Il conto

Questo pomeriggio mi sono trovato a Rosta con Andrea per discutere di come andare al Gods of Metal poi lui aveva da fare e ho deciso di fare un salto al parco che si trova a fianco del liceo che ho frequentato, mi avevano detto che era cambiato ed ero curioso. E sul posto ho trovato ciò che c’era ed è rimasto e ciò che è stato aggiunto o modificato. Vecchio e nuovo che si sovrapponevano. E dei ragazzi in quel parco, dov’ero io, come se mi avessero preso il posto prima che fossi pronto per lasciarglielo. Ed è stato inevitabile ripensarmi in quelle giornate di alcuni anni fa, con i miei progetti per quello che era il mio futuro e si è fatto il mio presente. Nulla è andato come immaginavo. Leggendo le scrite sulle panche mi veniva una gran voglia di riprovare quelle sensazioni, innamorarsi come allora, riuscire a perdersi dietro alle emozioni, quelle di allora si, capaci di riempire un pomeriggio. Mi affascina ripensare all’immensità delle prospettive, mentre ora ci si ritrova a fare i conti di ciò che si è fatto e di cosa no.
A me sembra di non essere riuscito ad ottenere nulla, mi sembra di essermi ritrovato solo, avendo perso ciò che avevo e non avendo conquistato niente per sostituirlo, smarrendo le amicizie che avevo per strada. Eppure non riuscirei a dirmi molto triste, la verità non mi ha colpito in volto come uno schiaffo, mi balla intorno da tempo. Quello che mi spaventa, che mi addolora è che non vedo nulla intorno me, nulla da desiderare. Forse vorrei una persona da amare o dei compagni di avventura, qualcuno con cui dividere il cammino. Potrei accettarne l’assenza ma non di non sapere neanche più cosa sognare.

Nulla all’orizzonte.

Ma forse è così che bisogna viaggiare lungo la vita, nudi come quando si è nati, senza nulla da perdere nè nulla da guadagnare. E per quanto sciocco io continuerò a cercare in quest’orizzonte qualcosa, a sognare, finchè, ormai vecchietto mi ritroverò a contare tutto ciò che avrò sognato e mai ottenuto. Eppoi capita ogni tanto qualcosa che risolleva lo spirito, come la chiaccherata che avuto qualche sera fa con Albascura, sperare si può, sempre.

…and I feel lonely, so fucking lonely, so lonely lonely that I could die.
Heartbreak Hotel

Non vorrei essere irrispettoso nei confronti delle persone che ho accanto, mi ritengo fortunato ad avercele, non so se sia colpa di come sono fatto però, è quello che sento.


Oltre il pallone

Nell’attesa di trovare tempo ed ispirazione m’approprio delle parole di "Granata da Legare"

Il Toro non è una squadra di calcio, altrimenti sarebbe venuto a
nausea, come quasi tutto il calcio. Il Toro è un’idea piena di luce e
di rabbia. L’’idea che tu sei sotto ma tornerai sopra, prima o poi, e
nessuno ti trasporterà in alto se non sarai stato tu a raccogliere le
tue forze contro tutto e contro tutti."

Molti di voi penseranno che si tratti solo del vaneggiare di un appassionato ma mi piacerebbe riuscire a spiegare come essere del Toro voglia dire fare una scelta morale: non scegliere di tifare per la squadra che "vince" godendo dei tuffi di Inzaghi in area o dei tocchi di mano di Ravanelli. Significa scegliere di essere dalla parte di chi da tutto, non di che vince, comunque, calpestando volentieri le regole (e quindi la propria dignità). Significa non desiderare grandi campioni ma uomini che sappiano sacrificarsi e dare tutto come dannati.

E questo va oltre il calcio, io desidero vivere con passione, vincere, quello non mi interessa.

Ed è il toro a meritarsi la prima immagine del mio blog:


Rinuncia all’equilibrio e goditi il brivido

Un pezzo venuto davvero male e che non sono in grado di rimettere a posto. Che tristezza, vero?

