Un segreto che non voglio imparare

E dormi. Come se fosse silenzio, come se si potesse mettere a tacere un universo di forme in movimento, di tracce congelate, di ricordi che piovono a passi brevi e nervosi. Valanghe di cartoline: bagnanti prosperorse, risate, viaggi lunghi come serpenti, accanimenti su pinte indifese, disperate ritirate da rifiuti troppo immaginati per essere vinti. E tu ci riesci a dormire, a lenire il dolore sottile di percorsi che ingialliscono, di immagini che smettono di inseguirti. A me tempestano gli occhi, occupano le mie finestre. E’ che vivo per quel brivido che, so per certo, troverò appena più in là.

Grovigli

Se vieni a raschiare la porta, ti riconosco. E’ quel rumore che fai, come il dondolare di una mano in un piatto di lenticchie. Il solito dubbio della sera, ritorni ad infilarti in attimi e soste, vieni a sorprendermi giocare con le mani in tasca, fra vento e sabbia, mentre accarezzo la conchiglia raccolta da bambino, appoggiata fra i suoi occhi chiari e la gonna troppo corta d’un passato che sembra sfondo, scenografia d’un addio. Ad un dubbio, ad un pensiero non posso che aprire per offrirgli il groviglio di trame che si scontrano e s’accortacciano in me, chiacchieriamo sognando pinte di birra di Colonia.

Come se potessi, come se sapessi

Io mia nonna, mi ci siedo vicino. Non ci sono parole e sto così, qualche sorriso. Me lo perdona l’impudenza della mia gioventù. Era così anche prima poi. E come potrei spiegarlo quel profumo. Marmellata, orto, campagna. Quei colori, che non hanno bisogno d’esser vivi per esser forti. Quella poltrona, vecchia si, ma grande. E se fa rumore quando ci si siedi non è forse la compagnia. Un po’ di compagnia che c’hanno lasciati tutti, proprio lì. Appoggiata con cura. Come se sapessi, capissi ed infine potessi spiegare. Non lo so, ma credo sia su certi silenzi che si costruisce quel piccolo tesoro attorno a cui poi fortichiamo la nostra vita, il nocciolo di tutto, e quel tesoro ha anche forte il sapore di mia nonna.

The Scoppiato Group Project: Dossier 3°

Facciamo informazione perchè siate pronti al suo rientro nel suolo patrio:



Nome anagrafico:
Giorgia (Giorgì)

Nome in codice: La balenga cronica cazzovaiafareinrussia
Nome GIUVIELLO: – Non assegnato – (ma ci starebbe bene Balengozzamente)
Segni particolari: Cioè. A parte che appena la conosci va giù di ginocchiate nelle palle a volte è tanto balenga da riuscire a far pensare che lei abbia un cervello e sia un essere pensante. Tutto questo viene smentito dalle sue decisioni: come quella di andare in Russia. E’ una strana forma di vita, in verità poco credibile, però nonostante i suoi tentativi di suicidarsi a colpi di Vetril arranca nella scena dell’evoluzione umana (incidente di percorso o sabotaggio alieno?) ed è motivo d’orgolio per noi!
Blog/sito: http://cid-8dcd2935408ad0b8.spaces.live.com (ma che cazzo di indirizzo è!?)

Consiglio di ripassare le puntate precedenti:
La scoppiata
Alf

Avete presente American Beauty, la scena in cui il ragazzo mostra alla vicina la sua registrazione del sacchetto di carta che volteggia nell’aria; quel sacchetto che poi è ripreso nel finale quando una voce parla del fatto che a volte ci sia troppa bellezza nel mondo. Ecco a volte mi sembra ci sia troppa tristezza, troppo dolore, troppe solitudini strascicate. Non è un dolore come quello che provi per te stesso; quello è curabile, accettabile, se non altro con paio di schiaffi dati a sè stessi. Ma il dolore che vedi negli altri a volte colpisce e non c’è modo di lenirlo. Come la sensazione di essere testimoni di furti perpetrati ancora e ancora, a quelle persone cui è stato tolto e cui si continua a togliere. Quel dolore scivola sotto i miei piedi ma a volte si arrampica sul mio corpo e viene d’improvviso a togliermi il respiro. Quell’odore di solitudine che circonda troppa gente. Persone che attendono. Persone cui sono rubate le emozioni. Non lo so. E’ che è difficile. Disse il vecchio crepulone divorando il suo pasto mentre fuori dalla soglia i servi si lottavano gli avanzi coi cani.

Fili

Questi fili che mi legano, ci legano ad ogni persona. Con questi fili c’è un rapporto complesso, mi ritrovo a riannodarne malavoglia, spinto da doveri ereditati. Li mastico, li strappo, li tessisco. Ci ritorno e li semino. Alla fine però torno alla mia Tana e mi chiudo la porta alle spalle lasciandoli fuori. Perchè rimango un animale ferito e di conseguenza, spinto ad essere feroce.

Mi torna in mente Fili, da quel gran album che è La morte dei miracoli di Frankie Hi-Nrg.

Torno a guardare la strada, a sentirne il sapore sulla lingua, a correre dietro a Fata Morgana.

Immagino di scrivere cronache solitarie, di perdermi in città dai colori troppo tenui, incapaci di definirsi, di trattenere parole per via di cieli troppo vuoti, che non si conoscono ed in cui non so che cercare. Ritorno a cercare soluzioni ne La morte dei miracoli. "Cercando che sia vero" che carceriere di me stesso con la chiave in tasca invoco libertà. E’ che dovrei sapere poi cosa cercare per darmela.