Gli anni

Sedici anni dopo riesco a contattare un compagno delle elementari. Anno 1988, scuola elementare Cesare Battisti, Torino. Nella mia vita, nei momenti bui ho sempre visto che almeno di un aspetto del mio destino non ho mai potuto lamentarmi: delle amicizie, forti ed importanti. L’altro giorno ho risentito quel primo tassello, quel mio primo migliore amico. Mi sono commosso. E’ in programma una birra per la prossima settimana.

Per il resto è in arrivo il secondo numero di ioProgrammo su cui dovrebbe uscire un mio articolo.

Poi ripensavo, con malinconia, a certe sere in Goliardia (ed il tempo oblia un poco i tanti momenti brutti o difficili). Poi trovo una vecchia foto. Certe cose non potranno essere come un tempo. Ma in fondo è il senso di tutto; mutamenti, nuove ricerche. Tenendo stretto ciò che si può e recuperandolo. Lasciando andare il resto quando è il suo tempo, non senza aver riservato un pezzo di quel cuore che si fa sempre più affollato e più gonfio.

Ciao Stefano, Ciao Punta da me, Federico, "Cinofilus ecc ecc ecc, Servo di Punta". Per sempre.

Perchè certe cose non cambiano.

Cantavamo:

ti ricordi se capiterà che non c’ero
che i cieli sono tutti distanti

Ma forse quella distanza non è così grande se sai guardare nella direzione giusta.

Amici e compagni di scuola

Serata con gli amici, fra una birra, una partita a grass ed il solito ineluttabile mare di cazzate ci si guarda compagni di scuola, film di una ventina d’anna fa credo che parla di un ritrovo di ex compagni di liceo quindici anni dopo la maturità. Presenti il solidissimo compagno di classe, il capo, e l’amico che avevamo introdotto in laboratorio facendogli guadagnare il titolo di membro onorario della suddetta classe: Mitch. Sono film che ci sono passati davanti agli occhi per forza qualche anno fa, ospiti fissi dello scarso palinsesto d’allora. A rivederli ora è tutt’altra cosa, si capiscono le implicazioni, le emozioni. Si sente la vita che canta o balbetta ma continua la sua esecuzione fra matrimoni, divorzi, successi, fallimenti, destini generosi od impietosi. Ed è inevitabile calarcisi. Fra compagni/e che ora fanno mostre d’arte o vivono in emilia-romagna o studiano o lavorano o son spariti dal mio radar. Si ripensa alle voci, ai compagni che stanno assieme, a quelli che lo sono stati; a cosa attende quello, dove farà il dottorato quell’altro. Verso la fine viene fuori il nome di una Maria Rita. Come la prima compagna di cui mi sia mai innamorato. Che fine possa aver fatto non lo so. Ed è strano pensare a quel ricordo appiattito fra gli altri, non meno vivido di quelli molto più recenti che, stranamente, mi paiono più eterei, quasi scomparsi, giochi d’ombre sulla tela d’una vita spesa quaggiù, separato dalla mia testa, perenemmente fra le nuvole. Grazie a tutti, compagni d’ogni di tempo.

Dovunque

Dovunque vada mi porterò dietro questo mio essere e il bisogno che avverto, dentro. Ho bisogno di avere un figlio. Cioè in realtà sento questo bisogno da quando ero bambino. Un motivo c’è, non ero solo un bambino strano. E’ che un motivo c’è.

Punto rossa, firme, malattie

Un centinaio di migliaia di chilometri. Eppure sembra ancora fresca, piena di entusiasmo, Pare ricordarsi meglio di me quei sabato mattina sulla salita che porta al castello e poi al liceo Darwin di Rivoli. La coda, il sole in faccia, le compagne cui dare un passaggio. E poi le fanciulle (poche :) ) sul sedile. I parcheggi nel bosco, le cassette, le zanzare che entrano in macchina, che in due si stava benissimo e non si era disposti  affatto ad accoglierle, a condividere. Stelle e grilli eran più che sufficienti. E l’autoradio, di quelle a cassette, di quelle vecchie. Spegnevo il quadro e l’autoradio continuava ad accompagnarci. Ed oggi la riprendo questa vecchia macchina ed infilo una altrettanto vecchia cassetta, Samurai 3 (live da una serie di concerti dei Guns n’ Roses in Giappone). Ripenso al momento lontano in cui devo averla estratta dall’autoradio e a tutto il tempo che è passato mentre rimanevo ferma, bloccata sulla stessa nota, pronta a riprendere da lì incurante del tempo trascorso, degli eventi, dei cambiamenti. E’ strano come una musicassetta possa essere più stoica di me. Non sono lo stesso che si sbellicava nei ritorni da scuola in pullman, che viveva ogni giornata di scuola come una condanna infinita alla noia ma anche come un’avventura al limite del parossismo; fra le altre cose per quei quindici minuti di intervallo in cui mescolarsi a migliaia di altri studenti, avventurarsi in quel cortile affollato dove tutti fumavano (sembrava l’avverarsi del sogno senza pudore di un signor Philip Morris qualsiasi) o spingersi dentro la stanza che costiuiva il piccolo bar; allora sembrava un mondo intero. Tutto ciò che poi era fuori dal recinto dapprima della scuola, poi di Rivoli, Rosta o Buttigliera sembrava l’assoluto, l’inesplorato. E spaventoso sentivo il dovere di cancellare quell’hic sunt leones dalla mappa delle mie ignoranze. E poi fu Torino prima grande e poi stretta e poi i viaggi portarono sempre un po’ più là, troppo tardi dentro ai parchi o fino alle coste dell’oceano e la magia si sciolse a furia di voler scavalcare, di voler sbirciare dietro le quinte. Mi accorgo di avere ancora bisogno di confini, di Californie inesplorate. Di quella frontiera che si sdraia sull’orizzonte, quella grande, bellissima sceneggiatura di sfondo che copre l’orrore, del già visto, del noto.

E pensare che il mondo era fatto di ragazze misteriose, esotiche, appena intraviste che avevan fatto giungere la voce che Due di due fosse da leggere, ed io l’avrei fatto anni dopo, lontano da quella salita assolata, da quell’andarmene a scuola e poi a zonzo per la vita, a svoltare gli angoli, a vedere quel che c’era. E ne ho viste di cose. Ora è che mi sembra non ci siano più angoli!
 
Ma ora firmerò la cessione della mia vecchia punto rossa che in questi anni ha usato mio fratello (massi, quella storia per cui la rubarono e quando la ritrovai ne avevo acquistat un’altra macchina). Beh ma questa influenza sta passando, ed è ora di tornare a vedere chi c’è là fuori, conservando un po’ di posto qua dentro per quella mia amata prima macchina, per tutti coloro che si sono posati su quei sedili (o sul tetto o nel bagagliaio) e hanno vissute con me quelle mille esplorazioni. Qualcuno ha voglia di esplorare con me o vi limiterete a sorbirvi i miei racconti?