E’ solo che risulta difficile, anche impegnandosi, non fare caso alla caducità delle cose che ci circondano, al fatto che ogni cosa che abbiamo è incerta e c’è la possibilità di perderla. Tutto quello che conta sembra così delicato, come un bicchiere di cristallo, prezioso e così fragile. Prezioso perchè così fragile. E ci si trova a scegliere se usarlo quel bicchiere o tenerlo riposto nella credenza, protetto anche dalla polvere. Ed è così anche per questa vita, di cui non so bene che farmene. Sono qui a sprecarla fra i dubbi e mille remore, conscio che c’è il rischio concreto che siano proprio questi dubbi a mangiarmela. Oggi guardavo un film e ricordo una scena in cui  un uomo riesce ad avere l’indirizzo di una a cui deve assolutamente parlare. Quel biglietto è fondamentale. Ecco io quel biglietto avrei paura di perderlo. Ed è tutto qui il punto, è che ci sono tante ansie piccole o grandi, c’è sempre qualcosa che potresti perdere fra te e quello che potresti avere. Ed è questa, nella mia povera visione delle cose, quello che lega tanta gente ad un posto di lavoro che non la realizza oppure ad un rapporto un pò spento, che pone un freno ai sogni imbrigliandoli fra i "ma" ed i "se". Sento che anche dopo aver rinunciato a correre dei rischi, essersi circondati da mille piccole certezze non si possa sfuggire alle piccole ansie del vivere, dall’arrivare al fine mese, al finire una pratica di lavoro. C’è sempre qualcosa per cui preoccuparsi, qualcosa per cui rinunciare. Bisogna  imparare a vivere il brivido, accettare di perdere e trovare e vivere questo grande gioco da buoni guasconi, sorridendo e divertendosi. Forse lo troverete ridicolo ma credo che sia tutto qui.


Gitarella di metà Giugno

Per coloro che non fossero stati avvisati per mail o di persona comunico che stiamo organizzando un week-end in montagna (non ad una quota stratosferica, data fra ven 16 e dom 18 giugno), insomma una cosa tranquilla per fare qualcosa di diverso, sbevazzare, chiaccherare, passare un pò di tempo con chi si vede meno o conoscere nuove persone (nel caso non tutti i partecipanti si conoscano reciprocamente). Invito esteso a chiunque, per info lasciate un messaggio sul blog, mandatemi una mail o visitate questa discussione.

Ovviamente tu Alessandro vieni e basta.


Summer of Code

Quest’anno ho scoperto all’ultimo che c’era un concorso, la Summer of Code: Google ti paga per lavorare su un progetto OpenSource. Mi iscrivo e aspetto i risultati che arrivano con due giorni di ritardo. Ad un certo punto leggo che chi non avesse avuto ancora conferma di essere stato accettato era stato rifiutato. Ok, la prendo bene, in effetti non ci contavo più di tanto e poi avevo un mio progettino su cui lavorare. Aggiorno la mail e Google mi dice che sono stato accettato. Uao! Aggiorno ancora la mail dopo qualche minuto e Google dice che c’è stato un errore… Bè… succede, poveracci quelli che hanno sbagliato e che si sentiranno delle merdacce però, uff… avrei preferito non illudermi ecco, sembra una sorta di tortura psicologica. Però sono contento di aver provato l’emozione dell’attesa, ok non mi stavo uccidendo per la cosa, però è stato bello che un’emozione riuscisse a superare questa mia indifferenze. E poi diavolo, si può sempre partecipare a tutti i progetti OpenSource che si vuole, solo gratis!

Uff, volevo postare un pezzo sulla caducità della vita umana ma in effetti non riesco ad aggiustarlo… dovrete aspettare ancora un pò, con il cuore in gola immagino…ù

Ciao!


Mattinate litfibiane

…sento la testa pesante e che stanchezza "Di notte voglio entrare nella stanza dei bottoni staccare tutti i fili delle tue decisioni" che palle, aspetto i risultati di una cosa che sarebbero dovuti apparire ieri pomeriggio, sbadiglio. E mi chiedo: che mi mangio oggi? Ma stasera che faccio. Boh!

