L’adattarsi delle tradizioni

Il Natale in questi anni ha perso il suo fascino, il suo appeal. Quell’ansia di scartare regali, quella vigilia insonne… it’s gone baby. Quest’anno non li ho neanche aperti, li ho restituiti i regali. Lo ripongo quel fascino per quando ci sarà qualche bambino che scorrazzerà per casa. E dubito che sarò io, questo dannato Tempo ha imboccato un senso unico. Ma in questi giorni ho una mia tradizione, che condivido con le persone care. Gesti ripetuti negli anni, cui si intrecciano ricordi, si sovrappongono gli anni scorsi a quello attuale. La mia tradizione è la spesa per gli alcolici di capodanno. E’ un momento magico, colmo di entusiasmo, di speranza, che ci raccoglie tutti, stretti attorno ad un progetto. Io lo trovo un momento davvero ricco di emozione. Ricordo il ritrovo col Cotto due anni fa e le corse fra gli immensi scaffali della Metro, ricordo le prime sperimentazioni all’Auchan, gli amici che si affidano a quella nicchia di alcolisti che noi siamo, che ci lasciano questo compito e noi che ci lanciamo su come cagnolini affamati. Bei momenti, ho l’immagine dei gusti che cambiano e si affinano degli anni accompagnati dal disfacimento dei fegati. Ho ancora negli occhi quella bottiglia di rhum, in quel capodanno di tanti anni fa e quella ricetta, da noi modificata nella proporzioni, che avevamo stampata in testa come la mappa di un tesoro. E’ magia, è commozione. E’ la mia, la nostra Tradizione.


You and me

Nello squallido paese valsusino dove m’è toccato di passar parte della mia vita c’è una gelateria: You and me. Quello è il posto dove avere sedic’anni e portarsi una fanciulla con la quale ti districhi fra la prima e la seconda base, raggiunta la quale festeggerai con gli amici facendo una colletta ed acquistando sigarette e qualche birra. Questa è la vita, il resto è una patetica imitazione. C’è troppo starsene seduti ad aspettare, me ne accuso anch’io. E così esco, magari è un giro senza senso di un’ora o meno. Ma scopro che a Santo Stefano nei paraggi è aperto solo lo You and me.


Grembiuli

Eravamo bambini assieme, ricordi quei grembiuli uguale che avevamo. Fianco a fianco, sempre. Tranne quando commettevo i miei sbagli, mi nascondevo dietro ai miei egoismi. Non abbiamo avuto le stesse possibilità, le nostre vite si sono allontanate, spinte da venti differenti. Mi manca quell’esserci vicini, sai. Ma oggi eri contento. Io a volte non lo trovo giusto ma che posso fare se non prendere ciò che mi viene dato e magari lottare un po’ di più. Con te così vicino al mio cuore, ora che fa freddo che… che a volte mi sembra di rivederci con quei grembiuli. Ci ricordi bambini?

Io che non so più se sia importante sapere se sono felice o no. Un giorno tornerò a sapere cos’è importante, che cosa mi manca.


Lunghi marciapiedi

Una luce lanuginosa abbraccia il fondo della via, al di là di questo sole pallido in questa piccola via; è il modo di Torino di sussurarti. Cammino lentamente, non solo per riprendermi dall’ultima sbornia, è che voglio lasciare lo spazio alla città per insinuarsi dentro me. Passi lenti su lastroni di pietra spezzati, lisi. Per queste vie che si possono tramandare: erano tue, sono state nostre, son mie. Cammino lentamente per entrare nei muri, scivolare sotto alle vie, Torino sa farti parte di sè, lasciarti posto. Io questa città l’amo.


