale, parole. Troppa roba insomma.

Minuti oleosi, che scivolano piano. Cadono dalla mano e giù sulla strada.
Dov’ero se ho scordato quei colori, quelle cucine sporche, le piazzole strette, i cieli freddi di quelle estati.
Vorrei una pioggia così piena, così certa da essere sempre uguale; lasciarci le cose per poi ritrovarle, ma senza la voglia di cercarle.
Sai, me ne sono andato. Forse è che avevo da fare, forse che non m’andava o invece che da fare non avevo nulla. Se li pensi mali diversi sbagli,
solo diversi nomi dati alle proprie paure, al proprio pensare. Come si potesse abbracciare il mare senza sentirne il sale. Si hanno idee sciocche
sotto ai vestiti stinti e le scarpe rotte. Si hanno questi malanni di chi si è fermato un attimo a pensare, a scegliere una strada. Ti ritrovi
divorato dall’edera e raggiunto dai compagni di viaggio, fantasmi esuli in una vita che più non appartiene loro. E nel tuo sorridergli ti rendi
anche tu esule, ti distrai dalle radici che brancano le tue caviglie, dalla stanchezza che brama le tue ossa. Non c’è strada, non c’è desiderio,
serve solo alzarsi e continuare; un passo avanti ad ogni confronto, un passo avanti ad ogni considerazione. Qui dove gli occhi non hanno colore.


Domande

A volte ti fai delle domande.

Tornassi indietro entrerei in Goliardia? Si.
Vorrei che qualcun altro potesse avere ciò che io ho avuto? Si.

Non sono tutte le domande e non sono tutte le risposte ma sono una porzione di quel tutto. Di quell’amalgama. E venerdì tre ore di sonno. E sabato una giornata dal pomeriggio alla notte fra Monteu, Brandizzo, Leinì. Una bella giornata, spesa nella mia tranquillità semi-dormiente. E’ uno stato non spiacevole quello del dormiveglia e mi sono trovato bene in compagnia. Anche se sono rimasto sobrio!


Un unicum

Trovo alienante e liberatorio rimanere qua a mangiare cipolle rosse crude, ad ascoltare Rosina dammela, attendere che vengano a riparare il boiler le cui perdite ho intrappolato in un meccanismo primitivo ma funzionante impedendogli di sfogare l’istintivo natuarale di lavar questo sporco luogo dove in cucina giace il sedile del passeggero della mia Punto granata. Perchè bisogna capire da cosa non separarsi cosa è importante; spesso la risposta è quella sbagliata. Io ci provo con la mia.