"E via il guinzaglio!"


Non è una gran bella visione

Non è semplice rispettare sè stessi ed i propri ideali. Si può anche sbagliare e doversi fermare a riflettere. Rimane il bisogno di sciogliere le incogruenze fra le parole e gli atti, l’impressione che spesso si predichi e non si sappia agire con coerenza (od agire affatto). Si può anche scegliere di mentire. A sè stessi, agli altri. Insomma, la realtà difficilmente è una bella visione. Si tratta di scelte. Ognuno fa le sue. Certo poi quando ci si dipinge in maniera diversa da quello che si è bè… sincerità e coerenza…


Della ricchezza

Tir na nog, terra di Giovinezza.

Per oggi si chiamava così il gruppo che sono andato ad ascoltare in piazza Martiri a Rivoli. Un gruppo in cui milita il mai troppo celebrato Alessandro P. E poi fra tira e molla, dai e dai, complimenti vivissimi ed è così che vanno le cose ci siamo ritrovati, con la sempre più che apprezzata compagnia di Luca G. al parco di Collegno.

Il parco di Collegno è dove Totò ambientò "lo smemorato di Collegno", per chi non lo sapesse qui si trovava un manicomio (da cui la dicitura "il parco del manicomio" per indicare l’odierno Parco Generale Della Chiesa che lì si trova). Ancora meno sapranno che voglia dire per me, quel parco, in che modo vi sia legato. A volte la sera ci si andava con Dano. E poi ero l’11 Settembra ma, il resto, quello che veramente conterebbe bè…

Comunque sia oggi una ragazza in quel parco ci ha mostrato come si suona una foglia. Aveva una tecnica tutta sua. D’ora in poi in ogni prato in cui andrò ripenserò a questa nuova possiblità che mi si è dischiusa, quella di poter suonare una foglia. E penserò a quel momento. E’ così che si diventa eterni, io credo. Ma soprattutto volevo dire che sono queste le cose che io reputo importanti, vivere momenti che concedano un pizzico in più di ricchezza alla vita, imparare, vedere e conoscere queste cose è ciò che arricchisce.

Oltre naturalmente ad avere dei buoni amici. E amici come Alessandro e Luca devo dire di essere sempre felice di averli, anche se li vedo poco (forse è per questo che sono ancora miei amici e non manifestano apertamente il loro disprezzo per la mia persona).


Eterno sognare, eterno rifutare

Eterno perdersi. Dondolare fra gli atri di Beirut e i tramonti di Lione. E’ là che poso l’anima fra infiniti ritorni interrotti dal richiamo del mio profondo. E’ qui che rimarrò, intento a dimenticare i legami che m’impediscono il riposo, che m’impediscono di riporre l’inquietudine fra la lavanda e la superficialità. M’addormenta questo mio sognare, il rifiutare d’abortire volontà e pensiero. Rigetto la possibilità di salvarmi, conscio che non sia una scelta a me accessibile. E’ incolmabile lo scollamento da questa realtà di compromessi e adeguamenti. Non v’è casa nè terra che possa accogliere il mio esistere e pertanto continuo a vagare, sospeso fra la provincia ed il rifiuto, dove sconto la solitudine all’ombra d’un rimpianto.


Memorie

Una bella serata in compagnia di Luca & Alessandro (più noti come Gillus-Virgilli e Panetta). E dunque se io ho passato una bella serata sarebbe forse più giusto evitare di rovinare la vostra con questo intervento, ma ahimè, non sempre la visione di ciò che è giusto è per tutti la stessa. Tra l’altro stasera sono passato davanti alla mia scuola elementare (dalla prima alla quarta), che non vedevo da 15 anni. Ma volevo già scrivere su questo orrido tema, la memoria delle cose. Il problema in verità non è il concetto ma il modo in cui lo esprimo. Per chi è arrivato fin qui però c’è un premio, un’ancora di salvezza. Se vi va di leggere qualcosa di meno arrabbattato e confuso delle mie parole ci sono quelle che trovate sul blog di AlbascurA e per coloro che non sono stati abbastanza furbi da seguire il mio consiglio e hanno proseguito nella lettura ecco la punizione.