It’s so easy

testo senza senso
E’ così facile sbagliare.
E’ così facile non fare nulla, disteso nel tuo giardino.
E’ così semplice guardare dalla veranda quegli imbecilli che cadono per terra, che vorticano mentre tu dici di no alla birra che ti porge quella sgualdrina, quella che hai comprato al mercato con la promessa di una biglietto su una nave che non sballonzoli troppo. Fuori fa freddo e quando ti sdrai per terra il freddo ti penetra nella schiena. Ci sono cocci, qualcuno deve aver lasciato cadere una birra, io custodisco gelosamente la mia. Poi la sgolo, la butto. Fuori alla fine dei fatti si dura poco, ma ci si diverte un casino.


Ritorno (ma mica per scherzo come le altre volte, c’entra quasi ‘sto titolo)

Mi sorprendo a chiedermi quanti the abbiano concluso serate trascorse davanti a Friends, quante lattine di birre si siano accumulate ai piedi del cestino stracolmo. E’ ripresa la vita lisa, consumata ai bordi che facevo prima di lavorare. Eh si perchè in questi settimane ho finito di lavorare e sono stato stato a pisa qualche giorno, ospitato da una casa di gentili fanciulle. Proprio lì alla mitica Casa Burlacchini dove Giovanna ha ceduto a me e a Giorgì la "favela". Sabato grigliata in montagna, passaggi in macchine, cibo, compagnia. Tutto regalato. Vivere della generosità di qualcuno. Strano. Bello. Ma sono di nuovo qui. Dove stavo quando annoiato e curioso mi ero lanciato nell’esplorazione di un mondo diverso dall’università. Mi andava. Ed ora eccomi nella camera che torna sporca, nella casa ed i suoi difetti e con una feluca che domani sera m’attende.


Generico bere

Ritorno da Catania, dalle lunghe passeggiate su e giù per via Etnea, le pause sedute in piazza Duomo, i momenti a respirare piazza dell’Università. Visitatela se vi riesce. Sentivo un’aria diversa che in altre città ma no, non aspettatevi di vedere qualcuno con il casco in testa o la cintura di sicurezza allacciata.

La sera, l’impulso irresistibile mi ha portato in pellegrinaggio ad uno splendido pub. Ci andavo a cercare quel senso di familiarità diffusa che è atomizzata davanti ad ogni bancone del mondo, dove credo di sentirmi nel mio mondo. Un po’ è così. Mi ci muovo. Però alcuni pub, arredati con stile impeccabile, te li ritrovi un po’ finti. Una moda trapiantata di forza, un Huskie triste in un giardino di Barcellona. Alla fine mi ritrovo a preferire un bierkeller condito di scoppiati che la Birreria Forst di Trieste o lo Stags Head di Catania. Ti rendi conto che viaggiando solo riesci a cogliere, anche profondamente, solo la metà di te stesso. Devi ammettere che l’altra metà ce l’hai sparsa fra le persone di cui ti circondi. Hai bisogno di loro per coglierti tutt’assieme.

Ma Giorgia rotola dalla collina mentre Andrea spilla birra a go go e Claudio si accarezza languido la testa piatta. Daniele, sereno, rimane una colonna.

E tutto: introspezione e ricordi lo puoi vedere nella chiave di lettura, preziosa, del bere. Di quel gesto antico, di quel gesto mio, di quel gesto condiviso. E facendo ordine butti via alcune vecchie bottiglie; marche comuni, etichette mezzo strappate. Bottiglie che erano rimaste per anni a cercare di ricordare un certo pomeriggio in cui era nata un’idea, s’era presa una decisione o aveva fatto la sua apparizione nella nostra vita l’ennessimo evento poco probabile. Poi però si sono sfocate, sono tornante anonime nel loro vetro marrone o verdino. Le ho buttate e mi rendo conto di averle perse. E quei momenti che si sono allontanati di soppiatto, approfittando del fatto che ero intento a fare altro. Non tornerà il parco di via Capra, non torneranno quelle tagliate nel parco vicino scuola. Non torneranno i ritorni a casa dai boschi. Però vi guardo e qualcosa a rimasto. A tutti i sopravvissuti, a quelli che erano con me e agli amici che devo ancora incontrare. La prossima birra è per voi (ma me la bevo io).