Non sei che uno straniero in questi luoghi. Non conosci le memorie degli oggetti che coronano questa scorcio di realtà. Alberi e semplici pietre che sono stati testimoni di baci, i primi, e dolore. Erano con il ragazzo alto, la sciarpa rossa, mentre piangeva abbandonato sulla panchina accanto al tiglio. Ed erano anche con Carlo, mentre seppelliva il suo dolore in altro dolore. C’erano mentre costruivo e disfacevo il mio avvenire così com’è non si voltarono, indignati, quand’ella, unica attrice, volse l’amore d’un pomeriggio di Maggio, completo e sincero, ahimè mai esclusivo a Luca e molti altri. Maggio, il grande maggio ebbro e mai appagato. Un maggio febbricitante che ci colpì tutti. Vibrante in noi, lo ricordo bene. Ed ancora, ipocritamente, quegli stessi testimoni erano al suo fianco quand’egli, il nostro Luca, interrogava pallide stelle sulla direzione ch’avesse preso. Fuggita da amori di cartapesta, amanti opportunisti e i confini della provincia, dall’uno all’altro appena un palmo o poco più. Fuggita ti dico, spiccato il volo mi rispondi? Come puoi dirlo? La conoscevi? Le hai viste le paure dietro a quei suoi occhi verdi? Come un serpente ci ammaliò e ci colpì a tradimento.
Eppure non si saziò, perchè quella sua stessa fame che l’aveva fatta grande ai nostri occhi avevo ristretto questo mondo di tigli e di tagliate ai suoi.Ed ora lei non degna più di visita questi luoghi, carichi di memoria. Ci ha lasciato a marcire in questo museo di ricordi. Le speranze, come sai, spiccarono il volo anch’esse. Quello stesso giorno, puoi dirla una coincidenza? Eppure, ci crederesti? Mi fermo ancora di tanto in tanto ad ascoltare il gemere della terra e a sussurarle parole di conforto "verrà anche per te l’oblio della memoria, fra le nostre polveri dimenticherai i dolori raccolti e che t’ora t’opprimono a migliaia". Non so dire se così sarà. Questo è un luogo diverso da altri. Diverso da quel grande spiazzo che sorgeva a Rivoli e che diventava uno spazioso parcheggio o un campetto di pallone improvvisato a seconda delle esigenze. Ho lasciato la macchina poco lontano e camminato attorno alla caserma che ora lo abita e ho capito che quel prato ha dimenticato. I miei pomeriggi, il grande temporale. I miei sogni di ragazzo. Ma ciò che non gli posso perdonare è aver dimenticato quei capelli corvini. Dimenticare è una mia prerogativa. Eppure sai, capita, di tanto in tanto di inciampare in ciò che, avrei giurato, era stato diligentemente rimosso.


Federico sogna

Questo avrei voluto pubblicarlo qualche settimana fa ma poi ci sono stati un pò di problemi. E’ un ammasso confuso, risultato da un maldestro cucire pezzi diversi. E’ stato scritto tempo fa. Alcune cose sono cambiate, altre no. Altre forse. Ma che importa? E che c’entra?

Federico sogna, ogni sera prima di dormire. E sogna quando si perde nel rincorrere sorrisi già svaniti. Federico e’ quel ragazzo che non sei riuscito a vedere fra il fumo dei ciloni che passavano di mano in mano, nè fra le panchine addormentate nel buio del bosco. Neanche al pub, ancora una nuvola di fumo, fuorilegge, a nascondere il suo viso o forse i suoi pensieri. L’hai perso di vista a quelle feste delle medie dove è solo la più bella che balla. Non sono riusciti a parlargli neppura quando, troppo oltre il suo limite,
vomitava Tequila sulle rive del Reno. Nemmeno io so più dove sia adesso, se sia scappato, se si sia dissociato dall’evolvere della situazione o semplicemente non sia riuscito a sopportare il peso delle perdite, delle cose scomparse sotto i suoi occhi. Federico se n’è andato, è un fatto. Non c’era mentre prendevo decisioni e perfino libri in mano. Se ne è andato ma non credo che qualcuno se ne sia accorto. Cosa ci fosse da rimpiangere per la sua scomparsa non so dirlo. E’ sempre stato un pò fuori dal margine, intento a sbraitare o affogato in silenzi.

Eppure a volte sembrava sul punto di apparire o di restare, nelle passeggiate con Tatiana, le tenerezze con Valentina, nei ritorni dalla palestra insieme ad Alessandro e negli abbozzi di week-end in Francia. A volte penso che Federico possa tornare, riaprire gli occhi e ricordarsi d’essere un guerriero. Per restarsene in disparte, non avvicinarsi a nessuno. "Di me non ti fidare mai" era sera e nessuno lo ricorda ma anche questo è accaduto, anche questo è fra il cumulo dei ricordi dispersi. Ma se fosse rimasto non gli sarebbero sicuramente piaciuti i sigilli nè le piante che lentamente
appassiscono.

Non so dove sia andato, forse in California, lontano dalle nostre bassezze. Principi, li tirava fuori in ogni discussione. Gli mancheranno molte cose, a lui manca tutto. Non rimpiangeva ciò che aveva appena perso ma solo ciò che era già lontano, irrecuperabile.

Lo ricordo su spiagge affollate, perdersi dietro a sederi di tutti i colori, o era il mare che guardava? Non lo so, non era il tipo che avresti fissato. Insomma, capire che pensasse. Io non ci sono mai riuscito. Chi fosse, davvero, l’ha tenuto nascosto anche a me. Che avesse paura o qualcosa da nascondere, che fosse solo troppo complicato da descrivere. Ma lo ricordo anche ridere sul pullman che lo portava da casa a scuola. Gli anni del liceo. Quanto l’ho visto ridere,lui e le sue continue battute. Tante, troppe. Non
riusciva a non spararsi quelle meno buone. Non ne risparmiava nessuna, non si risparmiava ma era così. Il senso del limite, quello non l’ha avuto mai. E poi lui era così, anche uno stronzo se vogliamo. Faceva le cose come gli venivano. Era solo istinto, solo cuore avrebbe detto con lirismo ma più prosaicamente se ne fregava, a volte anche di sè stesso. Come agiva? Forse sceglieva solo quello che gli sembrava più divertente o più strano da fare.

Poi a poco a poco ha iniziato a fissarci tutti, ad osservare, a smettere di parlare. Quando mi sono voltato lui se ne era andato, no nessun saluto, era diventato un tipo di poche parole e questo era proprio un bel miracolo. Se mi manca? Sai che non lo so. Era un tipo bè… non mi sono mai soffermato ad analizzarlo. Lasciavo che vivesse fra terra e cielo, col cuore ad indicargli la prossima cazzata, il prossimo modo stupido per spendere la sua giornata. Studiare l’ho visto poco. Rarissimi assalti furiosi. Le vie di mezzo proprio mai. L’anno scorso, iniziò a nascondersi dietro libri ed esami. "Devo studiare". Non avrei mai pensato di sentirglielo dire. Mi stupì sapete? Ed era tutto lì, a lui piaceva stupire, anche sè stesso. Forse era solo un coglione ma qual’è il problema, ora sarà sulle spiagge della California no? O in qualche bettola a giocarsi gli ultimi spiccioli con un indio. Perderà immagino, come giocatore fa schifo. Ma in fondo un pò lo invidio. Ci sono tante cose che non ha visto, tante che non avrebbe voluto vedere. Il nulla, lo vedi il nulla che di soppiatto ci ha assediato, aggredito? Non ti sei accorto che penetrava fra le tue membra? E’ quel genere di cose a cui Federico avrebbe fatto caso, magari poi non si accorgeva che pioveva ma tanto chi l’ha mai visto con un ombrello? E le felpe nere col calpuccio? Forse è dentro una di quelle che si è nascosto, dagli sguardi della gente, dal proprio giudizio. Implacabile. Sempre. Non è mai riuscito a non giudicare, a non emettere sentenze senza il minimo tocco di ammorbidente. Forse è solo perchè non ci ha mai provato. Era fatto così. In modo da ferire. Aveva i suoi
spigoli diciamo, era come uno di quei mobili di una volta. Nessuna linea ingentilita, rozzi a vedersi. Robusti, nel senso che anche mezzo ammaccati rimanevano lì a fare quel che credevano essere il proprio scopo. Negli ultimi giorni prima della partenza aveva iniziato a chiedermi di ricordagli quale fosse ed io non ci riuscivo, sapete. Era sempre convinto di avere un suo scopo, di quelli che se li avesse detti, sai quante risate. Era così sotto camicie e felpe granata un ragazzo idiota. Davvero ragazzi miei. Ma in fondo, e non so se esserne contento, sono convinto che tornerà a fare un salto dalle nostre parti. Magari per vedere come stiamo, nascosto dietro un angolo, i vicoli a bui a che servono del resto? Una visita breve ma sarebbe capace di decidere di rimanere. Può essere che sia cambiato ma io non credo. Federico è e rimarrà quello che è sempre stato perchè cambia pelle, il modo di comportarsi, di farsi percepire e percepirsi ma non può prescindere da quello che è. E per descriverlo mi soggiungono solo parolacce… chissà se ci sta guardando. Attenti sarebbe capace di chiedervi qualche moneta per giocarsi la rivincita con quell’indio. Ma voi lo sapete e sono sicuro che lo
riconoscerete.

Federico sogna ancora, bambino, quando dorme nel letto, le pareti azzurre e la moquette che non ci sono più. Non era tipo da invecchiare, da accettare i compromessi. In questo non era come noi, i sopravvissuti, non era tipo da sopravvivere; una scelta troppo ragionevole.

Ovunque sia sono sicuro che non abbia mai smesso di sognare.


Squallidi riciclaggi marziali

In un momento in cui non scrivo ricorro ad un post che avevo abbozzato per Marzo ma non avevo ritenuto degno di questo blog. Ma nel frattempo il livello è sempre più basso per cui…

Fu sul ritorno di casa che smisi, finalmente, d’udire e di temere. Solo immagini scorrevano, lente, nella mia mente, dimentico delle distrazioni delle voci e delle tentazioni degli odori. Lunghi passi consumavano la strada che corre lungo la ferrovia e che riporta, per caso e per rima, a casa mia. Alla porta rossa d’un vecchio palazzo, le vecchie finestre e gli stipiti rosi dai tarli. Casa mia, dove dormo e consumo le ore, dimentico di quel "fuori" ch’ora sbocconcello, metto via, per meglio assaporarlo nella quiete delle mie mura. Coglievo la bellezza delle giovani donne che incrociavano la mia strada (ed io la loro). Ed era una bellezza pura, non corrotta dalla possibilità di un contatto, d’una parola rivolta. Come la bellezza d’un quadro. Com’è un pensiero; fugace e perso. Rallentai appena per allontanare d’un poco il ritorno alla mia prigione, alle mie finestre sporche di solitudine. Un cane, un parco, un paio di ciuffi d’erba che spuntano fra le zolle di terra dura, nuda. Panchine violentate, le scritte nere sulla vernice verde. Un sole ancora troppo timido per scaldarle. E io davvero non ho mai capito se ci fosse qualcosa per me in quel giardino o lungo la ferrovia. Non so dire, e come potrei, se quel giorno feci bene a varcare quel portone tinto di rosso.

In tempo di carestia…
…ogni post è poesia!


Dici?

Certo che alcune persone un blog non dovrebbero averlo. Io sono una di quelle.

Essersi accorti di aver smarrito la strada è una sensazione che definirei non piacevole. Ma il lato davvero sgradevole della faccenda è il rendersi conto che tale scoperta non permetterà di migliorare la situazione. Voglio dire, non mi pare di vedere punti di riferimento all’orizzonte. Era il verso di un gufo quello che ho sentito? Proveniva da destra, credo. Certo, sono conscio che potrebbe trattarsi di un cuculo o di un barbagianni. Anche di un ippopotamo se è per questo, sono un ragazzo di città e certe cose non le capisco io. Eppure mi suona in un certo senso familiare. Atavicamente familiare, insomma come uno di quei ricordi che erediti, che appartengono alla tua carne. Eppur mi inquieta. Credo che mi dirigerò verso sinistra, quindi. Ecco accelero solo un attimo il passo. Va bene, ma ancora di poco. Ok, è una fuga ma ancora dignitosa. Finchè dura il fiato…


Oltre

Oltre è una parola che mi è sempre piaciuta.
Oltre ce l’ho scritto su una cassetta che tengo in macchina, una vecchia cassetta, riascoltandola la prima canzone che vien fuori è "A denti stretti", Litfiba.
Oltre, oltre i limiti. Limiti di tutti i tipi, intendiamoci, i limiti fisici di questa realtà con le sue regole e i suoi dettami. I limiti sociali che limitano i rapporti. I limiti che ognuno di noi pone di fronte alla propria realizzazione, i propri limiti, le proprie debolezze, il proprio essere non all’altezza.
E io mi sono sempre sentito, in parte, oltre. Oltre le difficoltà contingenti e poi, riflettendo mi accorgo di ritrovarmi, ora, oltre i limiti del dubbio e del ripensamento. Volto ad un nuovo inizio, come se il tempo in cui rimpiangere fosse stato saltato a piè pari. Non è così, ovviamente, ma la scarsa memoria lo fa apparire, costruisce una realtà alternativa nella quale vivo. Ma vivo oltre i miei simili, in una mia gabbia in cui non sono ammessi ospiti. Ed oltretutto non si tratta neanche di un bel posto.


Candidato post

In "Ecstatic conversations" parlavo del comunicare, della difficoltà del trasmettere le proprie emozioni. E il sogno del piccolo ingegnere-sognatore-quindi-non-tanto-ingegnere che è in me mi porta a guardare una piccola sfaccettatura tecnica del problema: il mio sogno di oggi, che parrà gretto e privo di respiro agli umanisti, è quello di creare un nuovo linguaggio di programmazione. Che cos’è un linguaggio di programmazione? E’ il linguaggio che un umano usa per comunicare la sua volontà alla macchina. Ma non è affatto solo questo, diventa anzi uno strumento che permette di "formalizzare il pensiero" di renderne una certa parte univoca e non interpretabile in modo che una macchina pur non essendo capace di colmare le lacune e i particolari inespressi con l’intuito possa coglierne il senso. E’ in qualche modo una forma di esperanto che permette a programmatori di tutto il mondo di comprendere le proprie idee e le proprie soluzioni. Chissà se riuscirò a farne un buono strumento di comunicazione.

E poi invece guardavo uno speciale sul "problema della casa" ed eccomi lì a sognare di possedere una casa, di acquistarla. Pensare alle difficoltà di pagare un mutuo. Devo ancora fare esercizio e stare più attento nel ricordarmi che pensare ai problemi non aiuta, la vita la si vive e poi i problemi che verranno, bè forse ci colpiranno. E allora? Meglio qualche sberla che la paura di prenderle.

E poi non scrivo più racconti, in effetti buttavo giù più divagazioni che racconti. Bisogna capire quali sono le proprie possibilità, no?
Eppure a me piacerebbe riuscire a descrivere con precisione gli eventi, riplasmati e pensati sotto forma di racconto, di epopea. Mescolati e "aulicizzati" dall’aura mitica ed esagerata che contorna i miei pensieri.
Vorrei essere in grado di dilettarmi e magari, colmo della presunzione, dilettare lettori accomodanti con qualcosa che sia in grado di condividere. Vorrei raccontare di uomini che affrontano le proprie sfide. Scelgono la vita preferendola alle sicurezze. Che non a caso e non per rima coincidono spesso solo con sciocchezze.

Il dubbio come sempre è che sia tutto colpa del fatto che è tardi.